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(Photo credits: Riccardo Venturi/contrasto)

Dal Campo di Transito per Rifugiati di Choucha, Tunisia

di Anna Cataldi, Ambasciatrice di Buona Volontà dell’ ECRE

Anna Cataldi, scrittrice e giornalista italiana, è stata nominata nel dicembre 2010 prima Ambasciatrice di buona volontà (Goodwill Ambassador) dell’ECRE-Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli. La Cataldi è autrice di "Lettere da Sarajevo", che racconta l'impatto della guerra sui bambini della Bosnia. E’ stata “Messaggero di Pace delle Nazioni Unite” nel 1998 e Goodwill Ambassador per l’OMS-Stop TB Partnership dal 2007 fino a poco fa.

 

Anna Cataldi, autrice e giornalista italiana, è diventata la prima Ambasciatrice di Buona Volontà dell’ECRE a dicembre 2010. A fine marzo 2011 ha visitato i campi di transito per rifugiati a Choucha e Ras Jédir in Tunisia. Pubblichiamo – tratto dal sito dell’ECRE- un suo articolo dedicato alla missione sul campo.

"Per favore, signora, mi dica dove mi trovo ..." L’uomo che mi trovo di fronte sembra esausto. Occhi cerchiati di rosso, pelle scura che brilla per il sudore, una ferita rossa bruciata dal sole su un labbro. Il suo unico bagaglio è una piccola borsa che penzola dalla sua spalla. Mi chiedo quanto abbia dovuto camminare per arrivare in questo posto, che lui non sa che è il campo di transito di Choucha, e dove nella confusione nessuno ha il tempo di occuparsi di lui.

Allestito in fretta a 8 chilometri dal confine tunisino con la Libia per gestire l’emergenza provocata dai rifugiati che, dal 20 febbraio, continuano a fuggire dalla situazione caotica in Libia, il campo di Ras Jadir ha dovuto fronteggiare il flusso di 150 mila persone disperate. Ci sono pochi cittadini libici; quasi tutti sono lavoratori stranieri di paesi vicini e lontani: Egitto, Marocco, Bangladesh, Cina, Mali, Ghana, Nigeria. Altri provengono dall’Africa sub-sahariana, Somalia, Eritrea e Sudan. E alcuni dalla stessa Tunisia.

La Libia, con una popolazione che supera di poco i 6 milioni, aveva assorbito 1 milione 800 mila stranieri, tutti impiegati dalle industrie locali. Alcuni sono arrivati in Libia in fuga da conflitti e persecuzioni, altri avevano contratti di lavoro regolari, altri ancora sono migranti irregolari. Cosa accadrà a queste persone che ora sono senza lavoro, senza supporto finanziario, scansati dalla popolazione locale - particolarmente se neri – e intrappolati da un conflitto che non ha niente a che vedere con loro?

Quelli che riescono, se  provenienti dalla Cirenaica, si dirigono verso la frontiera con l’Egitto, verso la Tunisia invece se arrivano dalla Tripolitania. L’uomo sotto shock che mi ha chiesto di dirgli dove si trovasse è un caso emblematico. Per lui, come per gli altri, ci sono buone possibilità che – dopo i controlli nel campo – sarà rimpatriato in Nigeria, suo paese di origine.

 Sudanese refugees at Ras Ajdir refugee camp

Photo credits: Riccardo Venturi/contrasto

 

La maggior parte di questi rifugiati vuole soltanto tornare a riunirsi con le proprie famiglie nei propri paesi. Le famiglie, che hanno sostenuto da lontano con le proprie rimesse, magre in realtà, guadagnate con il sudore della fronte nella Libia di Gheddafi.

All’aeroporto di Jerba, a tre ore di autobus da Choucha, un carico umano attende ogni giorno di essere imbarcato su voli che li riporterà a casa. Migliaia di partenze al giorno. E migliaia di nuovi arrivi a Choucha.

La principale responsabilità di gestire questa gigantesca camera di compensazione umanitaria è sulle spalle di UNHCR, IOM (International Organization for Migration) e Mezza Luna Rossa tunisina. Il lavoro nel campo è frenetico: ricevere, registrare, controllare identità, nutrire, aver cura e accogliere persone esauste in file di tende senza fine.

Il vento forte crea mulinelli di sabbia tutt’intorno, soffiandola in bocca, negli occhi e nelle tende stracolme in cui le persone si riparano. Nonostante le partenze ci sono ancora 17.000 rifugiati che vivono nel campo. Quasi tutti sono in attesa di essere rimpatriati, ma per alcuni non è ancora possibile. Somali, sudanesi, eritrei non possono essere rinviati in paesi in guerra.

"Il campo è temporaneo", insistono gli operatori umanitari. "Tra due settimane il nostro lavoro sarà finito." Ma è difficile valutare quanto sta accadendo. E non solo a causa del problema apparentemente insolubile del contingente sub-sahariano che, armato di striscioni, organizza dimostrazioni di protesta, ma anche l’incessante successione degli eventi rende dubbia ogni previsione.

Ghanaian refugees at Ras Ajdir refugee camp

Photo credits: Riccardo Venturi/contrasto

 

In poche ore, dalle 5:45 pm (orario di New York) del 17 marzo, dall’approvazione della Risoluzione 1973 nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il carattere della battaglia in Libia è drammaticamente cambiato. Quanti ulteriori rifugiati genererà il conflitto, non più interno ma internazionale, con questi bombardamenti, questi nuovi feroci scontri? Quante anime disperate cercheranno rifugio nei paesi vicini?

Con generosità e determinazione altamente encomiabili, la Tunisia ha assunto il peso della responsabilità per i rifugiati. Fin dal primo giorno tutti, dalle forze di polizia ai rappresentanti del governo, fino ai privati cittadini di ogni parte del paese – perfino dalle oasi più povere – ognuno ha portato aiuto a queste persone. Ma la Tunisia non può continuare a sopportare il peso dell’emergenza da sola. E’ ora molto urgente che la comunità internazionale si organizzi per affrontare il problema.

(Traduzione italiana di Linda Sette, CIR)