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LA TORTURA:
Definizioni e Forme
IL TRAUMA
La parola trauma
ha origine dal greco trayma che significa
perforamento-trafittura; è connesso col termine
ti-trao che vuol dire foro, mentre la radice tar=tra
ha il significato fondamentale di muovere, passare al di
là. Questo termine rimanda, dunque, al concetto di
“ferita”, “lacerazione”.
Il Grande Dizionario
Garzanti della lingua italiana definisce il trauma una “lesione
determinata dall’azione violenta di agenti esterni: le
ferite, le contusioni, le ustioni sono traumi” e il
trauma psichico “un’emozione che incide
profondamente sulla personalità del soggetto”.
Per il dizionario di
psicologia curato da Piéron (1964) il trauma psichico è
«un’emozione violenta capace di modificare in modo
permanente la personalità di un individuo
sensibilizzandolo alla successive analoghe esperienze
emotive».
La formulazione freudiana
classica parla del trauma come di un evento che annienta
la capacità di organizzazione e immagazzinamento
dell’esperienza ad un livello esplicito-
riflessivo-simbolico.
Laplanche e Pontalis
(1981) definiscono il trauma come «un evento della
vita della persona che è caratterizzato dalla sua
intensità, dall’incapacità del soggetto a rispondervi
adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti
patogeni durevoli che esso provoca nell'organizzazione
psichica». Gli autori proseguono sostenendo che: «in
termini economici, il trauma è caratterizzato da un
afflusso di eccitazione (arousal) che è eccessivo
rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua
capacità di dominare ed elaborare psichicamente queste
eccitazioni».
Seguendo tale formulazione l’evento traumatico schiaccia
l’Io, interrompendo la continuità dell’esperienza. Il
trauma non trovando una possibile significazione resta
inscritto a livello psichico come dato sensoriale
essendo inelaborabile a livello simbolico/verbale,
quindi l’esperienza traumatica non può entrare in un
processo di temporalizzazione e storicizzazione. In
questo caso sarà il corpo a ricordare e non la mente,
dando vita a una serie di sintomi e disturbi
psico-somatici.
Appare importante
sottolineare la difficoltà di approcciare il concetto di
trauma e ancor più difficile tracciare una linea di
demarcazione tra trauma e trauma estremo.
Una riflessione dalla
quale non si può prescindere nel lavoro con soggetti
traumatizzati riguarda il fatto che nel momento “trauma”
confluiscono due diverse componenti indissolubilmente
legate tra loro:
-
l’evento oggettivo
-
il vissuto soggettivo
Di fronte al medesimo
evento traumatico, o a eventi traumatici simili, non
tutte le persone reagiscono in modo analogo. Anche uno
stesso soggetto, in momenti diversi della sua vita, può
mettere in atto strategie di reazione differenti. E’
dunque il vissuto, il “sentire” del soggetto in
relazione all’evento la guida per entrare, con dei passi
il più possibile discreti, sensibili e attenti, nel suo
mondo traumatico o anzi “traumatizzato”.
Schematicamente gli
eventi traumatici si possono collocare all’interno di
tre principali categorie:
-
le
catastrofi naturali (inondazioni, terremoti,
uragani...)
-
gli incidenti in cui può essere coinvolta una
componente umana che involontariamente può causare
l’evento (incidenti ferroviari, automobilistici,
aerei...)
-
i
traumi volontariamente ed intenzionalmente provocati
da uomini su altri uomini (guerre, abusi,
tortura…).
Con tutte le cautele
legate a quanto detto, non si può negare l’esistenza di
esperienze traumatiche così disastrose per l’individuo
da giustificare l’utilizzo della definizione di “trauma
estremo”. Varie esperienze traumatiche possono rientrare
in tale definizione e in particolare, quelle esperienze
in cui è presente l’elemento della “volontarietà” nel
causare dolore e sofferenza alla persona. E’ proprio
l’incontro con il “male incarnato” nel carnefice ad
incidere in maniera così profonda e distruttiva sulla
psiche dell’individuo, caratterizzando in senso
“estremo” la tortura. I vissuti di sgomento, impotenza,
passività, annichilimento si amplificano dando vita ad
intimissime forme di dolore, a quadri
psicopatologici complessi e sempre diversi, quanto
complessa e diversa è la struttura psichica e fisica di
ognuno di noi.
LA TORTURA
Il termina tortura
deriva dal latino tortus, participio passato di
torquère ossia tormentare le membra torcendole.
La tortura è il risultato
della fredda determinazione a causare estremo dolore a
chi in quel momento, e a volte anche successivamente,
non ha alcuna possibilità di difesa, nell’intento,
ancora più crudele, di piegare la sua volontà e
mortificare la sua dignità.
S’immagina il fenomeno
come confinato a situazioni limite, alla guerra, alle
dittature. Di fatto il fenomeno purtroppo è molto più
diffuso, come testimoniano i dati condivisi a livello
internazionale: si stima infatti che un rifugiato ogni
quattro è stato sottoposto a tortura.
La realtà dolorosa della
tortura entra a far parte delle nostre tranquille
esistenze attraverso i volti, le voci e le testimonianze
di chi l’ha dovuta sopportare sulla propria pelle nel
paese d’origine, fuggendo da gravi ingiustizie e
tremende persecuzioni.
Il richiedente asilo
vittima di tortura non è solo una persona in grave
difficoltà perché braccata da chi la perseguita e
costretta a vivere lontana dai propri affetti, ma porta
dentro di sé un segreto terribile, che a volte non osa
confessare nemmeno a sé stesso, porta sul corpo e ancora
di più nella mente le ferite spesso indelebili di una
pratica disumana.
Stabilire se una serie di
atti rientrino nella definizione di tortura non risulta
sempre facile. A fronte di una serie di maltrattamenti,
che la generalità degli individui non ha dubbi ad
ascrivere alla tortura, ve ne sono altri che possono non
essere univocamente riconosciuti come torture in senso
stretto. immediatamente essere riconosciuti come tali.
Sul piano del diritto
internazionale la definizione più esaustiva e condivisa
della tortura è fornita dalla Convenzione delle N.U.
Contro la Tortura del 1984. Secondo l’art.1 il termine
indica:
“…qualsiasi atto mediante
il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona
dolore e sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine
segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona
informazioni o confessioni, di punirla per un atto che
essa o una terza persona ha commesso o è sospettata di
aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di
lei o di intimorire o di far pressione su una terza
persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su
qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore
o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione
pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo
ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso
espresso o tacito”.
Comunemente si ritiene
che la tortura sia praticata soprattutto su persone che
appartengono a particolari gruppi politici, religiosi,
etnici, o a minoranze. Se è vero che questi sono i casi
più tipici e diffusi, ciò non deve farci dimenticare
che, in alcuni Paesi, nessuno è totalmente esente dal
rischio di essere sottoposto a violenze e tortura.
Anche i bambini sono, più
spesso di quanto si creda, sottoposti alle sofferenze
della tortura. Si può facilmente immaginare quanto gravi
siano le conseguenze di tale pratica se subita durante
l’età evolutiva. Pesanti traumi subiscono anche i
bambini testimoni di atti di tortura nei confronti di
genitori e parenti ( “vittime indirette di tortura”).
Per quanto riguarda le
violenze sessuali e lo stupro, va sottolineato che la
portata di tale fenomeno nei confronti degli uomini è
fortemente sottostimata, per una estrema reticenza
dettata da radicati fattori culturali legati al genere e
per una frequente inadeguatezza nella conduzione dei
colloqui. Le donne, tuttavia, presentano particolari
caratteristiche di vulnerabilità. Si pensi a una donna
incinta che subisce violenza sessuale, o al rischio di
gravidanza da questa derivante.
Metodi di tortura
E’ praticamente
impossibile stilare una lista di metodi che risulti
esauriente. Tuttavia sembra utile riportare l’elenco dei
maltrattamenti che il Protocollo di Istanbul include nel
concetto di tortura.
Va ricordato che la
tortura può essere sia fisica che psicologica,
anche se, per la stretta connessione fra questi due
aspetti della persona umana, tale distinzione ha sempre
confini poco netti. La tortura, anche quando si
sostanzia in un abuso semplicemente fisico, porta nel
suo intento stesso (piegare la volontà della vittima,
renderla inerme) una violenza psicologica. La tortura
psicologica, d’altro canto, è quasi sempre accompagnata
da sofferenze che coinvolgono l’intero organismo
prendendo spesso la forma di più o meno gravi disturbi
psicosomatici.
Stante questa premessa
Il Protocollo di Istanbul include nel concetto di
tortura diverse tipologie di maltrattamento
suddividendole in tre categorie:
-
tortura psicologica,
che a differenza della precedente, mira a
distruggere l’identità della vittima e a spossarla
psicologicamente attraverso ripetute umiliazioni,
violazioni e messaggi paradossali
E’ necessario
sottolineare l’utilizzo di sempre nuove tecniche e
strumenti di tortura volti a non lasciare tracce e segni
visibili e a cancellare ogni prova.
Tutti questi metodi di
tortura, inoltre, di tipo
fisico, mentale o sessuale che siano, possono essere
applicati simultaneamente o alternativamente seguendo un
iter talvolta scientificamente collaudato e pianificato.
Allo stesso modo, anche gli effetti delle varie tecniche
descritte, colpendo diverse aree dell’universo
della vittima possono sovrapporsi o integrarsi in
“intrecci patologici” la cui devastante gravità tende ad
accrescere, talvolta in modo irreversibile.
Altro importante dato da
evidenziare è che ,oltre a questi maltrattamenti la cui
crudeltà è comunemente riconosciuta, il Protocollo di
Istanbul definisce come tortura anche una serie di
situazioni e comportamenti che spesso non sono
considerati tali, perché ritenuti, a torto, meno
lesivi. Queste tipologie di violenza, definite come
“Trattamenti Inumani e Degradanti” possono assumere le
più svariate forme. Nel Protocollo di Istanbul vengono
individuate le forme più frequenti.
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