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LAMPEDUSA, SOLLIEVO DEL CIR PER L’ASSOLUZIONE DEI PESCATORI TUNISINI
CHE SALVARONO 44 MIGRANTI.
29 settembre 2011-
Dopo quattro anni, arriva
la
sentenza di assoluzione in appello nei confronti dei due comandanti
dei pescherecci tunisini che
l’8 agosto del
2007 avevano tratto in salvo 44 migranti a largo di Lampedusa. “E’
con grande sollievo che accogliamo la sentenza della Corte d’appello
“ – dichiara Christopher Hein, Direttore del CIR. “Una sentenza che
merita la più ampia diffusione perché evidenzia che il salvataggio
viene prima di qualsiasi altra considerazione.”
L’accusa era di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e
resistenza a nave da guerra. I comandanti e i cinque membri
dell’equipaggio, tutti tunisini, al loro arrivo al porto di
Lampedusa erano stati arrestati, i pescherecci sequestrati. I due
comandanti - Aubdelkarim Bayoudh e Abdelasset Zenzeri - erano stati
condannati in primo grado: era la prima volta che la legge della
terra aveva la meglio su le leggi non scritte del mare. Secondo la
sentenza d’appello, però, il fatto non costituisce reato in quanto
nell’azione di salvataggio ricorreva un evidente stato di necessità.
Il
CIR già a suo tempo aveva fortemente condannato il tentativo di
criminalizzare uomini del mare che avevano svolto con coraggio il
loro dovere di soccorso sottolineando anche che l’arresto dei
pescatori e il sequestro dei pescherecci – mezzi indispensabili per
la loro attività economica – avrebbe potuto scoraggiare altre azioni
di salvataggio in tutto il Mediterraneo.
“E’
con grande sollievo che accogliamo la sentenza della Corte d’appello
“ – dichiara Christopher Hein, Direttore del CIR. “Una sentenza che
merita la più ampia diffusione perché evidenzia che il salvataggio
viene prima di qualsiasi altra considerazione.”
La sentenza ribadisce
infatti il principio: salvare vite umane non è reato. Neanche al
largo di Lampedusa. Neanche ai tempi della Fortezza Europa.
“Ci auguriamo un
giusto e generoso risarcimento per l’enorme danno materiale e morale
subito dai pescatori in tutti questi anni” conclude Christopher Hein.
Leggi il reportage de L’INKIESTA su questa vicenda.
LINKIESTA
Reportage
I pescatori tunisini
salvano 44 naufraghi, l’Italia li processa
Antonello Mangano
Quattro
ani fa, a Lampedusa, osservando la legge del mare, i capitani di due
pescherecci salvarono decine di africani che stavano per affogare.
Prima ostacolati dalla Guardia Costiera, sono poi stati ripagati con
un iter giudiziario lungo quattro anni (con una prima condanna a due
anni), 40 giorni di carcere e il sequestro degli strumenti di
lavoro. In Italia nessuno ne ha parlato, ma Der Spiegel sì e il caso
è arrivato all’Europarlamento. La storia ha ispirato “Terraferma” di
Crialese.
Uno
dei pescherecci tunisini ancora fermi a Lampedusa
27
settembre 2011 - 12:03
PALERMO – Un peschereccio naviga
nei pressi di Lampedusa.
L’equipaggio avvista in mare alcuni naufraghi e li prende a bordo,
un attimo prima che muoiano tra le onde. Il giorno dopo la barca è
sequestrata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. È la
scena più celebre del film
Terraferma.
Durante la conferenza stampa di presentazione del film, a Venezia,
alcuni giornalisti hanno contestato Crialese: l’episodio è
inverosimile perché in Italia non c’è nessuna legge che vieta il
soccorso in mare.
Invece il film trae spunto da un
episodio realmente accaduto
e che si è concluso solo il 22 settembre di fronte alla Corte
d’Appello di Palermo. Dopo un iter giudiziario lungo quattro anni.
Nel film i protagonisti della vicenda sono italiani, nella realtà si
tratta di due capitani tunisini (Abdelbasset Zenzeri e Abdelkarim
Bayoudh) e di cinque marinai, anche loro tunisini. Avevano salvato
44 naufraghi, seguendo la cosiddetta “legge del mare”. Una regola
non scritta ma applicata da tutti gli uomini abituati a navigare:
soccorrere chi si trova in difficoltà è un dovere che non si può
eludere. “In asperitate maris pro humanitatis” è il motto della
Capitaneria di Lampedusa.
Quel giorno, però, gli italiani
hanno dimenticato la legge del mare.
O forse non
hanno potuto applicarla. L’8 agosto 2007, intorno alle 14, la
Capitaneria intercettava una comunicazione. “Ci sono 44 persone
recuperate da un gommone. C’è un bambino in cattive condizioni di
salute. Ora stanno su un motopesca non italiano”. Alle 18 le unità
tunisine sono affiancate dalla nave “Vega” della Marina Militare, da
due motovedette della Guardia Costiera e da una della Finanza. Un
elicottero sorvola lo specchio d’acqua. Si apre l’evento Sar
(soccorso in mare) e viene appurato che ci sono a bordo due persone
in cattive condizioni di salute. Uno di loro è un bambino disabile.
Sull’altro motopeschereccio c’è una donna in stato di gravidanza,
“ma non in stato terminale”, annota con freddezza il verbale. Nel
frattempo il mare è forza quattro e le onde sono alte due metri.
Alle 18.50, finite le verifiche, l’evento Sar è dichiarato concluso.
I pescherecci ricevono l’ordine di invertire la rotta, nonostante il
porto più vicino sia quello di Lampedusa.
Iniziano “strane manovre a
zig-zag” (così le chiamano i rapporti),
mentre via radio uno dei due comandanti riferisce di avere a bordo
una persona che sta male. Dalla distanza di 10 metri, con un
megafono, i militari intimano l’inversione di rotta. “Se entrate
nelle nostre acque territoriali vi arrestiamo”, dicono in italiano e
in inglese. Tornare indietro? “N’est pas possible”, risponde
Zenzeri. Le navi italiane capiscono che c’è il rischio di collisione
e si fermano. Le due barche tunisine entrano in porto e l’equipaggio
è subito tratto in arresto.
L’accusa è “di avere compiuto atti
diretti a procurare l’ingresso
nel territorio dello Stato, in violazioni delle disposizioni delle
leggi sull’immigrazione, di 44 cittadini extracomunitari,
trasportati a bordo dei motopesca Mohamed El Hedi e Morthada dalla
Tunisia alle coste italiane”. Con l’aggravante di “trarne profitto”.
Quest’ultimo elemento, contestato dalla procura di Agrigento, veniva
derubricato come agevolazione all’ingresso semplice di clandestini.
L’accusa ai marinai è ancora più surreale: avrebbero “rafforzato il
proposito criminoso” dei capitani, rafforzandone la “determinazione
a proseguire la navigazione in violazione dei reiterati ordini di
arrestare la navigazione e invertire la rotta”.
Il 17 novembre 2009 il Tribunale
di Agrigento assolve i tunisini
dal reato che riguarda l’ingresso illegale ma condanna – solo i
capitani - per “resistenza a pubblico ufficiale” e “violenza contro
nave da guerra”. Come? “Compiendo molteplici, repentini e bruschi
cambi di rotta, anche di oltre 10 gradi, impedendo alla motovedetta
di affiancarsi così da costringerla ad effettuare improvvise manovre
onde evitare collisioni”. Due anni e sei mesi per aver raggiunto il
porto più vicino anziché tentare il rientro in patria sfidando le
onde altissime, la scarsità di carburante e il rischio per la salute
di almeno due persone.
Appena giunti in porto, il bimbo
disabile e la donna incinta
vengono visitati al pronto soccorso dell’isola e quindi trasferiti
in due ospedali di Palermo. La testimonianza dell’infermiera che nel
2007 lavorava con Medici Senza Frontiere racconta che il bambino era
in uno “stato di difficoltà psicomotoria” (una vera e propria crisi
epilettica, con la bava alla bocca) cui si aggiungeva uno stato di
grave denutrizione e disidratazione. La donna gravida non riusciva a
stare in piedi, per un dolore addominale che le impedisce di bere da
sola.
Le unità italiane hanno tentato –
senza successo
– un vero blocco navale, cioè un tentativo di respingimento in mare.
I migranti salvati erano da tre giorni in mare e provenivano dalla
Libia. Tra loro, eritrei, etiopi, sudanesi. Dunque potenziali
rifugiati. “Il respingimento si pone in contrasto con tutte le
Convenzioni internazionali che stabiliscono il riconoscimento del
diritto di asilo anche in acque internazionali, come diritto di
accedere al territorio nazionale per presentare una domanda di
asilo, e il dovere assoluto di salvaguardia della vita umana in
mare” annota il giurista Fulvio Vassallo, esperto di legislazione in
materia e docente all’Università di Palermo.
In aula il capitano racconta che
erano usciti
per pescare e nel frattempo avevano avvistato un gommone. Si erano
prodigati per salvare le persone che stavano affondando. Lui stesso
aveva chiamato via radio Lampedusa per i soccorsi, dirigendosi verso
il porto che in quel momento era il più vicino. I migranti erano
saliti sui due pescherecci, tra loro la donna incinta e il bambino
in pericolo di vita. Avevano adottato la rotta a zig-zag perché le
condizioni del mare impedivano una navigazione regolare. Infine,
dice con orgoglio che lui – come capitano – è il solo responsabile
dell’accaduto.
L’accusa più svilente è quella di
essere uno scafista.
Gli
inquirenti ispezionano l’interno dei pescherecci. Non ci sono
attrezzi, annotano, c’è poco ghiaccio, non c’è pesce. Non c’è
neanche puzza di pesce. “Eravamo in mare da tre giorni e il pescato
è stato trasferito su un’altra barca, di cui ho fornito gli
estremi”, ribatte Zenzeri. I magistrati ipotizzano che le due barche
potevano benissimo pescare “a cianciolo”, un metodo comunissimo nel
Mediterraneo. La barca madre recupera il pesce con le reti, le altre
a circolo illuminano il fondale con le lampare.
I due pescherecci sono
regolarmente registrati
nel comparto di Monastir. Mentre gli investigatori disquisiscono
sulle tecniche di pesca, le barche rimangono sequestrate nel porto
di Lampedusa. Sono ancora lì, sul suolo italiano, ormai pressoché
inutilizzabili.
«La legge dello Stato va contro i
doveri morali del mondo civile,
lasciar morire le persone in mezzo al mare è un segno di grandissima
inciviltà, una barbarie assurda», dice Emanuele Crialese. «Ci
bombardano di notizie in tv e sui giornali e a volte non ci rendiamo
nemmeno più conto della tragedia che c'è dietro. E sequestrare
pescherecci ai pescatori che salvano i dispersi in mare con l'accusa
di favoreggiamento all'immigrazione clandestina è la cruda realtà
con cui dobbiamo fare i conti».
Il processo contro i pescatori
tunisini
è rimasto pressoché
sconosciuto in Italia. Ha interessato però la stampa tedesca (ne ha
parlato diffusamente
Der Spiegel)
e il Parlamento europeo. Nel settembre 2007, 105 europarlamentari
hanno sottoscritto un appello di solidarietà con i marinai tunisini.
È diventato una vicenda simbolica (“il soccorso in mare diventa
reato”), oltre che il frutto di contrasti politici sulla gestione
dell’immigrazione. Quanti pescatori, in questi anni, hanno lasciato
morire in mare i naufraghi che avevano avvistato? Tutti avevano in
mente il destino di Zenzeri e Bayoudh. La loro azione di salvataggio
è stata ripagata col sequestro degli strumenti di lavoro, quattro
anni di processi e 40 giorni di carcere.
Di
seguito il link per ripercorrere i fatti dall’8 Agosto alla sentenza
del 21 settembre 2011
http://www.linkiesta.it/i-pescatori-tunisini-salvano-44-naufraghi-l-italia-li-processa
Leggi il
resto:
http://www.linkiesta.it/i-pescatori-tunisini-salvano-44-naufraghi-l-italia-li-processa#ixzz1ZLjbJscU
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