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L’équipe sociale e legale
che nel 1996 ha dato vita, all’interno del Consiglio
Italiano dei Rifugiati (CIR), al progetto
Vittime di Tortura (Vi.To), è andata negli anni
concentrando la propria attenzione alle modalità di
sostegno e ascolto dei richiedenti asilo, vittime di
tortura e/o sopravvissuti a stragi di massa, e alle
proprie capacità di lavoro. Il confronto con uomini,
donne e adolescenti di ambedue i sessi, che strappati
dalla violenza di disegni geopolitici ed economici a
loro in parte ignoti, sono costretti a vagare, privi di
tutto, in uno stato di necessità pressoché totale, nel
dedalo di una realtà geografica, culturale, politica,
linguistica, climatica, alimentare a loro ignota, chiede
che l’équipe sia professionalmente all’altezza del
compito e nel contempo autenticamente sensibile al loro
stato di sofferenza e estraneamento.
Inizialmente gli/le
operatori/trici dell’équipe non avevano una pregressa
esperienza, come del resto allora nessun altro in
Italia, delle problematiche connesse a questa specifica
tipologia di richiedenti asilo. Non c’erano esperienze
che fungessero da guida per la valutazione dei primi
incontri e dei primi progetti. Ora, a distanza di alcuni
anni, a dimostrazione della tragica progressione
geometrica del fenomeno, della sua luttuosa espansione,
sull’argomento si susseguono articoli ed interventi.
Di
fronte all’allora improvviso ed imprevisto scoperchiarsi
delle contraddizioni politiche/economiche/sociali tra i
paesi del nord e del sud del mondo, l’équipe in modo
pragmatico ha iniziato a muoversi cercando di fare un
po’ di luce sulle determinanti storiche e politiche che
sottostanno alla loro fuga e sui danni psichici e le
peculiarità della loro sofferenza, tutta inscritta
all’interno delle relazioni umane, sofferenza cioè
pienamente antropogena.
Superata la fase iniziale
di fiducia nelle prerogative oblative dei propri
interventi, l’équipe si è resa sempre più conto che, per
sottrarre il proprio lavoro al rischio di una
assuefazione routinaria, doveva cercare di sintonizzare
continuamente i suoi canali di ascolto alla drammaticità
delle storie e delle sofferenze pregresse ed attuali e
ai retroscena apocalittici di cui veniva a conoscenza.
Ha iniziato a interrogarsi sulle proprie modalità di
ascolto e di accoglienza, ha organizzato al proprio
interno uno spazio per rielaborare e revisionare il
proprio lavoro. Stabilire, per così dire, un
monitoraggio, un work in progress che le
permettesse di riflettere sulla propria prassi di aiuto
e sostegno, sulla qualità del proprio porsi con gli
utenti, sulle proprie modalità di ricezione, sul proprio
coinvolgimento emotivo e sul ruolo e sul significato
dell’essere, nell’attuale contingenza culturale, storica
e politica, operatori di un’organizzazione non
governativa.
L’équipe si è misurata
con la difficoltà a continuare a mantenere vigile la
propria sensibilità e, camera di decompressione, ma
anche di rigenerazione, all’interno e all’esterno
dell’orario di lavoro, si è dimostrata
l’istituzionalizzazione di uno spazio - riunioni
quindicinali, seminari, incontri tematici ecc. - per
riflettere sul proprio operato e sul carico che si
riversava sui singoli, depositari/e di vissuti di
violenza, lacerazioni affettive e spaesamento
violentemente alienanti.
Nel vuoto,
depersonalizzante scorrere delle ore e dei giorni - la
richiesta di asilo politico viene vagliata dalla
Commissione del Ministero degli Interni mediamente dopo
un anno dal loro arrivo - i sopravvissuti a torture e
stragi di massa, sono costretti a vivere in una realtà
che non rimanda loro alcun senso, mentre lo stesso
corpo, per le violenze subite e per la sintomatologia di
cui si fa espressione diviene loro ignoto; così come lo
è l’incomprensibile alterazione della loro personalità,
soggetta a stati di obnubilamento, depersonalizzazione,
numbing, arausal e alla dialettica del trauma
catastrofico che, a stati di ottundimento, alterna
momenti in cui i ricordi irrompono nella coscienza in
modo improvviso e violento.
Mentre la loro storia,
per mancanza di ‘altri’ che la confermano e di un luogo
comune e condiviso che l’accoglie e ne garantisce
l’autenticità, viene forzatamente confinata in zone di
ombra, nei colloqui con l’équipe - assistenti legali,
sociali, medici, psicologi, psicoterapeuti,
fisioterapisti ecc. - essa torna improvvisamente in
primo piano; negli incontri con gli operatori/trici,
specie nei primi, questi contraddittori vissuti e la
loro esperienza di vita e di sofferenza diventano
incandescenti. Ed è così che, nel giro di pochi minuti,
la coppia al lavoro misura la propria affidabilità e il
proprio tasso di intesa.
Di fronte alle complesse
peculiarità della loro area di intervento, alle risorse
limitate e assolutamente inadeguate con cui deve
quotidianamente fare i conti, l’équipe ha corso il
rischio di assorbire valenze depressive, di connotare i
propri interventi di sfumature di sfiducia e rassegnata
impotenza o, all’opposto, di fare propri atteggiamenti
di ingenua onnipotenza. Il pericolo di difendersi dietro
l’anonimato di una relazione sostanzialmente burocratica
- che misura le richieste dei richiedenti sulla base di
risposte in termini primariamente economici e di
disponibilità operative - o, viceversa, travalicare i
confini che delimitano l’operare professionale dalle
aree della vita privata.
E’ difficile riuscire a
coniugare etica professionale e coinvolgimento emotivo,
ciò lo è tanto più in questi incontri ove l’asimmetria è
massima e gli operatori/trici si sentono direttamente o
indirettamente chiamati in causa. Mantenere un
equilibrio fra queste due sponde richiede un attento
lavoro di affinamento dei propri livelli di empatia,
delle capacità di ‘essere con l’altro’, un
corretto rispetto delle distanze tra le persone senza,
per questo, sottrarsi al coinvolgimento emozionale che
permette la lettura dei bisogni che sottostanno alle
loro richieste e alle quotidiane condizioni di
sofferenza.
Mano a mano che le
relazioni e gli scambi con i richiedenti asilo vittime
di tortura hanno reso possibile agli operatori/trici del
progetto Vi.To una diversa e maggiore comprensione delle
loro problematiche, l’équipe è andata interrogandosi
sul protocollo di cure, sulle priorità degli interventi,
sui progetti riabilitativi e sulla ricaduta che gli
standard delle strutture di accoglienza hanno sulla
sofferenza e sulla identità dei loro assistiti,
sull’incombente rischio di ritraumatizzazione.
Quali meccanismi di
evitamento, rimozione, scissione si mettono in moto nei
richiedenti asilo vittime di tortura e negli operatori/trici
che con loro si misurano?
Non è questo il luogo e
il momento di affrontare questo argomento; intendiamo
qui solo avanzare una riflessione sulla categoria
nosologica Post Traumatic Stress Disorder in cui
di norma le persone con cui lavoriamo vengono fatte
rientrare.
Come tutte le
concettualizzazioni, questa categoria diagnostica ha una
sua utilità e ad essa noi stessi ci riferiamo come
sommaria indicazione di massima, ma nulla di più. Ci
appare sempre più chiaro, infatti, che i sopravvissuti
alle violenze delle prigioni, alle torture e agli eccidi
di massa sono segnati da traumi che determinano nel loro
mondo psichico devastazioni a cui la relativa voce del
DSM (il manuale “Diagnostic and Statistical Manual of
Mental Disorder”)non è in grado di dare
significativa espressione.
La geografia mentale, i
riferimenti affettivi ed identitari di queste persone,
schiacciati dagli eventi che li hanno messi in fuga,
residuano immagini di sé impossibili da rievocare, stati
di vuoto e di ibernazione gravemente lesivi della loro
persona. A tutto ciò, allorché “salvi” giungono in
Italia, si aggiunge una diversa, ma non meno grave
situazione traumatica. Si pensi, ad esempio, alle prime
terribili settimane successive al loro arrivo. Di
giorno, in un orizzonte che non ha alcun punto di
riferimento, alla ricerca di cibo e un posto ove
riparasi con il terrore di essere rinviati, come
clandestini, nei loro paesi di origine; di notte
costretti a dormire nei marciapiedi di una città
totalmente sconosciuta, certamente non meno pericolosa
ed indecifrabile delle foreste equatoriali. Poi
l’inquietante interrogativo relativo al riconoscimento
del loro status di rifugiati. Settimane e mesi di
stress profondo, di traumi ripetuti ai quali non hanno
alcuna possibilità di sottrarsi. Il PTSD non solo
non prende in considerazione questa complessa
plurideterminazione traumatica, ma rischia di
rinchiuderli in una gabbia che, oltre che essere
stretta, li spersonalizza.
Nel nostro lavoro di
operatori/trici sociali e professionisti/e della salute
mentale ci siamo sempre più resi conto di quanto è
importante proteggere la loro privacy, e del
valore che ha, per loro e per noi, il presentarci ai
colloqui liberi di ogni schema interpretativo e da
astratte categoria precostituite; di fare dell’incontro
un possibile punto di catalizzazione che permetta loro
di sentirsi ascoltati e renda possibile una iniziale
riabilitazione e riappropriazione della loro dignità,
infranta dagli eventi che li hanno sradicati dalla loro
vita.
Siamo giunti alla
convinzione che solo un incontro con un/a altro/a, che
li/le vede nella unicità della loro storia e della loro
sofferenza, possa permettere loro di riallacciare un
discorso con la loro storia e permetta loro di fare dei
passi fuori da quello stato di numbing che
solitamente li accompagna; di iniziare a porre un freno
ai loro densi vissuti di derealizzazione e
depersonalizzazione.
L’équipe Vi.To
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