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Dal Medio Oriente All’italia,
Storie Di Richiedenti Asilo E Migranti Sudanesi
A cura di Linda Sette
Il punto di partenza della ricerca “Esperienze dei richiedenti asilo
e migranti nei loro viaggi dal Medio Oriente all’Europa” realizzata
nel 2006 dal CIR e da altri partner europei nell’ambito del
programma della Commissione europea “Aeneas” è rappresentato da una
serie di interviste a migranti, richiedenti asilo, e rifugiati
che hanno attraversato e/o hanno vissuto nei paesi del Medio Oriente
(Libano, Giordania, Egitto e Siria) prima di arrivare in Italia,
Cipro e Grecia. Le interviste hanno rappresentato un mezzo per
raccogliere e organizzare le informazioni.
Le persone intervistate, tutti richiedenti asilo, sono sudanesi che
vivono nel nostro paese. Apparentemente nessuno di loro aveva un
piano chiaro sulla destinazione al momento della partenza dal paese
di origine. Tutti hanno affermato “Volevo solo lasciare il mio paese
e andare in Europa”
Hanno dichiarato comunque che il loro obiettivo non era esattamente
quello di raggiungere e sistemarsi definitivamente in Italia.
Sognavano di raggiungere la Gran Bretagna o altri paesi del nord
Europa. Le due maggiori cause che hanno provocato la partenza dal
paese di origine sono: mancanza di libertà e problemi economici.
Sembra che la pressione esercitata dalla combinazione di questi due
fattori abbia generato la decisione di emigrare a tutti i costi.
Metodologia
In questa ricerca, le interviste ai migranti sono state il mezzo
principale per reperire le informazioni.
Il CIR ha intervistato 10 persone provenienti dal Sudan. Nessuno ha
concesso il permesso per l’uso dei nomi nella ricerca. E’ stato
concordato di non inserire nemmeno le iniziali.
Le lingue utilizzate durante le interviste sono state: italiano,
inglese e arabo. Un interprete è stato sempre presente durante le
interviste, vista la richiesta esplicita da parte degli
intervistati, che si sentivano più sicuri avendo la certezza che
potevano essere sostenuti in caso di necessità.
Caratteristiche degli
intervistati
Gli intervistati sono tutti richiedenti asilo. Nove uomini e una
donna, tutti sudanesi.
I
paesi di transito prima dell’arrivo in Italia sono: Egitto, Siria e
Libano. Hanno lasciato il loro paese in via definitiva tra il 2002
ed il 2004. Prima di lasciare il loro paesi di origine per
raggiungere l’Europa, hanno tutti fatto esperienze migratorie
temporanee. Uno di loro ci ha riferito che già nel 1987 aveva
tentato di lasciare il Sudan: “Lavoravo per una compagnia italiana
nel Darfur ed avevo guadagnato i soldi per partire. Volevo offrire
di più alla mia famiglia così presi la decisione di andare a cercare
un lavoro in Iraq. Ho vissuto lì per 4 anni come lavoratore”.
Dopo questa esperienza è tornato in Sudan ma dopo alcuni mesi è
partito per la Libia per cercare un lavoro.
“Dopo due anni sono tornato indietro ancora una volta, perchè avevo
capito di non avere vere opportunità in Libia: la Libia era come il
Sudan …lavoravo come pescatore. Era un lavoro duro!”
Tutti sono sposati ma sono venuti da soli in Italia, visto che non
avevano i mezzi economici per pagare il viaggio a tutta la famiglia
ed anche perchè avevano la speranza di stabilizzarsi prima di
riunificari con le proprie famiglie: “non ho una casa, un lavoro
stabile…Come posso chiedere a mia moglie di venire in Italia?”
Hanno contatti soltanto telefonici con le famiglie e soltanto
quando hanno i soldi per chiamare il Sudan. Uno di loro non ha
sentito la famiglia per oltre un anno (periodo del viaggio).
La donna che abbiamo intervistato è l’unica ad essere partita
specificamente per raggiungere l’Italia per raggiungere suo
fratello, dopo un periodo trascorso in Egitto. Voleva lasciare il
suo paese perché: “avevo un lavoro ma quello che guadagnavo era
insufficiente per condurre una vita normale. I miei diritti, come
donna e come cittadina, non erano affatto rispettati. Ero obbligata
a vestirmi come una musulmana, ma io sono cristiana. Le donne hanno
una vita più difficile rispetto agli uomini, non ci è consesso
prendere alcuna decisione, nemmeno sull’uomo che desideri sposare.
Anche se questo non è il mio caso”. Ha lasciato il Sudan con il suo
passaporto nazionale e ha raggiunto inizialmente l’Egitto.
Lì la situazione non era molto favorevole.
Ha fatto richiesta all’UNHCR di essere considerato per
reinsediamento, ma dopo una lunga attesa (3 anni) non è successo
nulla. Così ha deciso di partire per l’Italia, dove ha presentato
richiesta di asilo. Al momento dell’intervista non aveva ancora
ricevuto una risposta.
Nessuno degli intervistati ha un lavoro stabile e conseguentemente
tutti hanno grosse difficoltà con l’alloggio.
Tutti vivono in centri di accoglienza gestiti da associazioni
religiose (gesuiti in questo caso), molti di loro mangiano presso la
mensa della Caritas di Roma. La donna è in qualche modo la più
protetta, visto che ha un fratello in Italia, un rifugiato da lungo
tempo, che lavora come mediatore culturale ed è in grado di
ospitarla.
Rotte e modalità di
viaggio
E’stato interessante scoprire che nessuno degli intervistati è
entrato in Italia direttamente dai paesi di transito di interesse di
questo studio. Per chiarire questo punto utilizzeremo la narrazione
dei viaggi più significativi così come decritti dagli intervistati:
Viaggio 1
“Avevo ho deciso di venire in Italia. Ero già andato in Libia per
provare a partire; in Libia avevo già lavorato per due anni, come
pescatore. Un mio amico ha organizzato tutto…era abituato ad
organizzare viaggi in Italia. Sapeva che ero povero e non potevo
pagarlo, così mi propose un affare: mi avrebbe pagato perchè
portassi la barca ed i 28 “passeggeri” paganti in Italia. Accettai,
perchè era l’unica opportunità che avrei mai potuto avere: lavoravo
duro per mandare i soldi a casa e per me era impossibile affrontare
la spesa di un viaggio in Italia! Qualcuno della
guardia costiera libica sapeva di
questi viaggi ed era d’accordo. Il viaggio andò bene.
L’imbarcazione non era male e il tempo era buono, alla vista
dell’Italia (Lampedusa), ho notato un’imbarcazione libica dietro di
noi, così, spaventato, decisi di virare verso la Tunisia. Virai di
nuovo verso la Sicilia quando ho ritenuto opportuno. Arrivammo ad
Agrigento 28 ore dopo la partenza.
Viaggio 2
“
In Sudan sono stato arrestato con l’accusa di spionaggio contro il
Governo. Ero stato in prigione per 8 mesi quando le guardie dissero
a me e agli altri prigionieri che avrebbero potuto liberarci dietro
un pagamento. Abbiamo pagato e siamo stati liberati. Ho dato loro
tutto ciò che avevo: 700 $ americani. Decisi di lasciare il Sudan
dopo questa esperienza, era il 2003. Conoscevo alcune persone che
aiutavano i sudanesi ad entrare in Egitto. Io non avevo soldi per
pagarmi il viaggio. Mi proposero di seguire una carovana che andava
verso la città di UmBaba
, dato che conoscevano i percorsi migliori per raggiungere l’Egitto.
Lasciai il Sudan a piedi al seguito della carovana. Arrivammo
qualche giorno dopo. Entrai in Egitto senza problemi. Non avevo
alcun documento, ma il confine non è molto controllato. Era molto
frequente che le carovane entrassero per il mercato. Entrai in
Egitto e mi fermai ad UmBaba per circa due mesi. Lì contattai alcune
persone di cui mi avevano parlato prima di partire dal Sudan. Mi
procurarono documenti falsi come studente. Per pagarli lavorai al
mercato. Dopo aver ricevuto i documenti decisi di andare al Cairo.
Lì, pensai, posso recarmi in alcune ambasciate di paesi europei per
chiedere protezione ed aiuto. Ero davvero spaventato di dover
tornare in Sudan dopo la mia terribile esperienza in prigione. I
miei connazionali al Cairo, però, mi scoraggiarono di far
riferimento alla ambasciate. Dicevano che era molto rischioso e che
potevo essere rimandato in Sudan. Mi aiutarono a trovare un lavoro
ed un luogo in cui vivere, mentre aspettavo di lasciare l’Egitto.
Lavorai come fabbro per un egiziano e vivevo nel negozio. Non avevo
alcun contatto fuori dal luogo di lavoro. Ero davvero spaventato di
dover tornare in Sudan! Non ho mai tentato di contattare alcuna ONG,
non nemmeno se ce ne fossero. Non ho provato a contattare
organizzazioni internazionali, perché avevo solo documenti falsi.
Vivevo sempre al chiuso per evitare i controlli da parte della
polizia. Decisi di lasciare l’Egitto appena avevo guadagnato
abbastanza soldi per pagare il viaggio. Non potevo più vivere come
un prigioniero e non avevo alcuna speranza. Pagai un tizio 100 $ per
un passaggio fino al confine con la Libia. Ero cosciente che
l’egiziano che guidava apparteneva ad un’organizzazione criminale
che si occupava di traffico di persone. Viaggiavo con altri sudanesi
nelle mie stesse condizioni. Arrivammo al confine in alcune ore.
Attraversammo il confine senza alcun problema. La frontiera tra
Egitto e Libia è quasi completamente senza controlli. Ci lasciarono
dove non c’erano controlli. Appena in Libia fermammo un taxi che
passava,
e abbiamo pagato 10 $ a testa per raggiungere Bengasi (70 $ in
tutto). A Bengasi c’erano molti sudanesi che aspettavano di partire.
Rimasi lì per tre mesi. Alcuni amici mi aiutarono a trovare un
lavoro. Lavorai come autista in una cava. Da Bengasi andai a
Tripoli, dove contattai alcuni sudanesi, “mediatori” tra coloro che
vogliono partire e le organizzazioni criminali libiche che
organizzano viaggi. Ho pagato 1.200 $ ed ho ricevuto una “carta”.
Poi ho atteso di essere chiamato per il viaggio. Dopo essere stato
chiamato, sono rimasto nascosto in un grande posto con altre
persone, circa 60, anche loro in attesa. Una notte mi imbarcai per
l’Italia con altre 21 persone. Dopo il primo giorno abbiamo finito
il carburante, così abbiamo dovuto costruire vele con i vestiti e
altri materiali che trovammo a bordo. Il viaggio è durato 5 giorni,
quando, intercettati dalla guardia costiera italiana, siamo stati
portati in salvo. Siamo arrivati a Lampedusa e dopo tre giorni sono
stato trasferito nel Centro di Crotone…”
Viaggio 3
“Vivevo a Khartoum, e lavoravo in una fabbrica di motori. Non
guadagnavo abbastanza per vivere. Ho lasciato il mio paese nel 2002.
All’inizio avevo deciso di trasferirmi in Siria…ho degli amici che
potevano aiutarmi. Volevo di fatto raggiungere l’Europa, ma
all’inizio non sapevo come organizzare il viaggio….Lasciai il mio
paese in aereo per Damasco. Il biglietto costò 600 $. Non riuscii a
trovare un lavoro, vissi con l’aiuto dei miei amici. Sapevo che a
Damasco c’era l’UNHCR, sapevo anche che potevano aiutarmi mandandomi
da qualche parte (in America o altrove). Decisi però di non
contattarli. Dopo alcuni mesi, decisi di lasciare la Siria per
andare in Libano: mi era stato detto che lì era più facile trovare
lavoro e che la società è più aperta. Andai in Libano in autobus.
Nessun controllo in frontiera. Il viaggio durò circa tre giorni. Mi
stabilii a Beirut. Non avevo alcun documento. Sono stato aiutato da
alcuni amici, che mi hanno anche trovato un lavoro, un buon lavoro.
Non sono mai stato senza lavoro in Libano. Riuscii a lavorare anche
senza documenti. La polizia non controlla i lavoratori. Lavoravo in
alberghi e ristoranti come addetto alla sicurezza. Più tardi ho
lavorato come guardia del corpo di diversi personaggi importanti.
Quando non lavoravo, uscivo portando con me i documenti di amici
sudanesi. Guadagnavo molto. Potevo permettermi di pagare l’affitto
di un appartamento. Avevo una macchina ed ero fidanzato. Ho vissuto
in Libano per tre anni. Anche in Libano ho evitato di rivolgermi
all’UNHCR perché non avevo documenti e non volevo tornare in
Sudan…decisi di lasciare il Libano perché volevo una vita normale,
con i miei documenti…volevo stabilirmi in un paese libero…
Dal Libano tornai in Siria. Ero con altri 4 ragazzi ed una ragazza.
Attraversammo la frontiera a piedi. Nessuno controllò i nostri
documenti. Dalla Siria andammo in Turchia a piedi. Un ragazzino ci
faceva da “passeur”. Aveva circa 12 anni. Sapeva la
strada…eravamo a piedi e dovevamo attraversare difficili percorsi di
montagna.
Siamo entrati in Turchia dopo più o meno una settimana di cammino.
Da Antakya abbiamo preso un autobus di linea fino ad Istanbul. Una
volta arrivati abbiamo contattato il numero di telefono che ci aveva
dato il ragazzino. La persona ad Istanbul si è fatta pagare 1.500
Euro per portarci con un camion in Bulgaria. Siamo stati ad Istanbul
solo per pochi giorni, poi siamo partiti. Al confine il camion è
stato controllato e noi scoperti. Siamo stati picchiati dalla
polizia, che ci aizzò contro anche i loro cani. Siamo tornati ad
Istanbul. Abbiamo vissuto in strada per 4/5 mesi. La Turchia non è
come il Libano, era molto difficile trovare un lavoro e non avevamo
amici che potessero aiutarci. Non abbiamo contattato nessuna ONG.
Non sapevo nemmeno se ce ne fossero. Il nostro unico obiettivo era
raggiungere l’Europa. Alcuni turchi ci hanno aiutato a trovare cibo
e vestiti. Subito dopo l’arrivo, prendemmo contatto con gli stessi
trafficanti che ci avevano portato in Bulgaria. Pagammo un prezzo
più alto per raggiungere l’Italia. I trafficanti ci misero in una
casa a Istanbul, dove aspettammo di partire. Ci portarono a Smirne e
lì (nascosti in un appartamento) abbiamo aspettato per oltre 20
giorni prima di partire per l’Italia via mare. Arrivati in Italia,
non so dove, presi un treno per Roma…A Roma incontrai alcuni
sudanesi a cui chiesi di aiutarmi. Mi dissero che c’era un posto
dove vivevano molti sudanesi e mi ci portarono.
Rimasi scioccato da quel posto! C’era gente che dormiva per terra,
era tutto sporco e l’odore era così forte! Non avevo mai vissuto in
un posto simile. Pensavo di diventare matto. Rimasi lì per sei mesi.
Ho lasciato quel posto appena ho trovato un lavoro. Ho iniziato a
lavorare in alcune discoteche, pub e ristoranti come addetto alla
sicurezza, dove posso guadagnare 50 Euro per 8 ore di lavoro. Sono
anche andato nel Sud Italia per lavorare in campagna nel periodo
della raccolta dei pomodori. Lì non avevo bisogno di un luogo in cui
vivere, dato che io e gli altri eravamo obbligati a vivere in una
tenda in campagna. Io guadagnavo da 3 a 5 Euro per riempire 12
scatole di pomodori.
Conclusioni
Paese di Orgine
Interessante notare che tutti gli intervistati sono stati costretti
a lasciare il proprio paese di origine per una varietà di ragioni. I
seri problemi economici di cui tutti hanno avuto esperienza sono
sempre collegati a conflitti armati, timore di persecuzioni per
ragioni politiche, religiose ed etniche, alla instabilità generale.
Paesi di Transito
Paradossalmente, i paesi di transito (in particolare il Libano), che
almeno all’inizio erano considerati come paesi di destinazione,
offrivano opportunità migliori rispetto all’Europa/Italia.
Dal punto di vista della garanzia dei diritti, naturalmente, gli
intervistati hanno riferito gravi problemi, l’impossibilità di
ottenere uno status legale ed un riconoscimento sociale della loro
presenza nel paese.
D’altro canto, seppure in assenza di uno status legale, gli
intervistati potevano permettersi – dal punto di vista economico –
una vita quotidiana allo stesso livello di quella di un cittadino:
potevano lavorare e guadagnarsi da vivere.
Paese di accoglienza:
Italia
Dopo un lungo periodo in cui l’Italia era meramente un paese di
transito per migranti e rifugiati, negli ultimi 15 anni è diventata
un paese di destinazione e di “sistemazione” a lungo termine. Va pur
detto che, in molti casi, i migranti hanno ancora l’intenzione di
trasferirsi in altri paesi europei.
Per quanto concerne i richiedenti asilo, l’implementazione del
Regolamento Dublino II, ha reso questo genere di movimenti
pressoché impossibili. Durante gli ultimi 10/15 anni, l’Italia ha
affrontato il fenomeno dell’immigrazione principalmente attraverso
misure “ad hoc”, nel tentativo di gestire i diversi flussi
migratori (per esempio: dall’Albania nel 1997, dal Kosovo nel 1999,
solo per menzionare i più recenti).
Vale la pena ricordare che il Parlamento italiano – ancora oggi –
non ha ancora discusso/approvato una legge organica sull’asilo.
I
richiedenti asilo, intervistati, sono perfettamente a conoscenza di
questa lacuna legislativa. Uno di loro ha, infatti, detto: “In
questo pese sento che c’è troppa confusione…ci sono troppi stranieri
con status diversi…sento che ogni istante può accadere o cambiare
qualcosa…”.
Anche altri hanno parlato di “incertezza”, “difficoltà nell’ottenere
il riconoscimento dei diritti dei rifugiati” e “ignoranza” anche a
livello istituzionale (per esempio: gli uffici competenti presso i
comuni).
Ruolo delle Comunità
Sia nei paesi di transito che in Italia, gli intervistati hanno
spesso menzionato il ruolo fondamentale delle comunità dei paesi di
origine. Possiamo dire che le Comunità offrono servizi di
orientamento ai nuovi arrivati principalmente perché hanno una
maggiore capacità di raggiungere gli interessati e di condividere
l’esperienza di integrazione nel paese di approdo.
La situazione in Sudan a partire dal 1987 è
diventata molto difficile, dato che molte compagnie
straniere avevano sospeso le attività a causa della guerra
civile. Molte persone furono obbligate a lasciare il paese
per guadagnarsi da vivere.
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