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Il Manifesto 26 giugno 2007

 

Se i sopravvissuti parlano dal palco

Teatro, restauro, laboratori artigianali. Sono tante le tecniche non tradizionali per aiutare chi ha subìto una sevizia a riacquistare la capacità simbolica. Stasera, a Roma, in occasione della giornata contro la tortura un gruppo di rifugiati va in scena e si racconta in pubblico

di Cinzia Gubbini

Questo è «il posto». Di fianco all'arco di Giano, nel cuore della Roma antica, in un palazzo casualmente appartato, le porte sono aperte per chi arriva con un segreto pesante: essere stato torturato nel proprio paese. Quale paese? Non è difficile sceglierne uno: basta prendere un mappamondo e puntare il dito. E' altamente probabile capitare su uno di quelli che pratica una qualche forma di tortura contro gli «avversari». A tutt'oggi, questo avviene nel 50% dei paesi del mondo. E in quanto a immaginare chi potrebbe essere la persona che bussa a questa porta, l'esercizio non è tanto più difficile: una donna, un uomo, o anche un bambino. Non ci sono limiti di età per essere una vittima di tortura. Anzi, «un sopravvissuto alla tortura». E' così che preferisce chiamarli Fiorella Rathaus, sociologa, da undici anni coordinatrice del progetto Vi.To. per il Consiglio italiano dei rifugiati (Cir), che ha sede nel palazzo in questione. Il nome del progetto (acronimo di «vittime della tortura») tradisce l'«inesperienza» iniziale. Non che le psicologhe, le assistenti sociali, gli operatori che nel '96 iniziarono a focalizzare il proprio lavoro sulla riabilitazione delle persone che hanno subìto tortura non fossero qualificati. Ma è solo dopo qualche tempo, incontrando storie e persone, che il linguaggio si è affinato, le categorie tradizionali hanno iniziato a mutare, le tecniche abitualmente utilizzate per superare i traumi da tortura sono risultate insufficienti. Spingendo Fiorella a immaginare nuovi modi di intervento.
Passaggio fondamentale per chi ha subìto una qualche forma di sevizia, spiega Fiorella, è «avere un posto». E questo palazzo, ben tenuto, con tante stanze e una cucina è il posto principe del progetto Vi. To., che in questi undici anni ha coinvolto circa 1.300 persone. All'ingresso ci sono alcuni «batik», lavori in stoffa realizzati proprio dai richiedenti asilo e rifugiati che hanno partecipato ai laboratori «artistico-artigianali». Ci sono poi i laboratori «artistico-espressivi», come il teatro, una tecnica che da diversi anni viene utilizzata dal Cir per aiutare i sopravvissuti alla tortura a ricordare cosa è accaduto. A dirlo a se stessi per poi dirlo agli altri. Proprio questa sera alle 21 a Roma, al Cortile Sant'Ivo di Corso Rinascimento 40, andrà in scena lo spettacolo «Sogni dall'esilio», liberamente tratto da «Il marinaio» di Pessoa e elaborato insieme ai ragazzi e alle ragazze del laboratorio di riabilitazione psicosociale di Vi.To.
«Il laboratorio teatrale si è rivelato uno strumento incredibile per aiutare chi ha subìto una tortura a riacquistare una capacità simbolica. L'abilità, cioè, di non vedere quello che ti è successo nel suo significato nudo e crudo. Altrimenti, non riuscirai mai a guardarlo in faccia. Ma, invece, a riconquistare la capacità di distanziarti così da poter distinguere te stesso da quello che hanno fatto gli altri». Tuttavia anche il laboratorio teatrale, che implica una forte corporeità, può non essere adatto ad alcune persone, continua Fiorella: «Per questo puntiamo anche sull'artigianato. Un esempio, che può sembrare sciocco: il restauro si è rivelato una tecnica formidabile. Il fatto di prendere un oggetto vecchio, da buttare, prendersene cura, riportalo a nuova vita, ha aiutato moltissime persone a riacquistare fiducia e capacità di autoanalisi».
Ma prima ancora è necessaria l'accoglienza. Avere un luogo, come il vecchio palazzo accanto all'arco di Giano «dove ci sono delle persone che ti aspettano, che ti ascoltano, che sono capaci di diventare il tuo punto di riferimento». E' su questo che agisce la tortura, soprattutto quella «moderna»: far perdere ogni punto di riferimento, inserire le persone all'interno di una spirale paradossale. Ovviamente ci sono ancora, e sono diffuse, le forme di tortura che mirano a far provare dolore fisico. «Ma sarebbe sbagliato cercare la cicatrice», ammonisce Fiorella. Che racconta, per far capire cosa significhi precipitare in una spirale di paradossi, la storia di un uomo detenuto - non tanto tempo fa - in Iran. Costretto prima a tradire una serie di suoi valori legati alla militanza politica per salvare i propri figli, poi a rifiutarsi di violentare sua figlia ma essendo obbligato ad assistere allo stupro ad opera di un altro uomo, e infine forzato, comunque, a violentarla lui stesso. Sono le «scelte paradossali» che mirano a «frammentare» un individuo, a annientare pezzo dopo pezzo, lentamente, la sua personalità. Costringendolo, contemporaneamente, a sentirsi in parte responsabile.
Ma come si fa a riconoscere una vittima di tortura? Ci sono alcuni criteri, certo, spiega Fiorella: il paese di provenienza o l'esperienza di un periodo di carcerazione. Oppure alcuni atteggiamenti: avere difficoltà di contatto fisico, mostrare forme di paranoia. Ma per far emergere quel tipo di trauma serve anche il tempo. E qui si arriva alle critiche che si stanno addensando intorno alla nuova procedura avviata nel 2004 in Italia per riconoscere lo status di rifugiato. La Bossi-Fini - unica novità positiva secondo i detrattori di quella legge - ha accorciato i tempi di riconoscimento dello status di rifugiato. «Una riforma a lungo attesa - ammette Fiorella - M ora si è giunti all'estremo opposto: ora i tempi sono strettissimi, due mesi al massimo, e la maggior parte dei richiedenti asilo viene trattenuta nei centri di identificazione. Impossibile intercettarli per progetti come il nostro. Insomma - osserva Fiorella - il problema è che il criterio con cui viene trattata la questione degli asilanti è sempre la stessa: sono considerati come un oggetto, una categoria, non come persone». Che certo non è una forma di tortura. Ma equivale, comunque, ad infliggere una pena.