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Non è tutto oro quel che luccica: lo stato dell’arte su caporalato e sfruttamento dei lavoratori migranti stagionali a Nardò

Roma, 26 settembre 2018 – Un bel titolone, un giudizio di gradimento con qualche velata titubanza, una bella sigla sparata in neretto ed ecco confezionato l’ennesimo post o articolo sui lavoratori migranti stagionali di Nardò e dintorni, sul contrasto al caporalato e sull’impegno profuso. Un momento di ricercata gloria, a sfondo autocelebrativo, come compenso rivendicato per ciò che è stato fatto, per dissuadere detrattori o anche semplicemente comuni lettori, dall’idea che di più e meglio si sarebbe potuto fare.
Nella premura di rendere partecipi i lettori, senza caricarli di contenuti, si smarrisce il senso degli interventi, la possibilità di dibattito e confronto reale, per non parlare della possibilità di immaginare modelli alternativi, più aderenti ai bisogni dei lavoratori, più calibrati sul severo contrasto al caporalato e allo sfruttamento.
Le questioni sul banco sono molteplici, complesse, connesse al sovrapporsi di livelli di tutela ed intervento che sempre richiederebbero – ma così non è mai – di superare la totale estraneità dei lavoratori dai luoghi, dai tavoli, dalle persone, dalle sigle, dai processi, che si occupano della “gestione politica” della loro condizione, dei requisiti, delle regole, dei tempi della loro permanenza. I processi emancipativi degli individui non possono essere realizzati dall’alto, da altri, da chi decide senza interrogare/interrogarsi, da chi si ritiene o è rappresentativo ma non di tutti. Anche quando si agisce in totale senso di abnegazione, dedizione e tutela dell’interesse pubblico, è solo attraverso il coinvolgimento diretto dei protagonisti che si ribaltano gli schemi di funzionamento di un sistema di sudditanza, precarietà, subalternizzazione, pena lo scivolamento verso una visione paternalistica dei fenomeni e delle strategie di superamento degli stessi.
In questa cornice di riferimento, in cui la scarsa conoscenza dei fenomeni si accompagna di sovente alla presuntuosa idea che non ci sia molto da sapere, si fa strada fra molti l’illusione che caporalato e sfruttamento siano in declino, prossimi a subire un colpo letale. Tale considerazione è purtroppo quanto di meno aderente alla realtà vi sia e questo almeno per tre fattori:

  1. Il caporalato e lo sfruttamento si adattano al mutamento di contesto in maniera agile e sfrontata;
  2. Il caporalato non si contrasta semplicemente erigendo campi istituzionali con alte recinzioni intorno, fortezze nel deserto, accessibili ai lavoratori contrattualizzati ( le cui effettive condizioni lavorative spesso non corrispondono ai contratti che esibiscono ) e a agli iscritti nelle liste di prenotazione ( di sovente lavoratori non contrattualizzati ed utilizzati just in time), ma può essere leso solo garantendo l’ascolto di quelli stessi lavoratori, favorendo alleanze, verificando presso i luoghi di lavoro orari, modalità di reclutamento, corresponsioni, accompagnamento sul posto di lavoro. A tal ultimo proposito meriterebbe una riflessioni la sperimentazione effettuata a partire da metà agosto e relativa al servizio bus, che avrebbe dovuto garantire l’accompagnamento sui luoghi di lavoro e che è stata del tutto fallimentare, dacchè nei campi si lavora solo previo accordo con i caporali, che hanno, fra gli altri, il business del trasporto e che ovviamente non arretrano di un passo se le strategie di contrasto individuate non risultano essere efficacemente strutturate. L’adesione spontanea del lavoratore non appartiene ad un dato di realtà, perché scegliere semplicemente di utilizzare il bus avrebbe significato perdere ogni opportunità concreta di lavorare.
  3. Le scelte politiche in atto in Italia condurranno presto una larga fascia di popolazione migrante a vivere in una condizione di disagio socio-economico che determinerà l’acuirsi di una condizione di ricattabilità lavorativa e di precarietà esistenziale.

Quali sono i criteri che indicano che Nardò è un esempio virtuoso? Per quali ragioni? Sulla base di quali dati? Vorremmo conoscerli.

CIR Puglia e Meticcia APS