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Speciale 26 giugno 2008
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 PROGETTO VI.TO.

SI PRESENTA L'EQUIPE VI.TO. [1]

 

L’équipe sociale e legale che nel 1996 ha dato vita, all’interno del Consiglio Italiano dei Rifugiati (CIR), al progetto Vittime di Tortura (Vi.To), è andata negli anni concentrando la propria attenzione alle modalità di sostegno e ascolto dei richiedenti asilo, vittime di tortura e/o sopravvissuti a stragi di massa, e alle proprie capacità di lavoro. Il confronto con uomini, donne e adolescenti di ambedue i sessi, che strappati dalla violenza di disegni geopolitici ed economici a loro in parte ignoti, sono costretti a vagare, privi di tutto, in uno stato di necessità pressoché totale, nel dedalo di una realtà geografica, culturale, politica, linguistica, climatica, alimentare a loro ignota, chiede che l’équipe sia professionalmente all’altezza del compito e nel contempo autenticamente sensibile al loro stato di sofferenza e estraneamento.

 

Inizialmente gli/le operatori/trici dell’équipe non avevano una pregressa esperienza, come del resto allora nessun altro in Italia, delle problematiche connesse a questa specifica tipologia di richiedenti asilo. Non c’erano esperienze che fungessero da guida per la valutazione dei primi incontri e dei primi progetti. Ora, a distanza di alcuni anni, a dimostrazione della tragica progressione geometrica del fenomeno, della sua luttuosa espansione, sull’argomento si susseguono articoli ed interventi.

 

Di fronte all’allora improvviso ed imprevisto scoperchiarsi delle contraddizioni politiche/economiche/sociali tra i paesi del nord e del sud del mondo, l’équipe in modo pragmatico ha iniziato a muoversi cercando di fare un po’ di luce sulle determinanti storiche e politiche che sottostanno alla loro fuga e sui danni psichici e le peculiarità della loro sofferenza, tutta inscritta all’interno delle relazioni umane, sofferenza cioè pienamente antropogena.

 

Superata la fase iniziale di fiducia nelle prerogative oblative dei propri interventi, l’équipe si è resa sempre più conto che, per sottrarre il proprio lavoro al rischio di una assuefazione routinaria, doveva cercare di sintonizzare continuamente i suoi canali di ascolto alla drammaticità delle storie e delle sofferenze pregresse ed attuali e ai retroscena apocalittici di cui veniva a conoscenza. Ha iniziato a interrogarsi sulle proprie modalità di ascolto e di accoglienza, ha organizzato al proprio interno uno spazio per rielaborare e revisionare il proprio lavoro. Stabilire, per così dire, un monitoraggio, un work in progress che le permettesse di riflettere sulla propria prassi di aiuto e sostegno, sulla qualità del proprio porsi con gli utenti, sulle proprie modalità di ricezione, sul proprio coinvolgimento emotivo e sul ruolo e sul significato dell’essere, nell’attuale contingenza culturale, storica e politica, operatori di un’organizzazione non governativa.

L’équipe si è misurata con la difficoltà a continuare a mantenere vigile la propria sensibilità e, camera di decompressione, ma anche di rigenerazione, all’interno e all’esterno dell’orario di lavoro, si è dimostrata l’istituzionalizzazione di uno spazio - riunioni quindicinali, seminari, incontri tematici ecc. - per riflettere sul proprio operato e sul carico che si riversava sui singoli, depositari/e di vissuti di violenza, lacerazioni affettive e spaesamento violentemente alienanti.

 

Nel vuoto, depersonalizzante scorrere delle ore e dei giorni - la richiesta di asilo politico viene vagliata dalla Commissione del Ministero degli Interni mediamente dopo un anno dal loro arrivo - i sopravvissuti a torture e stragi di massa, sono costretti a vivere in una realtà che non rimanda loro alcun senso, mentre lo stesso corpo, per le violenze subite e per la sintomatologia di cui si fa espressione diviene loro ignoto; così come lo è l’incomprensibile alterazione della loro personalità, soggetta a stati di obnubilamento, depersonalizzazione, numbing, arausal e alla dialettica del trauma catastrofico che, a stati di ottundimento, alterna momenti in cui i ricordi irrompono nella coscienza in modo improvviso e violento.

 

Mentre la loro storia, per mancanza di ‘altri’ che la confermano e di un luogo comune e condiviso che l’accoglie e ne garantisce l’autenticità, viene forzatamente confinata in zone di ombra, nei colloqui con l’équipe - assistenti legali, sociali, medici, psicologi, psicoterapeuti, fisioterapisti ecc. - essa torna improvvisamente in primo piano; negli incontri con gli operatori/trici, specie nei primi, questi contraddittori vissuti e la loro esperienza di vita e di sofferenza diventano incandescenti. Ed è così che, nel giro di pochi minuti, la coppia al lavoro misura la propria affidabilità e il proprio tasso di intesa.

 

Di fronte alle complesse peculiarità della loro area di intervento, alle risorse limitate e assolutamente inadeguate con cui deve quotidianamente fare i conti, l’équipe ha corso il rischio di assorbire valenze depressive, di connotare i propri interventi di sfumature di sfiducia e rassegnata impotenza o, all’opposto, di fare propri atteggiamenti di ingenua onnipotenza. Il pericolo di difendersi dietro l’anonimato di una relazione sostanzialmente burocratica - che misura le richieste dei richiedenti sulla base di risposte in termini primariamente economici e di disponibilità operative - o, viceversa, travalicare i confini che delimitano l’operare professionale dalle aree della vita privata.

 

E’ difficile riuscire a coniugare etica professionale e coinvolgimento emotivo, ciò lo è tanto più in questi incontri ove l’asimmetria è massima e gli operatori/trici si sentono direttamente o indirettamente chiamati in causa. Mantenere un equilibrio fra queste due sponde richiede un attento lavoro di affinamento dei propri livelli di empatia, delle capacità di ‘essere con l’altro’, un corretto rispetto delle distanze tra le persone senza, per questo, sottrarsi al coinvolgimento emozionale che permette la lettura dei bisogni che sottostanno alle loro richieste e alle quotidiane condizioni di sofferenza.

 

Mano a mano che le relazioni e gli scambi con i richiedenti asilo vittime di tortura hanno reso possibile agli operatori/trici del progetto Vi.To una diversa e maggiore comprensione delle loro problematiche, l’équipe è andata interrogandosi sul protocollo di cure, sulle priorità degli interventi, sui progetti riabilitativi e sulla ricaduta che gli standard delle strutture di accoglienza hanno sulla sofferenza e sulla identità dei loro assistiti, sull’incombente rischio di ritraumatizzazione.

 

Quali meccanismi di evitamento, rimozione, scissione si mettono in moto nei richiedenti asilo vittime di tortura e negli operatori/trici che con loro si misurano?

Non è questo il luogo e il momento di affrontare questo argomento; intendiamo qui solo avanzare una riflessione sulla categoria nosologica Post Traumatic Stress Disorder in cui di norma le persone con cui lavoriamo vengono fatte rientrare.

 

Come tutte le concettualizzazioni, questa categoria diagnostica ha una sua utilità e ad essa noi stessi ci riferiamo come sommaria indicazione di massima, ma nulla di più. Ci appare sempre più chiaro, infatti, che i sopravvissuti alle violenze delle prigioni, alle torture e agli eccidi di massa sono segnati da traumi che determinano nel loro mondo psichico devastazioni a cui la relativa voce del DSM (il manuale “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder”)non è in grado di dare significativa espressione.

La geografia mentale, i riferimenti affettivi ed identitari di queste persone, schiacciati dagli eventi che li hanno messi in fuga, residuano immagini di sé impossibili da rievocare, stati di vuoto e di ibernazione gravemente lesivi della loro persona. A tutto ciò, allorché “salvi” giungono in Italia, si aggiunge una diversa, ma non meno grave situazione traumatica. Si pensi, ad esempio, alle prime terribili settimane successive al loro arrivo. Di giorno, in un orizzonte che non ha alcun punto di riferimento, alla ricerca di cibo e un posto ove riparasi con il terrore di essere rinviati, come clandestini, nei loro paesi di origine; di notte costretti a dormire nei marciapiedi di una città totalmente sconosciuta, certamente non meno pericolosa ed indecifrabile delle foreste equatoriali. Poi l’inquietante interrogativo relativo al riconoscimento del loro status di rifugiati. Settimane e mesi di stress profondo, di traumi ripetuti ai quali non hanno alcuna possibilità di sottrarsi. Il PTSD non solo non prende in considerazione questa complessa plurideterminazione traumatica, ma rischia di rinchiuderli in una gabbia che, oltre che essere stretta, li spersonalizza.

Nel nostro lavoro di operatori/trici sociali e professionisti/e della salute mentale ci siamo sempre più resi conto di quanto è importante proteggere la loro privacy, e del valore che ha, per loro e per noi, il presentarci ai colloqui liberi di ogni schema interpretativo e da astratte categoria precostituite; di fare dell’incontro un possibile punto di catalizzazione che permetta loro di sentirsi ascoltati e renda possibile una iniziale riabilitazione e riappropriazione della loro dignità, infranta dagli eventi che li hanno sradicati dalla loro vita.

 

Siamo giunti alla convinzione che solo un incontro con un/a altro/a, che li/le vede nella unicità della loro storia e della loro sofferenza, possa permettere loro di riallacciare un discorso con la loro storia e permetta loro di fare dei passi fuori da quello stato di numbing che solitamente li accompagna; di iniziare a porre un freno ai loro densi vissuti di derealizzazione e depersonalizzazione.

 

L’équipe Vi.To

 

 

 


 

[1] Articolo pubblicato su “Cir Notizie” n. 6, Giugno 2005.