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Immigrazione e diritti di
cittadinanza: è tempo di riscrivere il contratto sociale
26
gennaio 2012- Per rilanciare il dibattito sulla cittadinanza e
promuovere la ripresa dei lavori parlamentari per arrivare alla
modifica della legge sulla cittadinanza e quella sul diritto di
voto, Nessun luogo è lontano e il CIR hanno promosso a Roma presso
la Camera dei Deputati – lo scorso 13 dicembre - il Workshop
“Immigrazione e diritti di cittadinanza è tempo di riscrivere il
contratto sociale”; alla presenza di politici, esponenti degli enti
locali e delle associazioni. Di seguito pubblichiamo gli interventi
del Workshop, tra cui quelli dei parlamentari Sarubbi, Pezzotta,
Zaccaria, Porta.
Atti del Workshop “Immigrazione e diritti di
cittadinanza è tempo di riscrivere il contratto sociale”, promosso
da Nessun luogo è lontano e il CIR presso la Camera dei Deputati –
lo scorso 13 dicembre-2012.
INTERVENTI DI:
Giuseppe Casucci
- Coordinatore
Nazionale UIL Politiche Migratorie: introduzione e conclusioni
Christopher Hein
- Direttore del CIR
Fabio Porta,
parlamentare
Antonio Golini
– demografo
Andrea Sarrubbi – parlamentare
Fabrizio Molina
- Presidente di
“Nessun Luogo è Lontano”
Piero Soldini
– responsabile immigrazione CGIL
Franco Pittau
Coordinatore Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
Mohamed Tailmoun
- portavoce nazionale “Italia sono
anch’io”, Rete G2
Marina Porro
-segretario confederale UGL
Savino Pezzotta
– parlamentare
Roberto Zaccaria – parlamentare PD
Madison Gadoy
-
consigliere aggiunto del Comune di Roma
Liliana Ocmin.- Segretaria
confederale CISL
Fabio Granata – parlamentare FLI
Giuseppe Casucci
-
Coordinatore Nazionale UIL Politiche Migratorie:
Quest’iniziativa è nata in primo luogo dal CIR e dall’Ass. nessun
luogo è lontano e anch’io - come dirigente UIL - ho dato una mano
nell’organizzarla.
Sul tema della cittadinanza c’era una profusione di proposte.
Vediamo con molto favore la campagna “l’Italia sono anch’io”.
Tuttavia, pensavamo che ciò che mancasse fosse la buona volontà di
mettersi intorno ad un tavolo e individuare dei punti di incontro in
questa profusione di proposte.
Il
tema della cittadinanza non riguarda solo i bambini ci sono anche i
genitori, persone residenti in Italia da più di dieci anni che
contribuiscono economicamente a questo paese. E’ insopportabile
l’idea che una persona che abbia deciso di diventare italiano, di
sposare il punto di vista di questa società debba aspettare 13, 14,
15, 16 anni secondo una legge che è stata pensata circa 20 anni
fa.
Vent’anni fa c’era meno di un quinto della popolazione straniera,
c’erano 500.000 migranti in Italia oggi la loro presenza è aumentata
di 10 volte e non solo in termini di peso numerico. Senza di loro
oggi l’Italia avrebbe 55 milioni di abitanti, sarebbe ancora più in
declino, avrebbe molto più problemi a recuperare i soldi che
dobbiamo dare all’Europa, saremmo messi non male, peggio!
Da
qui nasce l’idea del contratto sociale che risale al pensiero di
Jean-Jacques Rousseau. Il concetto di cittadinanza s’intende un
patto tra i componenti della società che decidono insieme le regole
per convivere. Questo patto è stato fatto solo da una parte dei
cittadini, solo dagli italiani, ma dopo 20 anni, dopo che la
situazione è cambiata radicalmente, non può essere più considerato
valido e deve essere riscritto insieme ai nuovi cittadini, anche
perché rappresentano una ricchezza e punti di vista diversi che
possono offrire qualche idea in più. Soprattutto perché se una parte
del contraente con è chiamato a stabilire le regole, a firmare,
perché mai dovrebbe sentirsi parte.
C’è un altro aspetto che ci ha colpito.
Ci
sono 50.000/60.000 persone che ogni anno chiedono la cittadinanza;
quali sono le motivazioni che le spingono? E’ davvero perché si
vogliono sentire italiani o perché vogliono eludere il meccanismo
della Bossi – Fini. Ma possiamo ridurre l’aspirazione alla
cittadinanza italiana ad un espediente per non essere cacciati da
questo paese?
Abbiamo deciso quindi di mettere insieme tanti punti di vista.
Sappiamo che in Parlamento sono state presentate molte proposte, ora
c’è bisogno di una mediazione concertata, forse non riusciremo a
fare una rivoluzione in materia di cittadinanza, ma proviamo a
cambiare qualcosa con la buona volontà di tutti. Se questa
riflessione va avanti potrebbe diventare qualcosa di pubblico più in
là.
Christopher Hein
- Direttore del CIR:
L’obiettivo ambizioso dell’incontro è che ci sia una modifica della
legge sulla cittadinanza in questa legislatura, non vogliamo
rinviare oltre, aspettare nuove elezioni.
Dal dicembre 2009 il dibattito intorno a questo tema è fermo;
chiaramente le priorità del governo sono altre, nonostante tutto non
c’è più tempo per aspettare. Perché?
In
primo luogo, infatti, bisogna mettersi alla pari con altri paesi
importanti d’immigrazione europei.
L’Italia ha una popolazione residente di circa 12% della popolazione
totale dell’Unione Europea.
Nel 2009 nell’Unione Europea circa 800.000 stranieri hanno avuto la
cittadinanza di uno degli stati membri. In Italia nel 2009 abbiamo
avuto 64.000 stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza (pari al
7% della popolazione). Siamo lontani anche solo da una media. Se poi
confrontiamo le cifre di altri paesi nel 2009: 200.000 sono stati
naturalizzati nel Regno Unito, 135.000 in Francia, circa 100.000 in
Germania, 80.000 in Spagna.
Secondo punto, c’è una necessità ovvia di adeguare la legge sulla
cittadinanza ad un contesto profondamente mutato.
Non solo perché in Italia sono presenti 10 volte più immigrati che
nel 1992 ma anche perché e si è verificata una maggior
stabilizzazione dell’’immigrazione. Un numero impressionante di
bambini che nascono in Italia
In
terzo luogo, occorre ragionare in termini di un contratto sociale
per superare l’approccio che vede da una parte lo straniero che
chiede e dall’altra l’Italia che accorda più o meno generosamente.
Invece, l’Italia ha bisogno dell’immigrazione, di un rinnovamento
della popolazione e quindi non si tratta di generosità ma di un
incontro reciproco di interessi. Questo non ha un riflesso nella
legge e nemmeno nella classe amministrativa.
La
cittadinanza non deve essere vista come un escamotage per
evitare le file davanti alla questura per il rinnovo del permesso di
soggiorno e i labirinti burocratici ma un vincolo, un radicamento,
un investimento nella persona e nel paese. Non è facilitazione nella
vita quotidiana, questo è un riflesso, ma la cittadinanza è molto di
più. La modifica della cittadinanza ha una dimensione a lungo
termine non solo un’opportunità di un momento ma un radicamento,
perché il cittadino che diventa italiano fa sì che anche i suoi
figli lo saranno e dopo 5 anni di residenza potrà spostarsi in un
altro stato membro.
Il
cittadino che diventa italiano fa parte di una comunità nazionale:
stabilità di permanenza, di residenza e mobilità anche all’interno
dell’Unione Europea – grazie alla direttiva di poter richiedere
residenza in un altro stato membro dopo 5 anni di residenza stabile;
da cui il fenomeno in aumento delle migrazioni circolari. Dimensione
di mobilità che potrebbe contrastare con un radicamento.
In
ultimo, se si assume la logica del patto sociale, questo non
comprende solo cittadinanza ma un insieme di misure:
-
facilitare l’ottenimento dei permessi di soggiorno o la carta di
soggiorno;
-
promuovere il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni
amministrative (in attuazione del capitolo c del Consiglio d’Europa
che l’Italia non ha ratificato)
In
quest’incontro non si vuole avanzare una nuova proposta, accogliamo
favorevolmente la campagna “l’Italia sono anch’io”: il grande
successo della campagna è molto necessario perché apre il dibattito
sul tema nell’opinione pubblica, un tema che riguarda la
composizione della popolazione. Devono andare insieme “lo
scongelamento” del dibattito parlamentare con delle campagne
pubbliche che cercano di informare, mobilitare le persone su questo
tema.
Obiettivo dell’incontro è favorire un dialogo tra le varie parti e
arrivare ad una proposta adeguata entro l’estate del 2012: non la
proposta più radicale che non è realistico venga approvata in questo
momento ma una proposta che può cambiare la sorte di molte persone
nel breve termine.
Fabio Porta,
parlamentare
vorrei dare un contributo da un’angolatura un po’ diversa da quella
dei miei colleghi: dal punto di vista di un italiano che si è sempre
occupato di cooperazione e di immigrazione. Per quasi vent’anni ha
vissuto più all’estero che in Italia
Da
qui voglio partire per fare alcune brevi osservazioni. La prima, ho
letto tempo fa un saggio di due colleghi senatori Tiziano Treu e
Mauro Ceruti “Globalizzare l’altruismo” in cui si afferma la tesi
per cui attraverso politiche sociali d’integrazione e non di
esclusione non solo si danno risposte di solidarietà ma anche
contributi alla crescita del paese.
Infatti, fattore determinante nella competitività globale è quello
demografico. I paesi emergenti sono infatti quelli più popolosi,
crescono, si sviluppano e non solo per le materie prime ma anche
perché possono contare su grosse popolazioni. In questa competizione
fatta anche di demografia, l’Italia si permette di tenere ai margini
10 milioni di persone: in cui includo 5 milioni di stranieri e 5
milioni di italiani residenti all’estero, persone che potrebbero
dare un contributo importante, invece sono senza diritti sociali,
educativi.
Insieme alla ripresa del dibattito sulla legge sulla cittadinanza
dobbiamo puntare a una rivoluzione culturale a partire
dall’educazione nelle scuole – per es. proponendo uno studio
interdisciplinare sulla storia delle migrazioni, presupposto per
arrivare a un salto di qualità a un concetto ci cittadinanza non
come facilitazione ma elemento centrale di sviluppo dei diritti.
Il
concetto di cittadinanza non è solo facilitazione ma anche elemento
centrale di sviluppo del paese e dello stato del diritto.
Dobbiamo uscire da una falsa contrapposizione quella tra ius
solis e ius sanguinis, due principi che in realtà devono
convivere come succede in molti paesi europei
Concludo con un dato positivo. Questo governo si è dotato di un
ministro per la Cooperazione e l’Integrazione che ha rappresentato
una risposta alle sollecitazioni alle dichiarazioni del Presidente
della Repubblica. Il workshop di oggi rappresenta un contributo che
si inserisce in questa direzione.
Antonio Golini
– demografo
La
demografia considera le persone in base all’età, il ché rappresenta
un grande vantaggio, perché l’età procede solo in una direzione e
alla stessa velocità; fare proiezioni demografiche è quindi un
compito più facile rispetto a quelle economiche.
Ogni due anni l’Organizzazione delle Nazioni Unite elabora una
proiezione demografica per tutti i paesi.
Le
proiezioni fatte nel 2000 prevedono che in Italia nel 2050 ci
saranno 46 milioni di persone. Le ultime proiezioni con base 2010
prevedono 58 milioni di persone. L’immigrazione ci ha fatto
guadagnare 12 milioni di persone. Senza l’apporto dell’immigrazione
il declino della popolazione italiana sarebbe stato più accentuato.
Inoltre, c’è un incremento di 4.800 persone ultra ottantenni e una
diminuzione di 4.600 persone con meno di 80 anni. Se si parla di
evoluzione e di declino, ci vuole un equilibrio.
In
questo quadro il ruolo giocato dell’immigrazione è davvero di
assoluto rilievo.
Faccio riferimento alla sola immigrazione straniera in Italia.
Alla luce di queste cifre, la cittadinanza è questione centrale per
la società italiana.
Dobbiamo fare i conti con le nuove generazioni, le seconde
generazioni e la generazione 1,5 rappresentata dai bambini arrivati
da piccoli. Sono 600/700 mila i minori stranieri (più della
popolazione dell’intero Molise, pari alla popolazione di una regione
di medie dimensioni come la Basilicata).
Con quest’accumulazione c’è rischio di una rivolta.
E
se una rivoluzione tipo le banlieue parigine non c’è ancora
stata è dovuto alla frammentazione delle nazionalità tra i migranti
per cui il compattamento e la protesta sono più difficili. In
Francia, invece, c’è una grande concentrazione rappresentata dai
magrebini.
Vorrei esporvi ora 3 punti di vista sulla questione dell’attuale
normativa sulla cittadinanza:
1)
il
punto di vista degli stranieri
2)
il
punto di vista degli italiani
3)
quello europeo
1)
La
normativa è percepita come una forma manifesta di mancata
accettazione degli stranieri stessi e dei loro bambini, e quindi un
ostacolo psicologico ed operativo alla loro integrazione:
-
alimenta rifiuto e avversione nei confronti degli italiani e
dell’Italia
-
aumenta rischio di ghettizzazione sociale e territoriale anche nei
confronti delle seconde generazioni. (La prima generazione tende a
formare ghetti, che hanno anche valenza positiva perché aiutano
nella comprensione dei meccanismi sociali e burocratici da
ottemperare).
-
non
incoraggia gli adulti a fare investimenti in Italia visto che i loro
figli ne resterebbero fuori
-
non
favorisce forme di co-sviluppo con i paesi di origine
2)
Vari punti:
-
se
si concede la cittadinanza col contagocce, come stiamo facendo in
Italia, significa che nel bilancio demografico fare uscire gli
stranieri dal loro status per farli entrare nella società italiana
con il contagocce. A fronte di ingressi consistenti gli stranieri
che diventano italiani sono pochi, questo significa che aumenta lo
stock di immigrati. Dal punto di vista della percezione
dell’immigrazione e di come i media trattano il problema crea
ulteriore difficoltà. Aumento della popolazione straniera perché le
uscite sono pochissime e questo continua a creare un allarme negli
italiani
-
questione di etica nei confronti degli esseri umani: lasciamo
apolidi questi ragazzi perché non hanno cittadinanza italiana ma
neanche cittadinanza del paese d’origine
-
rendiamo i giovani psicologicamente destrutturati e vulnerabili:
creiamo una patologia sociale e individuale che sconteremo nel
nostro paese oltre che danneggiare loro come persone
-
impediamo alle persone di muoversi anche per un semplice viaggio
scolastico o vacanza nel paese d’origine dei genitori. Perché si
crea situazione paradossale alla frontiera quando al rientro non
sono riconosciuti come cittadini italiani. Inoltre, la normativa
richiede permanenza ininterrotta nel paese per ottenere la
cittadinanza.
-
comportamenti autolesionistici: per questi ragazzi di seconda
generazione l’Italia spende una cifra enorme in termini di
assistenza sanitaria e istruzione; si parla di miliardi di euro e
alla fine rimangono stranieri. Masochismo puro
-
totale e intollerabile asimmetria: la cittadinanza è concessa a
italiani che vivono all’estero da 3-4 generazioni e non hanno
davvero nessun legame con l’Italia.
-
ci
priviamo dei i ragazzi di seconda generazione che potrebbero essere
un elemento potentissimo nella mediazione culturale tra noi e i loro
genitori.
2)
Rivedere struttura delle istituzioni che gestiscono l’immigrazione:
non c’è un organismo a livello centrale che si occupa di
integrazione. La Commissione per l’integrazione prevista dalla Turco
- Napolitano, che non è stata abolita nella Bossi Fine ma di fatto -
senza nemmeno un euro -è stata fatta morire. Comunità europee hanno
una lunga storia radicatissima.
-
Quindi il Lavoro dei media per favorire accettazione è
particolarmente importante soprattutto in Europa e in Italia dove i
cittadini si sentono depositari dell’identità storica del paese.
-
Squilibri smisurati: da qui al 2050 in Europa si assisterà ad un
leggero declino della popolazione nonostante l’immigrazione; in
Africa si assisterà ad un incremento di 1 miliardo di persone
nonostante l’immigrazione.
-
Le
migrazioni sono uno strumento parziale e ridotto per ridurre la
miseria nel mondo ma servono anche altri strumenti.
Andrea Sarrubbi – parlamentare
L’intervento del Presidente Napolitano si colloca in un momento in
cui è venuto meno nella maggioranza l’appoggio della Lega, per cui
si è intravisto uno spiraglio sulla possibile riforma della
cittadinanza. Ma l’uscita della Lega dalla maggioranza, cosa
comporta?
Ci
sono deputati del PDL che possono parlare all’interno della
maggioranza e sbloccare la situazione, che possono incontrarsi con
persone di altri orientamenti politici.
Ma
mi chiedo quale sia la maturità della proposta politica del PDL, che
vedo ancora troppo dipendente dalla Lega.
In
cosa si differenzia la posizione del PDL dalla Lega in materia di
immigrazione?
Il
tema dell’immigrazione si risolve con discussioni interne perché c’è
paura di perdere voti Problema trasversale di immaturità politica.
L’elaborazione teorica che viene accolta dal PDL è quella della
Fondazione Magna Carta:
sostiene che l’immigrazione in Italia è circolare. Il modello a cui
fa riferimento è quello della “badante ucraina” che viene in Italia
a lavorare ma poi torna a vivere nel suo paese dove ha lasciato la
sua famiglia una volta messi da parte abbastanza soldi, non ha
nessuna prospettiva di stabilizzarsi in Italia. Quindi non c’è
bisogno di investire nel lungo termine sulla cittadinanza se gli
immigrati vogliono solo essere degli ospiti ben considerati.
Questo è l’impianto teorico, l’unico uscito dal PDL.
Ma
nessun paese è riuscito a impedire che l’immigrazione da temporanea
diventasse permanente.
Altri rapporti propongono invece l’esempio della golf filippina.
Per quanto riguarda le proposte: ci sono proposte da sinistra su
abbreviazione dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza e per
favorire cittadinanza ai bambini.
Da
parte della destra c’è sempre stata la spinta per cittadinanza
consapevole (e allora test di italiano e prove per dimostrare
l’eleggibilità) ma si vuole procedere con calma.
C’è quindi bisogno d una proposta che possa mettere insieme le varie
esigenze. Non la proposta di legge che avessi fatto io, sono
disposto a perderci del mio. Sogno una posizione sulla cittadinanza
che non coincida con la mia ma che possa essere compatibile, che
riusciamo a trovare un punto d’incontro.
Da
qui la proposta “Sarrubbi – Granta” che è stata sottoposta a tutte
le forze politiche ma che si è scontrata con il muro della Lega. Ero
disposto a trattare con la Lega, ma si è tirata subito fuori.
Ad
oggi la proposta conta 50 firme: 20 PDL, 20 PD, 5 UdC e 5 IdV.
In
sintesi, cosa propone?:
-
cittadinanza dopo 5 anni (alla fine di un ciclo scolastico) con
introduzione test di conoscenza della lingua e cultura italiana -
ius cultura
-
per
i piccoli ius solis temperato: per chi nasce in Italia da
genitori stranieri soggiornanti in Italia da oltre 5 anni e qui
residenti
-
negli altri casi diventi italiano dopo 5 anni, di ciclo scolastico.
Questo onesto compromesso è per evitare la contro obiezione della
Lega che sarebbe stata: volete mettere le sale parto a Lampedusa!
Adesso il problema qual è?
E
i genitori? Individuiamo possibili soluzioni.
E
verosimile sperare in un cambiamento sulla legge della cittadinanza
in questa legislatura?
15% s,ì 75% no
Fabrizio Molina
- Presidente di
“Nessun Luogo è Lontano”
Abbiamo intenzione che questa giornata, che sta mettendosi su
binari positivi, sia di sprone per far sì che l’inizio dell’anno
prossimo parta con un’iniziativa forte. Ci uniamo con molta umiltà a
chi pensa che dobbiamo ripartire. C’è una visione che ci accomuna.
In
un mondo che assiste ad un progressivo deperimento delle risorse,
l’unica risorsa in aumento e molto meno difesa e riconosciuta e
pagata di altre è quella rappresentata dalle risorse umane. L’essere
umano va visto in una dimensione non solo quantitativa ma in
termini di partecipazione, di convivenza di democrazia sociale.
Vorrei fare una riflessione. C’è molto da costruire anche tra di noi
per far massa critica e aumentare la base di partecipazione. La Lega
non è venuta non perché ritiene insufficienti le argomentazioni sul
tema ma perché fa parte della sua costituency non accettare
il ragionamento sul tema. E quindi se la risposta è ideologica è
difficile, ma il nostro obbligo è tentare di creare una base di
partecipazione, c’è poca conoscenza diffusa. Dobbiamo aumentare il
grado di consapevolezza, far sì che sia l’opinione pubblica che
spinga, che fa irruzione sulla scena politica.
Si
suole dire: “non tutto si risolve con il voto ma nulla si risolve
senza voto”
Altra cosa che mi scandalizza: ho sentito ripetermi “guardate che
gli immigrati non ce la pongono come urgenza, non ce la chiedano”
Il
10% della nostra popolazione non ci chiede la cittadinanza, è un
dato preoccupante perché ci dice che preferisce vivere in penombra
che non c’è legalità piena. Sono persone che rispettano le leggi ma
non ne fanno parte, e si accontentano di vivere come si può. Dramma
da cui dovremmo avere un risveglio
Grande spinta a continuare, preziosa per i prossimi impegni. Impegno
a continuare anche con voi che siete qui.
Piero Soldini
– responsabile immigrazione CGIL
La
CGIL promuove la campagna “l’Italia sono anch’io”, e stiamo
verificando un clima positivo intorno alla campagna.
C’è qualche differenza tra la proposta della cittadinanza rispetto
al voto: la proposta della cittadinanza incontra meno resistenze
nell’opinione pubblica rispetto al diritto di voto.
Intorno al tema della cittadinanza c’è più consapevolezza invece
rispetto al voto le persone sono più disinformate. Le due questioni
hanno - oltre un grande valore in sè - un valore aggiuntivo
nell’effetto di trascinamento: possono far cambiare i rapporti tra
politica e immigrazione e tra politica e società civile.
Accordare il diritto di voto rappresenta un intervento di salute sul
sistema elettorale italiano, sulla democrazia. Se in un comune ci
sono 20-25% di immigrati che non hanno diritto di voto – il sistema
elettorale non risponde neppure al suo principio fondante il
suffragio universale.
Sul voto dobbiamo investire di più anche sul piano mediatico.
Rispetto alla cittadinanza, siamo a quel crinale descritto dal
demografo.
Il
paradosso è che la naturalizzazione non è un percorso facile e che
il 7,5% della popolazione rimane straniera (oltre la media Europea)
perché in Italia gli stranieri rimangono tali. In Francia che vede
8% d’immigrazione ha però il 23% di cittadini francesi di origine
straniera, cioè un quarto della sua popolazione. Il 19% dei tedeschi
è di origine straniera
L’Italia è l’unico paese che produce stranieri, “made in Italy”.
Sono 74.000 le persone straniere nate in Italia solo nel 2010.
C’è bisogno di un confronto onesto, un compromesso positivo per
aggiornare la situazione: oltre le posizioni ideologiche che vedono
il rischio di sale parto a Lampedusa o del turismo delle
partorienti. Se il problema è di favorire una legislazione che
stabilisca il principio di dare cittadinanza a chi vive e ha scelto
di vivere nel nostro paese e di evitare che arrivi qualcuno con un
permesso turistico e partorisca (America, Canada e in altri paesi).
Se vogliamo evitare questo c’è un principio molto semplice. In
Italia si può entrare in via temporanea o con visto turistico o con
permesso temporaneo per lavoro stagionale e questi due permessi
durano meno di un anno. Poi c’è la possibilità di entrare in Italia
con un permesso di lavoro rinnovabile che presuppone una scelta di
stabilità .
Se
il principio onesto è far differenza tra chi viene in Italia
temporaneamente e chi viene stabilmente, per me il riferimento è un
anno. I genitori che stanno qui da un anno con permesso rinnovabili.
Seguendo lo stesso principio fissiamo uno ius solis temperato
per cui non hanno diritto alla cittadinanza coloro che passano
incidentalmente per il nostro paese (con permessi di meno di anno)
ma per chi vi risiede stabilmente da più di un anno.
Sul tema della cittadinanza dobbiamo anche lanciare un sasso nella
prospettiva di sviluppare una campagna più ampia - oltre alle 18
organizzazioni che insieme alla CGIL hanno aderito a “l’Italia sono
anch’io” - sul diritto di cittadinanza in Europa, oltre i
nazionalismi.. Cogliendo anche la novità di un regolamento che
deriva dal trattato di Lisbona che permetterà dal primo aprile la
possibilità di raccogliere firme a livello europeo per modificare la
legislazione europea
Franco Pittau
Coordinatore Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
Queste brevi riflessioni partono dai numeri. dei quali si occupa
l’équipe del “Dossier Statistico Immigrazione” cercando di leggere
al loro interno delle idee.
Colpisce innanzi tutto la quantità. Quartieri romani, come il I o il
XX Municipio, attestano che ci stiamo occupando di una realtà
migratoria che ha un’incidenza del 20% sulla popolazione, così come
avviene in comuni tra i 15 e i 25mila abitanti, quali Rovato
(Brescia), Lonigo (Vicenza), Castiglione delle Stiviere (Mantova).
In altri comuni più piccoli, tra i 5 e i 15mila abitanti,
l’incidenza supera il 25%: si tratta di Baranzate (Milano),
Verdellino (Bergamo), Porto Recanati (Macerata) e altri nella
Lombardia, in Emilia Romagna, nella Toscana e perfino in Sicilia
(Acate in provincia di Ragusa). Nel comune di Airole (Imperia), che
ha meno di 500 abitanti, ogni 10 residenti 3 sono stranieri.
La
dimensione quantitativa ha la sua importanza, tanto più quando ad
essa si unisce quella qualitativa. Tra i circa 5 milioni di
stranieri regolari poco meno di un quinto è costituito dai minori
(993.238). Si aggiunge un’altra nota qualitativa non indifferenze:
circa 650mila sono nati in Italia. Trattandosi per la quasi totali
di minori, ciò significa che questi nei due terzi dei casi sono nati
in Italia, e la percentuale è anche più elevata se facciamo
riferimento ai bambini della scuola d’infanzia (78,4%). La nascita
in Italia sarà la tendenza che caratterizzerà sempre più il futuro.
In effetti, nel 2010 sono nati in Italia 78.082 figli da entrambi i
genitori stranieri.
Le
famiglie con almeno un componente straniero incidevano solo per il
3,1% 2001 e ora hanno superato l’8% (oltre 2 milioni di nuclei).
Una crescente quota di queste famiglie sono miste.
Un’altra nota qualitativa, utile a interpretare le statistiche,
consiste nella constatazione che, quando gli immigrati non vi sono
costretti, non tendono – salvo un ristretto numero di casi
particolari - a ritornare nei loro paesi di origine, dove la
situazione è ben peggiore di quella italiana. Il ritorno obbligato
si è verificato per oltre 600mila cittadini non comunitari, che nel
corso del 2010 hanno visto scadere il loro permesso di soggiorno
senza poterlo più rinnovare: poiché un terzo di questi permessi era
stato concesso per motivi familiari, in questo rimpatrio
fallimentare sono stati coinvolti anche molti minori. Invece, i
cittadini stranieri che si sono cancellati dall’anagrafe sono stati
nel 2010 solo 32.817.
Questa è la situazione evidenziata dagli indicatori statistici. La
legge sulla cittadinanza del 1992, concepita per risolvere vecchie
questioni dell’emigrazione italiana all’estero, non è in grado di
affrontare in maniera adeguata il nuovo fenomeno dell’immigrazione,
del quale peraltro si aveva allora ancora un inquadramento
approssimativo, che in parte si è trascinato fino ad oggi.
Vi
sono due posizione estrema nell’affrontare il tema della
cittadinanza.
Una posizione consiste nel considerare la cittadinanza un fortino
indispensabile per salvaguardare le caratteristiche del paese, la
sua purezza culturale e per qualcuno anche di razza, per cui vanno
benissimo le regole rigide del 1992, tra le più restrittive in
Europa. Il fortino, a dire il vero, è già espugnato.
Nel 2010 le acquisizioni di cittadinanza per residenza o matrimonio
registrate dal Ministero dell’Interno sono state 40.223 (21.630 per
matrimonio), alle quali si affiancano 26mila casi di riconoscimento
di pertinenza delle anagrafi comunali, relativi perlopiù agli
stranieri nati in Italia e divenuti maggiorenni. Nell’insieme, si
stimano oltre 600mila acquisizioni totali, un numero significativo
anche se inferiore ai riconoscimenti di cittadinanza che si
registrano in un solo anno nell’UE (776mila nel 2009). All’inizio
degli anni ’90 si trattava di soli 4mila casi l’anno. Il cambiamento
di marcia è evidente e permarrà, anche se per la cittadinanza per
matrimonio si richiede ora un’attesa di due anni. Tra un uomo e una
donna le differenze non vengono demonizzate e così ci si unisce in
matrimonio a prescindere dalla diversa nazionalità. Nel 1992 la
quota dei matrimoni con almeno un cittadino straniero era in Italia
del 3,2%, per arrivare a circa 1 ogni 10 attualmente, di cui nel
2009 21.357 tra un cittadino italiano e un cittadino straniero. Tra
il 1996 e il 2009 sono stati 257.762 i matrimoni misti celebrati in
Italia. Anche i casi di acquisizione per nascita in Italia e
permanenza sul territorio nazionale fino ai 18 anni, arrivato a
26mila unità nel 2010, aumenteranno a seguito della tendenza alla
stabilità e anche dell’impegno dei sindaci ad avvisare i minori
registrati nelle anagrafi comunali su questa opportunità non da
tutti conosciuta.
Questo però non basta ed è crescente l’insoddisfazione sia tra gli
adulti che tra i minori e per questo è nata la mobilitazione per
chiedere la modifica della normativa.
La
seconda posizione estrema rappresenta l’eccesso opposto e considera
la cittadinanza come un mezzo per l’integrazione e non come lo
sbocco del processo di inserimento. Si pensa che, agevolando il più
possibile l’acquisizione della cittadinanza, l’integrazione sia
automaticamente assicurata, anche a prescindere dall’adesione
personale. Un paese, con il complesso della sua storia della sua
lingua, delle sue tradizioni culturali e religiose è una realtà
profonda che esige un’adesione che va oltre l’abitudinario; si
tratta della realtà intima di un popolo che abbisogna di essere
conosciuta e accettata nelle sue linee fondamentali. La cittadinanza
è una realtà giuridica ma anche qualcosa di più e ottenerla solo per
i benefici concreti che comporta rischia di favore la nascita di
“cittadini estranei”, mentre la cittadinanza va concepita come un
fattore di coesione. La posta in gioco non si esaurisce solo nel
conteggio degli anni necessari per ottenerla e, anche se è
pienamente condivisibile il proposito di diminuirli, si richiede un
approccio culturale più maturo sia in noi che negli immigrati.
n
questo inquadramento ambivalente della questione della cittadinanza
la questione dei minori nati in Italia è quella più delicata e
urgente: per ragioni psicologiche, perché un periodo di 18 anni fa
perdere il collegamento tra l’attesa e il conseguimento
dell’obiettivo; per ragioni culturali, perché chi è nato in Italia
ha vissuto la sua socializzazione sul posto e non sussiste il
pericolo dell’estraneità prima richiamata. Per i minori la revisione
della normativa è più che mai necessaria e perciò sono state
presentate diverse proposte di legge.
A
questo riguardo un commento può consistere nel ricordare che una
maggiore apertura si riscontra anche in Stati membri dell’Unione
che, come in Francia, hanno una legislazione severa sugli stranieri.
In Francia i minori nati sul posto, a condizione che vi risiedano in
maniera continua o discontinua a partire dall’età di 11 anni,
diventano francesi all’età di 18 anni. È prevista anche una
dichiarazione di acquisizione anticipata di cittadinanza, che deve
essere presentata dai genitori d’accordo con il minore che abbia
compiuto 13 anni e risieda in Francia dall’età di 8 anni: si tratta
della riforma attuata dall’allora ministro Sarkozy, con la legge n°
2003-1119, del 26 novembre 2003.
Si può concludere con una testimonianza raccolta
molto tempo fa da parte di un adulto immigrato (Caritas/Migrantes,
Dossier Statistico Immigrazione 2004,
pp.146-155): «Sentirsi cittadino di un
Paese dove vivi ti dà la sensazione di appartenenza, di non essere
quello che sta appiccicato lì di passaggio; allora ti senti
radicato, nonostante si continuino a mantenere le radici originarie
e l’affetto per la tua terra. Sapere, però, che sei riconosciuto
come una persona che ha un corpo, che ha una testa, che ha una
posizione in una società che è quella di cittadino, dà molta
sicurezza. Possedere dei diritti che vengono calpestati se sei
straniero e se sei italiano un pochino meno cambia la vita e il tuo
modo di affrontare la giornata».
Ecco perché la cittadinanza può diventare uno dei capitoli più
gratificanti di tutta la politica migratoria.
Mohamed Tailmoun
- portavoce nazionale “Italia sono
anch’io”, Rete G2
Come rete Seconde Generazioni noi facciamo parte di quel cartello di
realtà che hanno promosso la campagna “l’Italia sono anch’io”. Siamo
anche l’organizzazione che in passato, quando era in piedi il
dibattito in Parlamento, abbiamo appoggiato la proposta di legge
Sarrubbi - Granta – che comunque rispetto alla proposta dell’Italia
sono anch’io, sono proposte simili che mirano a raggiungere più o
meno lo stesso scopo. Partono da una constatazione comune che è
quella su cui la rete G2 ha ormai raggiunto un opinione condivisa:
la legge ‘92 va riformata perché è una legge che fabbrica stranieri
- motivo principale per cui in Italia c’è una forte percezione di
una pressione di presenza straniera sul territorio.
La
legge va cambiata perché è preoccupante che in un paese come
l’Italia in uno dei momenti principali per esprimere la propria
partecipazione che è quello del voto, una larga fetta degli abitanti
non possa farlo, si senta esclusa dal voto e quindi di partecipare
ai dibattiti, di partecipare alle questioni e non senta più neanche
il bisogno di reclamare questo diritto.
La
legge ‘92 rende quasi un percorso ad ostacoli, un traguardo
irraggiungibile l’ottenimento della cittadinanza italiana.
Ma
la legge va soprattutto cambiata perché discrimina i minori nati qui
o arrivati da piccoli e persone che come me non hanno potuto
eseguire il percorso di cittadinanza e per un motivo o per l’altro
hanno fallito nell’ottenere la cittadinanza.
Una legge che va cambiata anche e soprattutto perché ora e adesso è
inadeguato non solo per le prospettive future demografiche e non
dell’Italia ma anche per la situazione in cui vivono i figli
dell’immigrazione. E’ una legge che discrimina e rende impossibile o
molto difficile la piena partecipazione al paese.
Quali sono le prospettive per una riforma della legge?
Eravamo presenti quando il Presidente Napolitano ha parlato
dell’urgenza di riformare la legge a abbiamo avuto l’impressione che
oltre i motivi che si sono detti (la Lega che si è sfilata, il
ricambio del governo), ci sono persone vicine al Presidente della
Repubblica che spingono per riaprire il discorso su argomento così
importante.
E’
vero pure – e questa è una critica ai rappresentanti di tutti i
partiti – che l’intervento del Presidente è venuto anche in un
momento in cui il Parlamento è molto silente su questo tema, sia
alla Commissione Affari Costituzionali, sia alla camera da quel
dicembre in cui venne presentato in aula non si è più parlato del
tema. Secondo noi il Presidente della Repubblica si è sentito di
esprimersi su un argomento su cui il Parlamento ha smesso di parlare
da un anno buono.
Più che immaginare percorsi passibili ad una riforma della legge e
andare a predicare nei partiti che sono contrari, bisogna incontrare
la gente e lo stiamo facendo con questa raccolta firma, occasione
per parlare con le persone.
Ma
chiedo a tutti in che modo si può sbloccare la questione in
Parlamento. Il Presidente ha fatto i suoi appelli, la società civile
si è mossa e sollecita l’argomento… ma il Parlamento in che modo,
con quali forme si può obbligare a riprendere in mano l’argomento?
5
anni? 1 anno?
Prima possibile, ius soli secco: nasci e sei cittadino. Ma
ragionevolmente 1 anno.
Marina Porro
-segretario confederale UGL
Non
c’è altro sistema se non fare pressione sulla conferenza dei capi
gruppo parlamentari.
Il
problema è soprattutto per quei ragazzi che scelgono quando hanno
un’età per cui, secondo la legge italiana, non sono in grado di
intendere e di volere. Altro problema è collegato in automatico al
diritto di voto che se anche è la massima espressione democratica in
una nazione civile – questa identificazione [cittadinanza – voto]
diventa appiglio di forma ostativa all’integrazione, all’attenzione
alle persone.
In
Italia ci sono grosse differenze tra popolo e popolazione, noi
riconosciamo la cittadinanza italiana abbastanza ipso facto a
persone che non sanno quasi niente dell’Italia perché siamo
prontissimi a riconoscere la cittadinanza a personaggi come Madonna,
all’attore americano… e rifiutiamo la possibilità di partecipare a
persone che concorrono all’economia, sono una risorsa. Non passiamo
dal sindaco del rione sanità al giudizi di salomone, in cui chi ha
fatto il passo in dietro era nel giusto. La mediazione sta nel far
sapere. La legge ‘92 è cambiabile come legge ma anche come
regolamenti attuativi, che prescrivono, ad esempio, permanenza
interrotta sul suolo italiano. Forse il passaggio che si può
ottenere più velocemente è una prima modifica dei regolamenti
attuativi che facilitano una prima acquisizione della cittadinanza
soprattutto alle G2.
Cosa si può ottenere nel modo più semplice, modificando quello che è
possibile modificare? Un campionato si vince vincendo partita per
partita, fin ora i movimenti G2 non hanno ottenuto molto, il
discorso diventa quindi portiamo avanti quello che è possibile.
A
me piace sognare ma l’esperienza in questo paese non mi ha portato
alla realizzazione dei sogni, io voglio morire idealista ma vorrei
tanto che ci fossero altri cittadini italiani che lo diventino e
possano proseguire quello che stiamo portando avanti noi qui oggi.
Come fare pressione sui capigruppo?
Teoricamente pressing su quelli che abbiamo eletto, mobilitazione,
punto di partenza è Sarrubbi – Granata per cercare di spingere
attraverso le persone che ci sono vicine e che sappiamo sensibili.
Savino Pezzotta
– parlamentare
Dobbiamo guardare alla realtà per quella che è. Noi a questa
riunione abbiamo invitato 10 parlamentari e sono venuti in 4 [è
arrivato anche Zaccaria]. Dobbiamo cogliere la realtà perché per un
periodo ancora lungo dobbiamo prestare attenzione al momento di
crisi; perché se usciamo qui fuori e chiediamo al primo che
incontriamo sulla strada “qual è il problema?” mi risponde “le
pensioni!”. Puoi andare a raccontargli tutto, ma questa è la prima
cosa con cui dobbiamo fare i conti.
Abbiamo l’esigenza di superare questa fase di emergenza che ha
distolto tutti i parametri di riflessione della popolazione per
vedere come possiamo ricalibrarla e riportarla in alcune cose.
Seconda questione, ho molto apprezzato l’introduzione sulla
questione demografica perché è la cifra per spiegare il perché
stiamo qui a parlare di cittadinanza. Se noi rendiamo edotto questo
paese che trai problemi economici (spread, borsa, ecc.) c’è una
questione di fondo che ha cambiato il nostro paese, e cambia il
nostro modo in cui comporre la società, che è la questione
demografica, l’immigrazione diventa non una necessità ma
un’opportunità.
Molti nostri discorsi sono arretrati rispetto a un’urgenza di un
destino demografico che sta scombinando il paese. Il dato economico
è condizionato dal dato demografico, da qui la necessità di
riposizionare i nostri modi di pensare.
Altra cosa che qui è saltata, ma che è davvero una novità su cui
soffermarci, per la prima volta nella storia della repubblica, ed è
un fatto politico di estrema rilevanza, viene istituito un
Ministero per l’Integrazione e la Cooperazione ad hoc, questo
rappresenta un gesto politico significativo. Idea che immigrazione e
integrazione vadano insieme è la prima volta che la Repubblica se
l’assume. Anche da questo punto di vista cambia la prospettiva,
cambia la visione: lo Stato si organizza per. Allora io credo che
sarebbe opportuno vedere se questo gruppo di persone possa aprire un
confronto con il neo ministro per stabilire le nuove coordinate e
chiedere quale idea abbia il ministro su cittadinanza e voto. Questo
è un passaggio essenziale che precede anche la pressione sul
Parlamento, può diventare un momento in cui si riposiziona, si
ri-tara il tipo di iniziativa che possiamo mettere in campo.
La
cosa che dobbiamo avere come convinzione è che il tempo è finito,
bisogna trovare una linea comune. Tra le varie proposte ci sono
diversità che vanno superate ma è possibile individuare un idea
comune basata su un impianto normativo e legislativo che dobbiamo
portare in campo. Voglio capire se insieme possiamo immaginare come
le cose vorremmo che si assestassero partendo dai progetti di legge
che già ci sono.
Bisognerebbe organizzare per esempio una riunione operativa che
prenda in esame due proposte di legge e vedere come le assumiamo e
decliniamo come nostre. Bisogna riprendere un minimo di iniziativa
politica, con l’avvertenza che non ci si muove nello stesso modo ma
nella diversità dei territori all’interno dei quali ci collochiamo.
La comunicazione non può essere uguale, uguale può essere
l’obiettivo e la definizione dei principi ma non il modo in cui la
comunichiamo. Se parli d’immigrazione lo devi fare avendo capito
come nel territorio la dimensione dell’immigrazione, del voto e
della cittadinanza vengono vissuti, se no il messaggio non passa.
Alla fine se io guardo la gente comune ha meno resistenza di quanto
si pensi: per es. i genitori accettano che i loro figli vadano a
scuola con bambini stranieri. Anche se viene inculcato al bambino
l’idea della differenzazione – cosa che avviene in molte scuole
elementari – normalmente le famiglie accettano che il bambino
straniero sia il compagno del proprio bambino. Questa cosa incide
sulle persone. Dobbiamo parlare di questo, non dell’immigrazione in
generale, ma di Mohammed che va a scuola con Giovannino. Lavorare in
questa direzione. In questo mondo c’è cambiamento della coscienza
comune e si può far passare l’idea che chi nasce in Italia è uguale
a me: il senso del nascere antropologico profondo e arcaico è dentro
la popolazione italiana. E’ una cosa che su cui ci si può lavorare
dal punto di vista sociale e culturale.
Nel Parlamento va posto il problema e individuati tutti i percorsi
da mettere in piedi: non escluderei la possibilità di creare nel
Parlamento qualcosa di più strutturato, ad es. un intergruppo a
termine sulla cittadinanza che porti a temine questo percorso
legislativo. Insomma un qualcosa, uno strumento che all’interno del
Parlamento dia la dimensione che è nata una realtà che ha un
obbiettivo, che non è solo l’obiettivo del mio gruppo, o mio
personale. Bisogna portare a casa una nuova legge sulla cittadinanza
e sul voto. Mi piacerebbe capire come, anche nel lavoro
parlamentare, la questione non sia affidata a singoli partiti o
gruppi ma diventi una lobby trasversale.
Non sottovaluterei la questione evidenziata da Sarrubbi sui
cambiamenti che sono intervenuti in Parlamento in un mese; che la
Lega vada all’opposizione per alcuni versi rende più difficile il
lavoro di diplomazia parlamentare che dobbiamo fare.
Roberto Zaccaria – parlamentare
cerchiamo
le cose comuni perché la situazione parlamentare è cambiata ma non
siamo in grado di dire quanto sia cambiata per consentire che la
legge sulla cittadinanza possa cambiare in questa legislatura.
La
cittadinanza per minori nati in Italia o arrivati in tenera età è il
perimetro possibile ma non scontato, perché lo sbarramento è destra
è stato posto dal PDL che quando Napolitano ha detto quelle cose ha
fatto un fuoco di sbarramento assoluto. Questo non ci deve
scoraggiare ma di fatto se possiamo affrontare una questione a
livello istituzionale è solo rispetto ai minori, nati in Italia o
arrivati in tenera età.
Bisogna valutare l’ipotesi intergruppo o commissione.
Come priorità assoluta il 21 verrà il Ministro dell’Interno in
Commissione Affari Costituzionali. Il problema è delicato perché
sono cambiati i ministri e in alcuni casi i sottosegretari ma non
sempre la struttura, e la struttura ha un peso molto rilevante.
Noi dobbiamo muoverci su questo obiettivo: porremo una serie di
questioni al Ministro sia di natura amministrativa che legislativa.
Intanto in attesa di capire il tipo di intervento del nuovo Ministro
bisogna anche portare un pacchetto di questioni amministrative. Se
in un anno è pensabile una legge non molto impegnativa su nascita e
minori, trovando punti di contatto tra le proposte che già ci sono,
dobbiamo anche portare avanti questioni amministrative.
Sarà un bene o un male che quest’anno il decreto flussi non ci sarà.
Ho visto bocciata una risoluzione che chiedeva che il governo
dicesse qual è la sua idea per governare l’immigrazione, su
questioni che riguardano anche i problemi dei CIE, con riferimento
all’accesso per i giornalisti e la permanenza.
Sul piano politico, mi convince Pezzotta, ma diamoci un’agenda
concreta: nella Commissione facciamo venire a discutere quei
parlamentari che sono disponibili, poniamo al Ministro questioni
amministrative (con riferimento tempi e decreti flusso).
Non credo che una nuova legge verrà fatta in questo governo.
Madison Gadoy
-
consigliere aggiunto del Comune di Roma
Un
buon punto di partenza, a mio avviso, è che siete riusciti a
coinvolgere diversi rappresentanti di diverse realtà. In genere i
rappresentanti dei cittadini immigrati nei convegni sono lasciati ai
margini; in questo caso invece di dire “vogliamo lavorare per” si
dice “vogliamo lavorare con” è già un punto di inizio positivo.
Come consigliere aggiunto senza diritto di voto, la mia esperienza
dimostra che il diritto di voto è importantissimo perché
l’integrazione, per come è stata concepita fin adesso, non è
completa senza l’integrazione politica, perché è nel contesto
politico in cui si prendono le decisioni, e se non c’è possibilità
di espressione della rappresentanza vuol dire che non si potrà mai
incidere.
Adesso che c’è un cambiamento, si avverte la preoccupazione dei
cittadini immigrati rispetto al fatto se avranno o no una
rappresentanza. E’ importante che ci sia un loro rappresentante
anche solo per dare informazione da dentro le istituzioni. Per
questo la figura del consigliere aggiunto è molto importante, se ci
fosse diritto di voto si potrebbe contribuire al meglio allo
sviluppo del paese.
Credo che stiamo vivendo un momento magico che ha aperto il
Presidente Napolitano, bisogna concretizzarlo nella realtà. Allora
chiedo ai parlamentari coraggio e flessibilità, trovare un punto
d’accordo sulle proposte fatte, anche intorno alla proposta Sarrubbi
- Granata. Certo che un anno sarebbe un sogno ma difficile
realizzarlo, in Spagna dopo 3 anni e mi sembra l’ideale, ma anche
dopo 5 anni, mi sembra un punto da discutere, un buon punto di
partenza. Chiedo la flessibilità necessaria per trovare un accordo,
altrimenti perde la cittadinanza e il paese.
Fin adesso per mancanza di coraggio sia sinistra che destra non
hanno portato avanti politiche su integrazione: sono stati fatti
solo decreti emergenziali, mettendo insieme il relativismo culturale
e il multiculturalismo in salsa italiana. Io come rappresentante
degli immigrati sono disposto a condividere la nostra visione sul
modello di integrazione che vogliamo realizzare in questo paese.
Vorrei che la Fondazione Magna Carta ci spieghi come sono arrivati a
concludere che l’immigrazione è di tipo circolare, cosa molto
strumentale. Quando si parla di immigrazione e si dice che è
circolare, che è un fenomeno, è sbagliato!
L’immigrazione è strutturale: quindi se propongo un decreto legge
non penso al momento emergenziale ma a lungo termine.
Anche il concetto di straniero è sbagliato perché io non mi sento
straniero sono immigrato, è diverso, un immigrato è più legato al
territorio. Storia dell’immigrazione è anche storia dei territori,
di come vivono l’impatto e il contributo degli immigrati.
Parlando di concetti, il concetto di seconda generazione credo che
debba essere rivisto: nel concetto di seconde generazioni sono
inclusi anche i bambini nati qui.
[seconde generazioni dell’immigrazioni no immigrati di seconda
generazione, perché non hanno fatto una scelta nel percorso di
immigrazione, i genitori non li hanno consultati]
Quello che si va a creare in questo modo è una specie di
conflittualità psicologica: un bambino che nasce qui in Italia e a
18 anni “scopre” di non essere italiano, cosa vado a creare in
questo bambino?
Poi dobbiamo anche andare a lavorare sui tempi, la parte
amministrativa sfruttando questo momento in cui c’è
quest’attenzione, quest’apertura: 4 anni per la pratica della
cittadinanza, 2-3 anni per il PdS. Anche questo crea disagio,
irregolarità. Noi come piccola realtà vi sosteniamo, questo è il
momento buono per dimostrare coraggio.
Liliana Ocmin.- Segretaria
confederale CISL
Gli slogan che gli immigrati rappresentano una ricchezza, che sono
il Pil e che sono la risposta alla mancanza di natalità in questo
paese, si frantumano in questi tempi di crisi perché adesso bisogna
fare i conti.
Ci
sono 900 mila ragazzi che il sistema tiene in ostaggio che oggi
rappresentano una realtà nel tessuto sociale: sono nati in Italia e
sono venuti in tenera età, sono cresciuti qui e sono italiani a
tutti gli effetti. Come glielo spieghiamo a questa generazione che a
18 anni rimangano ostaggi di un sogno, di una chimera?
Se
la classe politica non riesce a trovare l’occasione di valorizzare,
di investire su quello che già c’è sul territorio, se non sono i
giovani su cui deve puntare questo paese mi viene da dire che è
davvero una “follia” – come ha detto il nostro Presidente
Napolitano.
Bisogna dar voce, prendere atto che i protagonisti di questo
cambiamento sono gli stessi giovani. La storia ce lo insegna, non
dobbiamo aspettare che questi ragazzi diventino uomini e donne per
farsi battaglia da soli e prendere la rivalsa. Abbiamo la
possibilità di tenere insieme le diverse proposte, abbiamo sostenuto
fortemente il disegno di legge Granata- Sarrubi. Consideriamo lo
ius solis temperato - anche come un riconoscimento allo sforzo e
al contributo di 2 milioni di famiglie immigrate. Occorre collegare
il principio ius solis temperato alla residenza della
famiglia, altrimenti siamo fragili, possiamo essere additati e
criticati di voler “regalare” la cittadinanza. Qui non si tratta di
regalo, ed è sbagliato pensare che bisogna accorciare i tempi, e
parlo degli adulti, perché questo sconto dei tempi sta a significare
una scorciatoia nelle nostre burocrazie che tengono in ostaggio.
Perché con i 10 anni acquisiscono il diritto soggettivo di poter
presentare la domanda, a cui si aggiungono tutti i tempi di
concessione, a volte 5- 6 annui. Quante sono oggi le persone in
questo limbo?
Che ripercussione ha sulle famiglia immigrate?
Così come i ragazzi hanno dimostrato un grande attivismo, noi stiamo
al fianco di queste associazioni nella battaglia che stanno facendo,
per sensibilizzare l’opinione pubblica. Non stanno aspettando che
gli altri risolvano i loro problemi, ma si danno un gran da fare, è
la generazione dei giovani, quella più messa in discussione, non la
seconda, non la terza, ma i giovani tutti.
Con la cittadinanza non è che spariscono i loro problemi, abbiamo un
problema granissimo di disoccupazione. Insieme a tutte le parti
attive i giovani portano avanti le loro proposte e le loro capacità
di misurarsi con le nuove sfide.
Dobbiamo - con la chiarezza e con l’onesta intellettuale che
appartengono a tutti quanti intorno a questo tavolo - poterci
guardare negli occhi e non credere che la proposta dell’uno sia
unica e migliore.
Fabio Granata – parlamentare FLI
Questo è un confronto che mi auguro serva a creare un pò di “lobby
politica” sulla questione.
Oggi tutto serve tranne che articolare nuove proposte. Occorre
invece riprendere il filo che si era interrotto, vedere la
praticabilità del percorso legislativo in questo contesto politico
mutato, ma non del tutto trasformato in cui si iscrive la
grandissima apertura del Presidente della Repubblica, che ha
rilanciato un tema di importanza non solo politica. Il quadro
politico mutato però la vecchia maggioranza non vuole alimentare la
propria divaricazione interna per cui non deve entrare in aula ed
essere portato all’ordine del giorno per la sua approvazione altro
che crisi e temi economici. E’ una visione assolutamente miope
perché questa vicenda ha grandi risvolti sul piano economico e
sociale oltre che culturale. Questo è un dato su cui ci aspettiamo
anche una risposta da parte del governo.
Abbiamo la fortuna di un Ministro assolutamente consapevole del
percorso possibile dell’integrazione ma ci aspettiamo anche dal
Presidente del Consiglio dei Ministri qualche parola che non sia
legata alla manovra economica ma che si occupi a 360 gradi di
questioni importantissime della società italiana.
Siamo convinti che vi è spazio per approvare una norma, che faccia
innanzitutto un’operazione di tipo culturale: che inizi a
considerare la cittadinanza non su base etnica ma politica.Questo è
perfettamente in linea con la tradizione culturale e politica
italiana (anche perché molti dei modelli da cui dovremmo andare a
copiare non è che abbiano avuto dei risultati eccezionali!).
La
cittadinanza non è né un contratto sociale né un patto etnico ma un
è un fatto CULTURALE: si scegli di essere cittadini, perché si
partecipa ad un progetto comune per la nazione. Questa è una visione
che è molto legata anche alla tradizione classica italiana, non è
qualcosa di nuovo, qualcosa che assomiglia molto al civis romanus
sum. Si è cittadini perché si sta nel perimetro della volontà
di essere tali, non conta il dato etnico o religioso. La
cittadinanza è un fatto laico, è l’accettazione di regole comuni e
di voler condividere una comunità di destino.
La
norma che abbiamo presentato - ma siamo aperti ad ogni confronto
perché la materia è troppo delicata per essere soggetta a
protagonismi - presenta due cose essenziali.
La
prima è legata ai giovani italiani di seconde generazioni: bambini
nati in Italia da genitori regolarmente residenti in Italia e che
contribuiscono al PIL. Il crollo demografico porta invece ad una
società che non ha stimoli economici.
Primo ragionamento comune dovrebbe essere quello di garantire la
cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori regolarmente
residenti in Italia da almeno 5 anni o bambini che non sono nati in
Italia ma che hanno completato un ciclo di studi. Non è collegato
solo alla nascita ma anche alla scelta della famiglia di avere una
residenza stabile qui.
Avevamo previsto anche una norma di grande civiltà: al compimento
del diciottesimo anno d’età sia il cittadino a scegliere se
confermare la propria cittadinanza. Non dobbiamo cadere nell’eccesso
di fare una cittadinanza d’ufficio. Perché la legge deve passare da
quella del ’92 di una filosofia concessoria a nuova norma
partecipativa basata sulla volontarietà: sei italiano perché scegli
di esserlo, di partecipare al perimetro pubblico della nazione.
Per i bambini realisticamente c’è uno spazio innegabile per
un’approvazione rapida entro questa legislatura. La maggioranza c’è.
Lobby cattoliche e laiche sono d’accordo per una riforma della
legge.
Per quanto riguarda la nostra convinzione della necessità di
determinare nuove forme di partecipazione alla vita pubblica degli
immigrati che decidono di risiedere stabilmente in Italia, il
problema non è la conoscenza della lingua o la consapevolezza
culturale, il tema semmai è quello di capire che non dobbiamo fare
uno strappo ulteriore rispetto al possibile.
A
mio avviso, in questo quadro politico è possibile approvare questa
norma e poi chiedere al Ministro decreti attuativi.
Il
tema del voto a me non convince estrapolato dall’idea di
cittadinanza: il voto non è una concessione ma tu voti perché sei
cittadino.
Non possiamo dire ius soli non temperato, perché se no parte
la grande campagna mediatica delle sale parto a Lampedusa; non
possiamo parlare di dimezzamento dei tempi perché fa scattare lo
stesso riflesso condizionato che gioca sulle paura degli italiani.
Dobbiamo fare un’operazione intelligente: salvaguardare il dato dei
10 anni perché non è modificabile, dobbiamo arrivare al dato che
all’ottavo anno si inizia la procedura e al 10 anno avviene
concessione cittadinanza.
Il
Ministro deve predisporre dei decreti attuativi per cui la
presentazione della documentazione deve essere completamente
rivoluzionata.
Bisogna procedere sulla base di questa grande mediazione perché
altrimenti non c’è spazio.
Io
sono per i 5 anni, lo dico con grande franchezza.
A
quel punto, automaticamente scatta il diritto di voto:
partecipazione politica piena non solo alle amministrative, perché
non gradualità della stessa che implica l’idea che ci sia un
cittadino di serie A e un cittadino di serie B.
Terza proposta, ma è una battuta, revoca della cittadinanza per i
cittadini italiani che non sono degni di essere tali, per chi
intacca i valori e il patrimonio dell’identità culturale, far
sperimentar loro quella situazione di apolidi che molto spesso non
si capisce. Infatti mi chiedono: perché il bambino deve essere
cittadino se a 18 anni voterà comunque? Quando invece la battaglia
per il voto è molto più profonda.
Da
gennaio dobbiamo trovare il percorso più rapido: per es. parlare con
Presidente camera e senato.
Giuseppe Casucci - Coordinatore
Nazionale UIL Politiche Migratorie
Il
dibattito ha mantenuto aperte molte opzioni. C’è stata una buona
presenza della società civile e i deputati sono entrati nel merito.
L’idea non è quella di presentare la proposta migliore ma di mettere
a confronto le varie proposte, ce ne sono credo 48. Si sente la
mancanza della capacità del parlamento di discuterne dopo il
dicembre 2009.
[Granata: Non incapacità ma scelta politica della vecchi maggioranza
di metterla a binario morto la proposta di legge. Ora il quadro
politico è diverso, per cui il tema è tornato alla ribalta.. non c’è
casualità]
Anche se l’emergenza economica oscura il tutto.
Dobbiamo mettere fine all’approccio che vede sempre gli immigrati
esclusi dalla riflessione e non cerchiamo di coinvolgere tutte le
parti. Stiamo tenendo fuori dalle scelte politiche una quota sempre
crescente della popolazione, siamo al 10% arriveremo al 20%. Non ce
lo possiamo permettere.
Bisogna chiedere al Ministro Riccardi di fare una conferenza
nazionale su cittadinanza e immigrazione.
Da
qui al 2030 secondo l’ISMU diventano 8,5 milioni gli stranieri è
come una bomba ad orologeria che deve diventare in positivo, stimolo
alla società.
Dobbiamo rilanciare nel nuovo anno iniziative a carattere pubblico
allargate a tutti gli interlocutori con l’idea di fare lobby al
Parlamento per individuare soluzioni praticabili a questo problema.
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