Questo è «il posto». Di fianco all'arco di
Giano, nel cuore della Roma antica, in un
palazzo casualmente appartato, le porte sono
aperte per chi arriva con un segreto
pesante: essere stato torturato nel proprio
paese. Quale paese? Non è difficile
sceglierne uno: basta prendere un mappamondo
e puntare il dito. E' altamente probabile
capitare su uno di quelli che pratica una
qualche forma di tortura contro gli
«avversari». A tutt'oggi, questo avviene nel
50% dei paesi del mondo. E in quanto a
immaginare chi potrebbe essere la persona
che bussa a questa porta, l'esercizio non è
tanto più difficile: una donna, un uomo, o
anche un bambino. Non ci sono limiti di età
per essere una vittima di tortura. Anzi, «un
sopravvissuto alla tortura». E' così che
preferisce chiamarli Fiorella Rathaus,
sociologa, da undici anni coordinatrice del
progetto Vi.To. per il Consiglio italiano
dei rifugiati (Cir), che ha sede nel palazzo
in questione. Il nome del progetto (acronimo
di «vittime della tortura») tradisce
l'«inesperienza» iniziale. Non che le
psicologhe, le assistenti sociali, gli
operatori che nel '96 iniziarono a
focalizzare il proprio lavoro sulla
riabilitazione delle persone che hanno
subìto tortura non fossero qualificati. Ma è
solo dopo qualche tempo, incontrando storie
e persone, che il linguaggio si è affinato,
le categorie tradizionali hanno iniziato a
mutare, le tecniche abitualmente utilizzate
per superare i traumi da tortura sono
risultate insufficienti. Spingendo Fiorella
a immaginare nuovi modi di intervento.
Passaggio fondamentale per chi ha subìto una
qualche forma di sevizia, spiega Fiorella, è
«avere un posto». E questo palazzo, ben
tenuto, con tante stanze e una cucina è il
posto principe del progetto Vi. To., che in
questi undici anni ha coinvolto circa 1.300
persone. All'ingresso ci sono alcuni
«batik», lavori in stoffa realizzati proprio
dai richiedenti asilo e rifugiati che hanno
partecipato ai laboratori «artistico-artigianali».
Ci sono poi i laboratori «artistico-espressivi»,
come il teatro, una tecnica che da diversi
anni viene utilizzata dal Cir per aiutare i
sopravvissuti alla tortura a ricordare cosa
è accaduto. A dirlo a se stessi per poi
dirlo agli altri. Proprio questa sera alle
21 a Roma, al Cortile Sant'Ivo di Corso
Rinascimento 40, andrà in scena lo
spettacolo «Sogni dall'esilio», liberamente
tratto da «Il marinaio» di Pessoa e
elaborato insieme ai ragazzi e alle ragazze
del laboratorio di riabilitazione
psicosociale di Vi.To.
«Il laboratorio teatrale si è rivelato uno
strumento incredibile per aiutare chi ha
subìto una tortura a riacquistare una
capacità simbolica. L'abilità, cioè, di non
vedere quello che ti è successo nel suo
significato nudo e crudo. Altrimenti, non
riuscirai mai a guardarlo in faccia. Ma,
invece, a riconquistare la capacità di
distanziarti così da poter distinguere te
stesso da quello che hanno fatto gli altri».
Tuttavia anche il laboratorio teatrale, che
implica una forte corporeità, può non essere
adatto ad alcune persone, continua Fiorella:
«Per questo puntiamo anche sull'artigianato.
Un esempio, che può sembrare sciocco: il
restauro si è rivelato una tecnica
formidabile. Il fatto di prendere un oggetto
vecchio, da buttare, prendersene cura,
riportalo a nuova vita, ha aiutato
moltissime persone a riacquistare fiducia e
capacità di autoanalisi».
Ma prima ancora è necessaria l'accoglienza.
Avere un luogo, come il vecchio palazzo
accanto all'arco di Giano «dove ci sono
delle persone che ti aspettano, che ti
ascoltano, che sono capaci di diventare il
tuo punto di riferimento». E' su questo che
agisce la tortura, soprattutto quella
«moderna»: far perdere ogni punto di
riferimento, inserire le persone all'interno
di una spirale paradossale. Ovviamente ci
sono ancora, e sono diffuse, le forme di
tortura che mirano a far provare dolore
fisico. «Ma sarebbe sbagliato cercare la
cicatrice», ammonisce Fiorella. Che
racconta, per far capire cosa significhi
precipitare in una spirale di paradossi, la
storia di un uomo detenuto - non tanto tempo
fa - in Iran. Costretto prima a tradire una
serie di suoi valori legati alla militanza
politica per salvare i propri figli, poi a
rifiutarsi di violentare sua figlia ma
essendo obbligato ad assistere allo stupro
ad opera di un altro uomo, e infine forzato,
comunque, a violentarla lui stesso. Sono le
«scelte paradossali» che mirano a
«frammentare» un individuo, a annientare
pezzo dopo pezzo, lentamente, la sua
personalità. Costringendolo,
contemporaneamente, a sentirsi in parte
responsabile.
Ma come si fa a riconoscere una vittima di
tortura? Ci sono alcuni criteri, certo,
spiega Fiorella: il paese di provenienza o
l'esperienza di un periodo di carcerazione.
Oppure alcuni atteggiamenti: avere
difficoltà di contatto fisico, mostrare
forme di paranoia. Ma per far emergere quel
tipo di trauma serve anche il tempo. E qui
si arriva alle critiche che si stanno
addensando intorno alla nuova procedura
avviata nel 2004 in Italia per riconoscere
lo status di rifugiato. La Bossi-Fini -
unica novità positiva secondo i detrattori
di quella legge - ha accorciato i tempi di
riconoscimento dello status di rifugiato.
«Una riforma a lungo attesa - ammette
Fiorella - M ora si è giunti all'estremo
opposto: ora i tempi sono strettissimi, due
mesi al massimo, e la maggior parte dei
richiedenti asilo viene trattenuta nei
centri di identificazione. Impossibile
intercettarli per progetti come il nostro.
Insomma - osserva Fiorella - il problema è
che il criterio con cui viene trattata la
questione degli asilanti è sempre la stessa:
sono considerati come un oggetto, una
categoria, non come persone». Che certo non
è una forma di tortura. Ma equivale,
comunque, ad infliggere una pena.