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Morti nel Mediterraneo. Intervista ECRE con Tineke Strik, Rapporteur per l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa

 

30 gennaio 2012 – L’ECRE-Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (rete di cui fa parte il CIR) ha intervistato Tineke Strik, rapporteur per l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa che sta investigando sulla morte nel Mare Mediterraneo di 61 persone nel loro viaggio dalla Libia verso Lampedusa. Da gennaio 2011, oltre 2.000 persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere la salvezza in Europa.

Tineke Strik è membro del Senato Olandese e della Commissione su Migrazioni, Rifugiati e Sfollati e Presidente della Sub-Commissione sui Rifugiati di PACE. E’ anche affiliata del Centro per il Diritto dell’Immigrazione (come professore assistente in Diritto dell’Immigrazione) all’Università Radboud a Nijmegen.

Riportiamo l’intervista realizzata dall’ECRE lo scorso 9 dicembre 2011.

 

Quali sono, sinora, le principali conclusioni del vostro rapporto sulle morti nel Mediterraneo?

Abbiamo parlato con i sopravvissuti e con il prete che ha ricevuto la richiesta di soccorso dalla barca in pericolo, con la Guardia Costiera Italiana, con l’UNHCR Italia e anche con il Consiglio Italiano per i Rifugiati, membro dell’ECRE. Abbiamo anche parlato con differenti interlocutori a Bruxelles, inclusa la NATO, l’Ambasciatore del Consiglio d’Europa, Amnesty e differenti MEPs.  Nell’audizione PACE che si è tenuta il 4 Novembre a Parigi abbiamo avuto una discussione con numerosi esperti in diritto internazionale, Frontex, UNHCR e CRI. Abbiamo raccolto un gran numero di informazioni.

 

Abbiamo già inviato altre richieste di informazioni per capire, tramite mappe satellitari e registri, se c’erano imbarcazioni vicine alla barca in pericolo. Una volta che sapremo sotto quali bandiere queste barche stavano navigando, saremo in grado di rintracciare quali governi potrebbero essere responsabili, e chiedere loro se sapessero che la nave che chiedeva aiuto fosse in pericolo o no, e come hanno agito sulla base di questa informazione.

 

Attualmente stiamo ancora aspettando quest’informazione. Sfortunatamente ci vuole tempo per ottenerle ma noi stiamo cercando di venirne a capo attraverso diversi canali. Abbiamo approcciato l’Alto rappresentante Ashton e chiesto il suo consenso per fornirci i dati del Centro Satellitare europeo. Al Consiglio d’Europa abbiamo già usato questo genere di informazioni, per esempio per rilevare i centri di detenzioni illegale usati dalla  CIA. Speriamo quindi che la Ashton ancora una volta coopererà.

 

Chiediamo anche che la NATO ci fornisca le informazioni e abbiamo anche domandato a tutti i paesi che hanno preso parte in quel periodo alle operazioni Nato in Libia e che avevano barche nell’area di fornirci i dati su dove le loro imbarcazioni si trovassero e quando. La NATO ha promesso di richiedere agli Stati Membri di darci queste informazioni, anche se queste imbarcazioni non erano sotto il comando NATO.

Se questo non accadrà, abbiamo ancora i nostri deputati nazionali che potranno fare pressioni, se necessario, sui governi dei loro paesi di origine per raccogliere le informazioni.

 

Se dei Paesi sono stati coinvolti  potrebbero non volerlo ammettere, cosa che rende la mia posizione difficile. Non sono un giudice e non ho poteri di ingiunzione, sono parzialmente dipendente dalla cooperazione delle parti in causa. Ma io penso che tutti possano beneficiare della trasparenza rispetto a ciò che è avvenuto, per evitare queste tragedie in futuro.  

 

Ci può dire del caso specifico su cui si sta concentrando la sua indagine, nel quale 61 persone sono state lasciate morire, nonostante avessero inviato richieste di aiuto?

 

Questo è stato un caso eccezionale. Le autorità conoscevano la località della barca e il fatto che fosse in pericolo. Ci sono anche dei superstiti che possono dirci cosa è successo.

Vorremmo usare questo caso come un esempio, tenendo a mente che nell’ultimo anno circa 2.000 persone sono morte o scomparse nel mare. Questo significa che proprio nell’anno in cui la regione del Mediterraneo era soggetta alla più forte sorveglianza, si è registrato il più ampio numero di morti e dispersi. Abbiamo fatto interviste con sopravvissuti ed è veramente importante avere un’immagine chiara e coerente di ciò che è accaduto. Finora non sappiamo come esattamente la barca andò alla deriva e chi può essere responsabile. Ma speriamo anche di raccogliere qualche raccomandazione generale su come prevenire queste tragedie. Se le obbligazioni internazionali non sono chiare, debbono essere chiarite. Se sono chiare ma non adeguatamente applicate, voglio formulare raccomandazioni su come assicurare la conformità della pratica.

 

Quale responsabilità hanno gli Stati per le persone in pericolo in mare?

 

Ognuno in mare ha la responsabilità di aiutare chiunque sia in stato di bisogno. Questo si applica a chiunque, a prescindere se stiamo parlando di navi militari, pescherecci, barche commerciali o qualsiasi altra cosa. L’unica eccezione è se il salvare una barca o una persona in pericolo possa mettere in pericolo la tua posizione o la tua barca. Comunque dovresti assicurarti che qualcun altro possa fornire l’aiuto necessario.

 

E’ molto difficile stabilire quale o quali attori dovrebbero coordinare la ricerca e il salvataggio. Il mare è diviso nelle così chiamate zone SAR  - di ricerca e soccorso - e in questo caso l’imbarcazione in difficoltà era nella zona SAR libica, la Libia non ha mai firmato la Convenzione SAR, il trattato che divide le responsabilità per le differenti zone tra gli Stati. Nonostante questa zona non fosse sicura neanche prima dei bombardamenti NATO, al tempo in cui la Libia era bombardata era chiaro a tutti che non c’era autorità libica che poteva essere responsabile o che avrebbe nella pratica realizzato le operazioni di ricerca e soccorso.

 

Non ci dovrebbero essere vuoti nelle divisioni di responsabilità e, finora, questo è esattamente quello che si può vedere è successo in questo caso. La guardia costiera italiana ci ha detto che se la barca fosse stata nella loro area, loro avrebbero assicurato che le persone nella barca fossero salvate o si sarebbero accertati che qualcun altro li avrebbe soccorsi. In questo caso,  la guardia costiera italiana rivendica che non era loro responsabilità soccorrere l’imbarcazione, hanno quindi inviato un messaggio ai natanti presenti nell’area chiedendo di fare verifiche su una nave che aveva problemi. In ogni caso, loro non si sono sentiti in nessun modo responsabili di verificare dopo cosa fosse accaduto. Qualcuno probabilmente raccolse gli ordini di soccorso perché sappiamo che dopo la richiesta di aiuto un elicottero ha sorvolato la barca e che tornò indietro, dopo poche ore, con bottiglie di acqua e biscotti. Le persone sulla barca pensavano, a quel punto, che si sarebbero salvate ma l’elicottero non tornò più indietro.

 

Quindi è possibile ipotizzare che ci fosse una nave non lontano dalla barca in difficoltà, che ha visto la barca ma non ha intrapreso azioni per soccorrere le persone in pericolo. Sembra molto strano che se una specifica operazione è fatta da un elicottero per verificare se c’è realmente una barca in difficoltà, nessuna operazione di soccorso sia avviata dopo. Mi sembra molto chiaro che l’impressione che si poteva avere dall’elicottero era che le persone nella barca necessitavano aiuto: i sopravvissuti hanno fatto segnali, preso e mostrato un bambino  per segnalare che c’erano anche bambini a bordo.     

 

E’ molto importante trovare chi ha inviato l’elicottero e sapere perché non sono ritornati all’imbarcazione per soccorrere quanti a bordo. Oltre la responsabilità di chiunque si trovi nelle vicinanze di un natante in difficoltà, il fatto è che c’è una zona SAR non coperta da un’autorità responsabile, e nessuno ha fatto alcunché per chiudere questo vuoto di protezione, il che preoccupa seriamente e sembra essere una chiara violazione delle leggi internazionali.

 

La legge internazionale del mare è chiara rispetto alle responsabilità?

 

Ciò che tutti hanno detto nell’audizione, incluso l’UNHCR e gli accademici, è che c’è un quadro legale e che la legge del mare, la legge umanitaria e la legge sui rifugiati sono molto chiare e complementari, e non sono tra loro in conflitto. La questione è se i paesi sono disposti ad applicarle. Poche settimane fa, si è tenuta una Conferenza Globale UNHCR su questo tema ed è stato emerso che non sono necessari strumenti aggiuntivi, ma che necessitiamo di capire come si può migliorare l’organizzazione della cooperazione in termini pratici al fine di assicurare che i paesi siano all’altezza dei loro obblighi. Non posso giungere a conclusioni, ma prenderemo questi risultati in conto.

 

Cosa può essere fatto per evitare queste tragedie alle frontiere europee?

 

Primo, dovremmo eliminare le ragioni per cui le persone si mettono in situazioni come queste. Quello che abbiamo visto in Libia è che tutti i rifugiati che venivano dall’Africa Sub Sahariana erano realmente forzati a prendere la via del mare dopo essere stati presi di mira da Gheddafi o dai ribelli. E’ piuttosto strano che noi facciamo sforzi per salvare le persone solo dopo che queste hanno già corso il rischio di annegare. Forse le persone in queste situazioni potrebbero essere evacuate prima che decidano di fuggire via mare.

 

Al momento non è chiaro quanto sia realistico che l’UE abbia un ruolo nell’evacuazione dei migranti in situazioni simili. Quello che abbiamo visto è che i cittadini dei paesi dell’Unione Europea sono stati evacuati ma non i rifugiati. E’ necessaria una volontà politica per aiutare persone bisognose al fine di evitare tali situazioni. Un altro punto è che la grande maggioranza delle persone dalla Libia sono fuggite in Tunisia e in Egitto e quindi necessiteremmo di migliori e meglio implementati programmi di reinsediamento.

 

Sarebbe importante che gli stati del sud non si sentissero più soli nel confrontarsi con questi problemi.  Ci sono forse dei vuoti nella SAR, ma anche per le persone che sono già soccorse, paesi come Malta e l’Italia sono recalcitranti a lasciare che raggiungano la terraferma. Anche se non ci sono scuse per rifiutare di soccorrere o sbarcare migranti tratti in salvo. Potrebbe essere d’aiuto se questi Paesi sapessero che non sono soli e che altri Stati Membri mostreranno solidarietà.

 

In alcune occasioni l’Italia ha perseguito pescatori e sequestrato le navi per un paio di anni perché erano sospettati di aver trafficato persone in Europa. Questo ha innalzato un’enorme barriera per i pescatori nel salvare le persone in mare. Ci sono problemi per i pescatori anche quando sbarcano, perché le imbarcazioni possono essere bloccate in un porto per settimane quando hanno tratto in salvo persone in mare. Le navi possono avere problemi se non aiutano le persone in pericolo e anche per il contrario.  

 

Quali sono le responsabilità di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e la Nato?

 

Io penso che dovremmo provare a trovare collegamenti internazionali per cooperare, gli Stati hanno questa responsabilità. La NATO non sembra volersi prendere tale responsabilità, ma allo stesso tempo le organizzazioni internazionali possono e debbono assicurare più cooperazione tra gli Stati in quest’area. Per singoli stati è anche difficile specificare chi dovrebbe prendere il comando e quali sono gli incentivi per farlo. Anche l’UE può giocare un ruolo, ora abbiamo differenti regolamenti e direttive e avrebbe senso quando ci sarà un sistema comune d’asilo che gli stati membri mirino a raggiungere accordi comuni in modo da rendere l’area del Mediterraneo sicura, così nessuno avrà bisogno di annegare.

 

 

Quale pensa sarà l’impatto del suo lavoro e dell’indagine?

 

Spero che il rapporto faccia crescere la consapevolezza degli obblighi internazionali e anche la consapevolezza dell’importanza di evitare simili tragedie. E’ importante che la violazione delle obbligazioni di soccorso non rimanga sotto silenzio o lasciata impunita. Se riusciamo a provare quali attori hanno sbagliato, gli Stati Membri saranno più cauti e ci sarà più pressione per cooperare e condividere le responsabilità, e per stabilire soluzioni pratiche e vincolanti. Essendo parte di un’assemblea parlamentare di parlamentari nazionali, spero anche che questa discussione avrà luogo nei Paesi membri. Trovo oltraggioso che questa tragedia possa avvenire così vicina ai nostri confini e che siamo stati così silenti.

 

Il Governo italiano ha dichiarato Lampedusa porto non sicuro per le operazioni di ricerca e salvataggio. Organizzazioni come Save the children e UNHCR, ma anche PACE e una delegazione di MEP hanno sottolineato il rischio che questo può comportare per le operazioni di ricerca e salvataggio, ovvero che diventino più complesse e che si prolunghi il tempo che le persone soccorse debbono passare in mare e quindi siano esposte a rischi. Quale è la sua opinione?

 

Sono d’accordo con i Parlamentari Europei Wikström e Sargentini. Siamo stati anche a Lampedusa nel Maggio 2011. Abbiamo visto le strutture e non erano certo fantastiche, ma erano sufficientemente buone perché le persone vi riposassero solo un pò dopo un viaggio difficile. Dopo possono essere trasferiti verso migliori  ripari. Ho parlato recentemente con il Parlamentare europeo Wikström che era inorridito dai centri di accoglienza che sono stati creati in Sicilia. Questi sono molto peggiori del Centro di Prima Accoglienza a Lampedusa. Una parte del centro in Lampedusa è bruciata, ma il centro può essere adattato agli standard richiesti dalla Direttiva sulle Condizioni di Accoglienza. L’Italia rivendica che il problema ricade su Lampedusa ma l’Italia è più grande della sola Lampedusa. Rispetto a questo, io credo che Malta come un paese membro veramente piccolo forse è in una posizione più difficile, ma che questo non la assolva dai suoi obblighi. Malta si lamenta di non essere in grado di affrontare la responsabilità che viene dalla loro grande zona SAR. Dovrebbero trovare un modo di ridurre la propria zona o fare in modo che altri paesi prendano parte alla zona SAR Maltese in modo da alleviare la propria posizione. Migranti e rifugiati non dovrebbero essere le vittime di questo.     

 

 

Come pensa che l’UE abbia risposto ai tumulti e alla Guerra in Nord Africa e, in particolare, al susseguente spostamento delle persone nella regione e l’arrivo di alcune di queste in Europa?

 

Nel mio report che segue le proteste nel Nord Africa, vediamo di gran lunga che la maggioranza delle persone che sono fuggite dalla Libia sono andate in Tunisia e in Egitto. C’è stata molto chiasso in Europa sui 25.000 che infine sono fuggiti in Italia. La Tunisia e l’Egitto ne hanno presi mezzo milione ciascuno, cifre che dimostrano quanto è grande il contrasto con l’UE, specialmente considerando che i Paesi Membri erano riluttanti a re insediare i rifugiati dai campi in Tunisia. Questo mentre la Tunisia e l’Egitto erano in una posizione molto vulnerabile nel periodo post-rivoluzionario. Se veramente vogliamo aiutare e rafforzare la stabilità nella Regione, dobbiamo mostrare a questi Stati che non sono da soli. Questi Paesi che hanno generosamente aperto i loro confini, hanno capito la situazione delle persone, mentre in larga misura noi siamo stati da una parte e abbiamo solo guardato.

 

Abbiamo fallito nell’aiutare l’Italia e Malta, specialmente quando paesi come la Francia e la Danimarca volevano chiudere le loro frontiere. Questo mostra esattamente quanto non siamo ancora pronti per un sistema comune di asilo. Facciamo bei discorsi pubblici ma quando si viene ai fatti, gli Stati Memebri non vogliono perdere la loro sovranità o essere turbati dagli sviluppi in altri luoghi. Non credo si possano avere entrambi: o hai un sistema comune e mostri solidarietà, o chiudi tutti i confini e reinventi la ruota.

 

Politiche comuni vanno mano nella mano con la solidarietà e infatti dovremmo guardare oltre le frontiere europee. Quello che vediamo è che i controlli alle frontiere e alle frontiere esterne dell’UE continuano a muoversi verso il Nord Africa e a volte anche più lontano. Non si può rivendicare che le nostre responsabilità comincino solo quando le persone hanno raggiunto il nostro territorio. Sono stata quindi veramente delusa quando la Commissione Europea ha risposto alla domanda della parlamentare Europea   Hélène Flautre riguardo quest’incidente, dicendo che la barca era in acque libiche e quindi non avevano poteri per essere coinvolti. Se certi atti, come respingere in alto mare o gli aaccordi bilaterali con paesi terzi non sicuri come la Libia, conducono alla morte o a trattamenti inumani o degradanti, gli Stati membri dell’UE e di altri paesi del Consiglio d’Europa sono responsabili per la violazione della CEDU. In questo senso ho grandi aspettative sulla decisione dell’ECHR sul caso Hirsi e altri vs Italia.

 

Quali cambiamenti si aspetta nei prossimi anni in Europa sull’asilo, sulle migrazioni e sul Sistema Comune di Asilo?

 

Non mi aspetto che avremo un sistema comune di asilo entro in 2012. Si può già vedere che le proposte della Commissione Europea non riflettono il fatto che i paesi accettino di stabilire un comune sistema di asilo. L’idea era di avere comuni procedure e standard uniformi, ma ci sono ancora troppe eccezioni e c’è la possibilità per i paesi di non  applicare certe regole o procedure.

 

Riguardo la Direttiva Procedure, la Commissione Europea è dovuta venire a molti compromessi, così ora c’è una proposta annacquata ancora sul tavolo del negoziato. Non c’è ancora un accordo sul Regolamento Dublino, la Direttiva accoglienza è ancora a un difficile punto, in particolar modo per la parte sul diritto dei richiedenti asilo di lavorare. La Direttiva Qualifiche è stata concordata, ma c’è ancora spazio per la discrezionalità dei Paesi Membri, quindi c’è ancora una lunga strada da fare prima che possa essere detto che l’Europa ha un Sistema Comune d’Asilo.

 

L’obiettivo era assicurare che i richiedenti asilo ottenessero lo stesso trattamento e avessero uguali opportunità di ottenere protezione in ogni Stato Membro quando chiedevano asilo e finora, questa, è un’enorme opportunità mancata.

 

La versione italiana dell’Intervista è stata curata da Valeria Carlini, CIR

 

Tineke Strik: “Anche se non ci sono scuse per rifiutarsi di soccorrere o di far sbarcare migranti soccorsi, potrebbe essere di aiuto se gli Stati del Sud sapessero che non sono soli e che gli altri Stati Membri saranno solidari”.