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Speciale 26 giugno 2008
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 PROGETTO VI.TO.

COS'E' LA TORTURA?

 

LA TORTURA:

Definizioni e Forme

 

IL TRAUMA

 

La parola trauma ha origine dal greco trayma che significa perforamento-trafittura; è connesso col termine ti-trao che vuol dire foro, mentre la radice tar=tra ha il significato fondamentale di muovere, passare al di là. Questo termine rimanda, dunque, al concetto di “ferita”, “lacerazione”.

Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana definisce il trauma una “lesione determinata dall’azione violenta di agenti esterni: le ferite, le contusioni, le ustioni sono traumi” e il trauma psichicoun’emozione che incide profondamente sulla personalità del soggetto”.

Per il dizionario di psicologia curato da Piéron (1964) il trauma psichico è «un’emozione violenta capace di modificare in modo permanente la personalità di un individuo sensibilizzandolo alla successive analoghe esperienze emotive».

La formulazione freudiana classica parla del trauma come di un evento che annienta la capacità di organizzazione e immagazzinamento dell’esperienza ad un livello esplicito- riflessivo-simbolico.

 

Laplanche e Pontalis (1981) definiscono il trauma come «un evento della vita della persona che è caratterizzato dalla sua intensità, dall’incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell'organizzazione psichica». Gli autori proseguono sostenendo che: «in termini economici, il trauma è caratterizzato da un afflusso di eccitazione (arousal) che è eccessivo rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua capacità di dominare ed elaborare psichicamente queste eccitazioni».

Seguendo tale formulazione l’evento traumatico schiaccia l’Io, interrompendo la continuità dell’esperienza. Il trauma non trovando una possibile significazione resta inscritto a livello psichico come dato sensoriale essendo inelaborabile a livello simbolico/verbale, quindi l’esperienza traumatica non può entrare in un processo di temporalizzazione e storicizzazione. In questo caso sarà il corpo a ricordare e non la mente, dando vita a una serie di sintomi e disturbi psico-somatici.

 

Appare importante sottolineare la difficoltà di approcciare il concetto di trauma e ancor più difficile tracciare una linea di demarcazione tra trauma e trauma estremo.

Una riflessione dalla quale non si può prescindere nel lavoro con soggetti traumatizzati riguarda il fatto che nel momento “trauma” confluiscono due diverse componenti indissolubilmente legate tra loro:

 

  • l’evento oggettivo

  • il vissuto soggettivo

 

Di fronte al medesimo evento traumatico, o a eventi traumatici simili, non tutte le persone reagiscono in modo analogo.  Anche uno stesso soggetto, in momenti diversi della sua vita, può mettere in atto strategie di reazione differenti. E’ dunque il vissuto, il “sentire” del soggetto in relazione all’evento la guida per entrare, con dei passi il più possibile discreti, sensibili e attenti, nel suo mondo traumatico o anzi “traumatizzato”.

Schematicamente gli eventi traumatici si possono collocare all’interno di tre principali categorie:

 

  • le catastrofi naturali (inondazioni, terremoti, uragani...)

  • gli incidenti in cui può essere coinvolta una componente umana che involontariamente può causare l’evento (incidenti ferroviari, automobilistici, aerei...)

  • i traumi volontariamente ed intenzionalmente provocati da uomini su altri uomini   (guerre, abusi, tortura…).

 

Con tutte le cautele legate a quanto detto, non si può negare l’esistenza di esperienze traumatiche così disastrose per l’individuo da giustificare l’utilizzo della definizione di “trauma estremo”. Varie esperienze traumatiche possono rientrare in tale definizione e in particolare, quelle esperienze in cui è presente l’elemento della “volontarietà” nel causare dolore e sofferenza alla persona. E’ proprio l’incontro con il “male incarnato” nel carnefice ad incidere in maniera così profonda e distruttiva sulla psiche dell’individuo, caratterizzando in senso “estremo” la tortura. I vissuti di sgomento, impotenza, passività, annichilimento si amplificano dando vita ad intimissime forme di dolore, a quadri psicopatologici complessi e sempre diversi, quanto complessa e diversa è la struttura psichica e fisica di ognuno di noi.

 

 

LA TORTURA

 

Il termina tortura deriva dal latino tortus, participio passato di torquère ossia tormentare le membra torcendole.

La tortura è il risultato della fredda determinazione a causare estremo dolore a chi in quel momento, e a volte anche successivamente, non ha alcuna possibilità di difesa, nell’intento, ancora più crudele, di piegare la sua volontà e mortificare la sua dignità.

S’immagina il fenomeno come confinato a situazioni limite, alla guerra, alle dittature. Di fatto il fenomeno purtroppo è molto più diffuso, come testimoniano i dati condivisi a livello internazionale: si stima infatti che un rifugiato ogni quattro è stato sottoposto a tortura.

La realtà dolorosa della tortura entra a far parte delle nostre tranquille esistenze attraverso i volti, le voci e le testimonianze di chi l’ha dovuta sopportare sulla propria pelle nel paese d’origine, fuggendo da gravi ingiustizie e tremende persecuzioni.

Il richiedente asilo vittima di tortura non è solo una persona in grave difficoltà perché braccata da chi la perseguita e costretta a vivere lontana dai propri affetti, ma porta dentro di sé un segreto terribile, che  a volte non osa confessare nemmeno a sé stesso, porta sul corpo e ancora di più nella mente le ferite spesso indelebili di una pratica disumana.

Stabilire se una serie di atti rientrino nella definizione di tortura non risulta sempre facile. A fronte di una serie di maltrattamenti, che la generalità degli individui non ha dubbi ad ascrivere alla tortura, ve ne sono altri che possono non essere univocamente riconosciuti come torture in senso stretto. immediatamente essere riconosciuti come tali.

 

Sul piano del diritto internazionale la definizione più esaustiva e condivisa della tortura è fornita dalla Convenzione delle N.U. Contro la Tortura del 1984. Secondo l’art.1 il termine indica:

 

“…qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore e sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei  o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito”.

 

Comunemente si ritiene che la tortura sia praticata soprattutto su persone che appartengono a particolari gruppi politici, religiosi, etnici, o a minoranze. Se è vero che questi sono i casi più tipici e diffusi, ciò non deve farci dimenticare che, in alcuni Paesi,  nessuno è totalmente esente dal rischio di essere sottoposto a violenze e tortura.

Anche i bambini sono, più spesso di quanto si creda, sottoposti alle sofferenze della tortura. Si può facilmente immaginare quanto gravi siano le conseguenze di tale pratica  se subita durante l’età evolutiva. Pesanti traumi subiscono anche i bambini testimoni di atti di tortura nei confronti di genitori e parenti ( “vittime indirette di tortura”).

Per quanto riguarda le violenze sessuali e  lo stupro, va sottolineato che la portata di tale fenomeno nei confronti degli uomini è fortemente sottostimata, per una estrema reticenza dettata da radicati fattori culturali legati al genere e per una frequente inadeguatezza nella conduzione dei colloqui. Le donne, tuttavia, presentano particolari caratteristiche di vulnerabilità. Si pensi a una donna incinta che subisce violenza sessuale, o al rischio di gravidanza da questa derivante.

 

 

Metodi di tortura

 

E’ praticamente impossibile stilare una lista di metodi che risulti esauriente. Tuttavia sembra utile riportare l’elenco dei maltrattamenti che il Protocollo di Istanbul include nel concetto di tortura.

Va ricordato che la tortura può essere sia fisica che psicologica, anche se, per la stretta connessione fra questi due aspetti della persona umana, tale distinzione ha sempre confini poco netti. La tortura, anche quando si sostanzia in un abuso semplicemente fisico, porta nel suo intento stesso (piegare la volontà della vittima, renderla inerme) una violenza psicologica. La tortura psicologica, d’altro canto, è quasi sempre accompagnata da sofferenze che coinvolgono l’intero organismo prendendo spesso la forma di più o meno gravi disturbi psicosomatici.

 

Stante questa premessa Il Protocollo di Istanbul include nel concetto di tortura diverse tipologie di maltrattamento suddividendole in tre categorie:

  • tortura psicologica, che a differenza della precedente, mira a distruggere l’identità della vittima e a spossarla psicologicamente attraverso ripetute umiliazioni, violazioni e messaggi paradossali

 

E’ necessario sottolineare l’utilizzo di sempre nuove tecniche e strumenti di tortura volti a non lasciare tracce e segni visibili e a cancellare ogni prova.

Tutti questi metodi di tortura, inoltre, di tipo fisico, mentale o sessuale che siano, possono essere applicati simultaneamente o alternativamente seguendo un iter talvolta scientificamente collaudato e pianificato. Allo stesso modo, anche gli effetti delle varie tecniche descritte, colpendo diverse aree dell’universo della vittima possono sovrapporsi o integrarsi in “intrecci patologici” la cui devastante gravità tende ad accrescere, talvolta in modo irreversibile.

 

Altro importante dato da evidenziare è che ,oltre a questi maltrattamenti la cui crudeltà è comunemente riconosciuta, il Protocollo di Istanbul definisce come tortura anche una serie di situazioni e comportamenti che spesso non sono considerati tali, perché ritenuti, a torto, meno lesivi. Queste tipologie di violenza, definite come “Trattamenti Inumani e Degradanti” possono assumere le più svariate forme. Nel Protocollo di Istanbul vengono individuate le forme più frequenti.

 

 

 

Protocollo di Istanbul