Libia, asilo negato a
migranti di Paesi terzi,
Cir: “No a ricorso a tappeto, un boomerang”
Intervista al direttore Cristopher Hein sui dinieghi per i profughi
dalla Libia ma cittadini di altri Paesi. Sono la maggioranza
dei 15 mila accolti. Rischiano di restare in Italia senza permesso.
“Serve una soluzione rapida”
di Raffaella
Cosentino, Redattore Sociale
ROMA. Da
profughi che cercano riparo dalla guerra di Libia a possibili ‘sans
papiers’ che rischiano di finire in massa nei Cie, detenuti per un
anno in mezzo in condizioni disumane. E’ il destino che rischia di
accomunare migliaia di richiedenti asilo sbarcati in Italia dallo
scoppio del conflitto contro Gheddafi.
Nei centri di accoglienza stanno arrivando i primi dinieghi delle
domande fatte da persone che vivevano in Libia ma la cui nazionalità
è diversa. Secondo il sistema di protezione internazionale vale il
principio di considerare il paese d’origine, non quello di transito
anche nei casi in cui si lavorava in Libia da dieci anni.
“Anche per le cose più terribili vissute in guerra da non libici,
non si applica la protezione, tranne nei rari casi degli apolidi”,
spiega Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i
Rifugiati. Sono 15 mila le persone accolte attualmente nei
Cara per gli sbarchi, esclusi i tunisini. Secondo le statistiche
della Protezione Civile, riferite da Hein, il 46% di loro viene da
tre nazionalità: Nigeria, Ghana e Mali. Pochi sono i libici, di cui
non si hanno stime certe. La maggior parte dei cittadini della Libia
si è infatti riversata sugli stati confinanti, Tunisia ed Egitto,
dove aspetta la fine della guerra per rientrare. Il 10% sono somali,
eritrei e sudanesi, che avranno buone probabilità di avere accordato
l’asilo politico perché sono cittadini di paesi afflitti dalle
guerre o dalle dittature. Tutti gli altri sono di vari stati sub
sahariani come Togo, Costa D’Avorio e Camerun. Per queste
nazionalità e soprattutto per le maggiori tre, continua Hein “in
passato è stata molto bassa la percentuale di riconoscimento di
protezione umanitaria, si presuppone un diniego, alcuni già in atto
e altri sono da aspettarsi”.
Che succede dopo il
rifiuto?
“C’è il ricorso al tribunale che prolunga la situazione di
richiedente asilo – dice ancora il direttore del Cir – a livello
locale, l’orientamento delle autorità è di far fare ricorso a tutti
per beneficiare più a lungo dell’accoglienza, alla quale altrimenti
i profughi non avrebbero diritto. Poi verrà l’espulsione e siccome
queste persone non potranno lasciare l’Italia in pochi giorni,
scaduto il termine, scatterà il trattenimento nei Centri di
identificazione e di espulsione, che sono già pieni”. Secondo
Hein “questa non rappresenta una soluzione, perché le persone
provengono da paesi come il Mali con i quali non c’è un accordo
bilaterale per il rimpatrio e quando è impossibile rimpatriare, non
ha senso prolungare la detenzione a 18 mesi”.
La posizione del
Consiglio Italiano per i Rifugiati, in quanto organizzazione per la
difesa del diritto d’asilo è espressa così dal direttore:
“Siamo contrari al ricorso a tappeto, è un boomerang. L’opzione è
presentare alle persone il rimpatrio volontario assistito con il
pocket money”. Hein prospetta anche una soluzione politica, come già
detto dalla portavoce dell’Acnur Laura Boldrini. “Pensiamo a un
provvedimento del governo analogo a quello del permesso umanitario
temporaneo fatto per i tunisini, fatto con un decreto oppure con una
circolare alle questure, in attesa che la situazione in Libia si
risolva – spiega il direttore del Cir – la maggior parte delle
persone erano lavoratori immigrati di cui quel paese avrà di nuovo
bisogno per la ricostruzione, non ha senso rimandarli nel paese
d’origine dove c’è solo fame e disoccupazione”.
Lo scenario è
complesso e la mancanza di diritti per questi profughi costituirebbe
un problema per tutti. Il Cir lancia l’allarme. “Bisogna rapidamente
trovare una soluzione, altrimenti si rischia di avere migliaia di
persone che girano a vuoto, se uno non ha il permesso di soggiorno,
non ha accoglienza e non conosce l’Italia, questa è istigazione alla
microcriminalità”, afferma Hein.
La soluzione del
permesso umanitario appare la migliore perché si tratta di un
documento che ha una definizione più vaga e a discrezionalità
maggiore, in cui si può tenere conto anche delle condizioni in un
paese di transito, quale la Libia e delle circostanze individuali.
Viene rilasciato alle persone malate per potersi curare o alle
vittime di violenze, anche sessuali. Dura un anno rinnovabile e si
ha il diritto di lavorare. Intanto nei Cara, soprattutto nei mega
centri come Mineo e Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, la tensione è
alle stelle, con frequenti proteste e risse a causa della lentezza
con cui la commissione territoriale esamina le domande d’asilo,
pochi casi al giorno. “Il problema non sono le commissioni ma le
questure – dice Hein – sono loro a inviare alla commissione i moduli
C3 con le richieste, passano tutte da lì”. |