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Ghana e
Camerun: andata e ritorno
(a cura di Martina
Socci)
Prima o dopo le
persone, specialmente se costrette a lasciare la propria casa spinte
dal bisogno, sono raggiunte dal pensiero di tornare nel Paese di
origine. A motivarle, il sogno di avviare una piccola impresa, la
voglia di rivedere la famiglia o, più semplicemente, il sacrosanto
desiderio di invecchiare nei luoghi in cui sono nati.
Il Progetto CRI 2 -
“Return Information Project and Vulnerable Groups”,
finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma “Return”
e terminato il 30 giugno 2009, è nato proprio con l’obiettivo di
informare queste persone, coloro che in gergo sono definiti “i
possibili ritornanti”, sul tema del rimpatrio volontario.
Il Progetto ha
visto il coinvolgimento di 6 partner europei, oltre al Flemish
Council for Refugees, capofila, hanno partecipato: CIRE (Belgio),
Caritas Internazionale (Belgio), Accem (Spagna) e il Danish Council
for Refugees (Danimarca); i Paesi di origine interessati
dall’iniziativa sono stati complessivamente diciannove (per l'Africa:
Algeria, Repubblica Democratica del Congo, Guinea, Marocco; per l'Europa
dell’Est: Albania, Armenia, Bosnia Erzegovina, Croazia, Georgia,
Macedonia, Montenegro, Russia and Serbia; per il Sud America:
Argentina, Ecuador, Venezuela). Al Progetto hanno partecipato anche
Associazioni locali e comunità di migranti. Le organizzazioni
europee, assieme ai soggetti locali, hanno compiuto missioni in
loco per verificare le condizioni di rimpatrio in ciascun Paese,
a seguito delle quali sono stati redatti specifici
Country-reports, reperibili al sito:
www.cri-project.eu. Le informazioni
raccolte riguardano l’accesso al territorio, le opportunità di
reintegrazione, l’accesso alla casa e al sistema sociale, sanitario
ed educativo.
I partner europei
hanno svolto anche la funzione di help desk, raccogliendo le
domande dei possibili ritornanti e contattando le Organizzazioni
locali quando le informazioni richieste non erano reperibili.
La missione appena
terminata in Ghana e Camerun, fra i Paesi dove il CIR ha scelto di
lavorare nell’ambito del Progetto CRI2, ha consentito di valutare i
risultati ottenuti e fare un punto sui diciotto mesi di attività del
Progetto. Il bilancio finale, alla luce del confronto con i partner,
non può non essere positivo.
In Ghana, il
viaggio è stato anche l’occasione per conoscere le attività della
ONG Ricerca e Cooperazione e guardare la realtà del Paese attraverso
gli occhi di un’italiana, Gianna Da Re, responsabile dell’ONG, che
vi ha scelto di vivere.
Il Ghana sta
affrontando una fase di grandi cambiamenti, John Atta-Mills,
del Congresso Democratico Nazionale, ha ottenuto la
Presidenza del Paese nelle elezioni dello scorso dicembre e il clima
di dialogo nel quale si sono svolte le consultazioni elettorali ha
dato conferma dei progressi compiuti dal Paese verso la piena
democratizzazione. Anche il settore economico ha conosciuto una
crescita costante ed ulteriori introiti si profilano grazie alla
recente scoperta di giacimenti petroliferi. La maggiore
preoccupazione, tuttavia, spiega Gianna, resta la povertà dilagante
nelle zone settentrionali del Paese e la speranza è che le risorse
di recente scoperta contribuiscano alla crescita del Paese,
piuttosto che ad aumentarne le sperequazioni sociali. Perché questo
sia possibile, ogni persona che lo desideri deve avere la
possibilità di contribuire alla crescita del proprio Paese, poter
tornare, per iniziare qualcosa.
In Camerun,
invece, il quadro politico desta ancora preoccupazione, per
l’accentramento del potere nelle mani del Presidente Paul Biya.
Anche in questo caso, tuttavia, è necessario dare a tutti i
cittadini camerunesi la possibilità di tornare, per contribuire alla
costruzione economica del Paese, cogliendo la
congiuntura favorevole, garantita dagli importanti investimenti
internazionali che lo stanno interessando. Come spiega
l’ambasciatore italiano a Yaoundè, Dottor Bellavia, questo è proprio
quello che chiedono i giovani camerunesi che hanno compiuto un
percorso di formazione all’estero. A differenza delle persone
adulte, che non hanno più grandi ambizioni lavorative, prima di
tornare, i giovani vogliono avere la certezza che il loro Paese
abbia qualcosa di reale da offrirgli, che le competenze acquisite
possano essere “spese” in qualche modo.
In questa verità non
ci sono solo considerazioni squisitamente economiche, ma piuttosto
anche la voglia di dimostrare ai propri familiari, alle gente del
villaggio, che “ce l’hanno fatta” e che il ritorno non è stato
dettato dal fallimento.
Sconfiggere il
pregiudizio delle comunità di appartenenza attorno al significato
del ritorno, è stato propriamente uno degli obiettivi del Progetto.
Troppo spesso, infatti, molte persone restano in condizioni di
precarietà nei Paesi ospitanti per paura dello stigma sociale che un
eventuale ritorno comporterebbe. I dati sul ritorno dei cittadini
camerunesi e ghanesi daranno, forse, una piccola misura di questo
risultato.
Intanto, al di là di
ogni motivazione che spinga una persona a tornare, ciò che il
Progetto ha sicuramente contribuito a realizzare è il ricorso al
ritorno come “scelta consapevole”. Chi torna deve essere al corrente
di ciò che il Paese ha da offrirgli, di quali sono le difficoltà
pratiche connesse alla ricerca di un alloggio, all’inserimento dei
propri figli nelle scuole, al riconoscimento dei contributi ai fini
pensionistici. Perché per tornare non basta un biglietto aereo, per
quello, come ironizza Felix, dell’ambasciata camerunese a Roma,
basta andare alla Questura e chiedere di essere rimpatriati o,
ancora più semplicemente, manifestare questa volontà a chi in
Italia, di stranieri, non ne vuole proprio sentir parlare, “che sarà
felice di pagare il tuo biglietto di ritorno”. Il ritorno è un tema
complesso, che apre lo spazio ad una serie di interrogativi, sia
pratici che emotivi.
La speranza è che il
Progetto CRI 2, e la rete che grazie a questo è stata messa in
campo, continui ad essere un valido strumento d’aiuto per chi stia
valutando l’ipotesi di tornare nel proprio Paese di origine.
Indipendentemente
dalla scelta di ognuno, comunque sia, il vero impegno resta quello
di far sentire queste persone un po’ “a casa”, anche qui, in Italia.
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