|
Nel 2009 in Italia
drastica riduzione delle domande d’asilo
Il Punto:
Statistiche e Politiche
di Christopher Hein.
Direttore del CIR
Lo scorso 10 marzo il
Ministero dell’Interno ha pubblicato le statistiche sui richiedenti
asilo nell’anno 2009.
Totale delle nuove
richieste: 17.600 (nel 2008: 31.000); totale delle richieste
esaminate dalle Commissioni Territoriali: 24.000 di cui 2000 senza
decisione (rinunce; sospesi; casi Dublino). Questo numero include
naturalmente richieste presentate durante l’anno precedente.
Fra le richieste
esaminate, i principali gruppi nazionali sono: Nigeria; Somalia;
Eritrea; Pakistan; Ghana; Costa d’Avorio, Afghanistan – pressoché
nello stesso ordine rispetto al 2008.
Non sono stati
indicati i principali gruppi nazionali tra le nuove richieste
d’asilo nel 2009.
Tra le circa 22.000
decisioni prese, 10.000 hanno avuto il riconoscimento della
protezione internazionale (7.500) o della protezione umanitaria
(2.500). Ovvero, ad un 45% di tutti i richiedenti asilo viene
rilasciato un permesso di soggiorno; essi sono, in senso ampio,
rifugiati. Tale riconoscimento riguarda la totalità dei somali,
l’80% degli eritrei, la totalità degli afghani, ma poco più del 10%
dei nigeriani, peraltro “solo” con la protezione umanitaria.
C’è stata quindi una
drastica diminuzione del numero dei richiedenti asilo rispetto al
2008, a poco più della metà.
Ma i numeri vanno
interpretati. Gli arrivi via mare dal Nord Africa hanno continuato
nei primi mesi 2009 almeno con lo stesso ritmo dello stesso periodo
dell’anno precedente. E circa due terzi di tutti gli stranieri
sbarcati a Lampedusa o sulle coste meridionali della Sicilia hanno
chiesto asilo: con una media di 2.500 richieste al mese.
Purtroppo, non sono
state pubblicate statistiche mese per mese (come in quasi tutti gli
altri Stati dell’Unione europea).
Ma possiamo stimare
che nei 4 mesi da gennaio ad aprile 2009 circa 10.000 stranieri
hanno chiesto asilo, e durante i restanti 8 mesi dell’anno, da
maggio a dicembre, solo 7.000 circa. La media mensile è scesa da
2.550 unità a 900 unità, ovvero a poco più di un terzo del periodo
precedente.
Non ci può essere
dubbio che tale calo sia dovuto ad interventi politici. Infatti, il
7 maggio sono iniziati i respingimenti di barconi dal mare aperto
verso la Libia.
L’Italia, con la
politica dei respingimenti, ha effettivamente ed efficacemente
impedito alle persone di arrivare sulle proprie coste. Tra le
persone respinte e poi subito arrestate e messe in detenzione c’era
un elevato numero di cittadini somali ed eritrei – lo possiamo
affermare senza ombra di dubbio perché li abbiamo incontrati
personalmente nei centri di detenzione intorno a Tripoli.
Tra i respinti c’erano
quindi precisamente le nazionalità per cui, nella quasi totalità,
l’Italia ha riconosciuto la loro necessità di ottenere protezione.
Sono stati respinti rifugiati verso un Paese che non ha un sistema
di asilo e che non riconosce i loro diritti. L’Italia si è macchiata
della violazione del sacrosanto principio internazionale del divieto
di refoulement. Principio considerato talmente essenziale ed
importante da essere riconosciuto parte del diritto internazionale
consuetudinario, riguardante quindi per tutti gli Stati del mondo;
anche per quelli che non hanno aderito alla Convenzione di Ginevra
sui rifugiati.
La diminuzione del
numero delle richieste d’asilo da maggio 2009 in poi a un terzo
rispetto al periodo precedente non si spiega comunque solamente come
effetto della politica di respingimento che – secondo la nostra
storia, hanno interessato circa 1300 persone in modo diretto.
Il fatto è che
contemporaneamente la Libia ha cambiato la propria politica e ha
cominciato a impedire le partenze del barconi dalle proprie coste.
Le reti di trafficanti di persone sono state smantellate, un numero
impressionante di trafficanti – anche di nazionalità libica – è
stato messo in prigione, le zone costiere “a rischio” sono state
ulteriormente sorvegliate, cittadini stranieri già imbarcati sono
stati costretti al ritorno e sono stati arrestati.
A pochi mesi dalla
ratifica del Trattato italo-libico di amicizia da parte del
Parlamento italiano e di quello libico, e a pochi giorni dalla
consegna di motovedette italiane alle forze libiche per la
sorveglianza del Canale di Sicilia, la Libia ha ceduto alla
pressione da tempo esercitata dall’Unione Europea, con l’Italia in
testa, ha accettati il ruolo che l’Unione Europea desidera assegnare
a molti “Stati terzi”: “difendere” le frontiere esterne europee ben
prima della linea di demarcazione di tale frontiera. Non è più
Lampedusa l’estrema frontiera meridionale europea, bensì Zuwara o Al
Zawiah.
Così come da 2 anni
non sono più le Isole Canarie l’estrema frontiera occidentale
dell’Europa, bensì la Mauritania o il Senegal.
Non possiamo non
considerare che l’impedimento delle partenze dalla costa africana
verso l’Europa congiuntamente con la politica dei respingimenti, non
solo ha fatto diminuire il numero delle richieste di asilo in Italia
(o in Spagna), ma ha fatto diminuire anche il numero dei morti e dei
dispersi in mare, il numero dei naufraghi e delle tragedie che da
tanti anni si verificano durante l’attraversamento del Canale di
Sicilia (o dell’Atlantico orientale). Secondo i dati di “Fortress
Europe” i morti e dispersi nel Canale di Sicilia nel 2008 erano
1.274, nel 2009 invece 425.
Il dilemma è proprio
qui: da un lato bisogna insistere sul più scrupoloso rispetto del
divieto del refoulement e richiedere la cessazione immediata
di operazioni di respingimento che lasciano migliaia di rifugiati
senza protezione. E neanche è accettabile che l’Unione Europea, o un
Paese come l’Italia, sulla base di accordi bilaterali assista Paesi
terzi nella chiusura delle proprie frontiere, chiusura che impedisce
ai rifugiati di accedere alla protezione. Dall’altro lato non è
certamente auspicabile un ritorno allo “status quo ante”,
alla situazione del 2008, situazione in cui migranti e rifugiati non
avevano alternativa alcuna se non quella di imbarcarsi su barconi di
fortuna rischiando la morte durante l’attraversamento del mare. Non
può essere questa la finalità ultima degli interventi di enti come
il CIR.
Si ripropone quindi la
questione irrisolta dell’accesso di rifugiati alla protezione e
quindi dell’accesso al territorio italiano ed europeo fermo restando
che ogni richiedente asilo che vi arriva in qualunque modo ha il
diritto di essere ammesso alla procedura d’asilo. Il CIR propone da
anni modalità di ingresso legale e protetto di rifugiati e
richiedenti asilo.
Constatiamo con
stupore che il Programma di Stoccolma, approvato dal Consiglio
Europeo nel dicembre 2009, si limita a proclamare che “il
rafforzamento dei controlli alle frontiere non dovrà impedire
l’accesso ai sistemi di protezione a chi ha diritto di
beneficiarne”.
Niente si dice sul
modo in cui tale accesso sia garantito, per esempio, anche in
operazioni di controllo e di sorveglianza coordinate dall’Agenzia
Frontex.
In ogni modo sappiamo,
anche grazie alla presenza del CIR in Libia, che le persone fuggite
dal proprio Paese si trovano in una strada senza uscita: non possono
tornare da dove sono venuti, non possono arrivare in Italia, non
possono rimanere nel territorio in cui si trovano attualmente, per
esempio quello libico.
“L’area comune di
protezione e solidarietà” (annunciata dal Programma di Stoccolma) è
di poco valore per coloro che non riescono ad entrarvi.
In allegato
i dati del Ministero dell’Interno
(tratti dal sito www.interni.it)
UNHCR: ‘DIMEZZATE LE
DOMANDE DI ASILO IN ITALIA NEL 2009
ROMA, 12 marzo 2010 -
I dati sulle domande di asilo presentate in Italia nel 2009, resi
noti dal Ministero dell’Interno, evidenziano un drastico calo
rispetto all’anno precedente. Dalle 30.492 domande presentate nel
2008 si è passati infatti a 17.603 richieste di protezione
internazionale presentate nel 2009. Mentre a livello europeo si nota
una sostanziale stabilità nel numero delle domande, in alcuni paesi
europei come Francia (circa 42mila domande) e Germania (circa
27mila) le domande di asilo sono aumentate rispettivamente del 20 e
del 25% in rapporto all’anno precedente.
In Italia tale diminuzione può essere anche attribuita alle
politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e
Libia, fra cui la prassi dei respingimenti in mare. Va rilevato come
una gran parte di coloro che hanno raggiunto le coste italiane fino
al mese di maggio 2009 aveva fatto domanda di asilo. L’anno
precedente il 75% di coloro arrivati via mare aveva chiesto
protezione alle autorità italiane ottenendola nel 50% dei casi
circa.
“Il netto calo delle domande di asilo in Italia dimostra come i
respingimenti anziché contrastare l’immigrazione irregolare abbiano
gravemente inciso sulla fruibilità del diritto di asilo in Italia.”
ha dichiarato Laurens Jolles, Rappresentante dell’UNHCR per l’Europa
merdionale.
Dal maggio 2009 gli sbarchi sono calati del 90% rispetto all’anno
precedente mentre la violenza e l’instabilità nei paesi di origine
dei richiedenti asilo continuano a mettere in fuga sempre più
persone per cercare protezione in paesi sicuri. In Somalia più di
250mila civili sono stati costretti a lasciare Mogadiscio dal maggio
2009, quando i gruppi armati di opposizione hanno sferrato i primi
attacchi mirati a spodestare il governo di transizione appena
insediatosi. In Eritrea la leva obbligatoria a tempo indeterminato
per uomini e donne, insieme ad un deterioramento del rispetto dei
diritti umani, continua ad alimentare la fuga di molti dei suoi
cittadini.
Somalia ed Eritrea sono i principali paesi di provenienza dei
richiedenti asilo ai quali le autorità italiane hanno concesso nel
2009 l’asilo o la protezione sussidiaria (2.500 somali, 1.325
eritrei).
Tratto dal sito
www.unhcr.it
|