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Dal Campo di Transito
per Rifugiati di Choucha, Tunisia
di Anna Cataldi, Ambasciatrice di Buona Volontà dell’
ECRE
Anna Cataldi, scrittrice e giornalista italiana, è stata nominata
nel dicembre 2010 prima Ambasciatrice di buona volontà (Goodwill
Ambassador) dell’ECRE-Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli.
La Cataldi è autrice di "Lettere da Sarajevo", che racconta
l'impatto della guerra sui bambini della Bosnia. E’ stata
“Messaggero di Pace delle Nazioni Unite” nel 1998 e Goodwill
Ambassador per l’OMS-Stop TB Partnership dal 2007 fino a poco fa.
Anna Cataldi, autrice e giornalista italiana, è
diventata la prima Ambasciatrice di Buona Volontà dell’ECRE a
dicembre 2010. A fine marzo 2011 ha visitato i campi di transito per
rifugiati a Choucha e Ras Jédir in Tunisia. Pubblichiamo – tratto
dal sito dell’ECRE- un suo articolo dedicato alla missione sul
campo.
"Per
favore, signora, mi dica dove mi trovo ..."
L’uomo che mi trovo di fronte sembra esausto. Occhi cerchiati di
rosso, pelle scura che brilla per il sudore, una ferita rossa
bruciata dal sole su un labbro. Il suo unico bagaglio è una piccola
borsa che penzola dalla sua spalla. Mi chiedo quanto abbia dovuto
camminare per arrivare in questo posto, che lui non sa che è il
campo di transito di Choucha, e dove nella confusione nessuno ha il
tempo di occuparsi di lui.
Allestito
in
fretta a 8 chilometri dal confine tunisino con la Libia per gestire
l’emergenza provocata dai rifugiati che, dal 20 febbraio, continuano
a fuggire dalla situazione caotica in Libia, il campo di Ras Jadir
ha dovuto fronteggiare il flusso di 150 mila persone disperate. Ci
sono pochi cittadini libici; quasi tutti sono lavoratori stranieri
di paesi vicini e lontani: Egitto, Marocco, Bangladesh, Cina, Mali,
Ghana, Nigeria. Altri provengono dall’Africa sub-sahariana, Somalia,
Eritrea e Sudan. E
alcuni dalla stessa
Tunisia.
La Libia, con una popolazione che supera di poco i 6
milioni, aveva assorbito 1 milione 800 mila stranieri, tutti
impiegati dalle industrie locali. Alcuni sono arrivati in Libia in
fuga da conflitti e persecuzioni, altri avevano contratti di lavoro
regolari, altri ancora sono migranti irregolari. Cosa accadrà a
queste persone che ora sono senza lavoro, senza supporto
finanziario, scansati dalla popolazione locale - particolarmente se
neri – e intrappolati da un conflitto che non ha niente a che vedere
con loro?
Quelli che riescono, se provenienti
dalla Cirenaica, si dirigono verso la frontiera con l’Egitto, verso
la Tunisia invece se arrivano dalla Tripolitania.
L’uomo sotto shock che mi ha chiesto di dirgli dove si trovasse è un
caso emblematico. Per lui, come per gli altri, ci sono buone
possibilità che – dopo i controlli nel campo – sarà rimpatriato in
Nigeria, suo paese di origine.
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Sudanese
refugees at Ras Ajdir refugee camp
Photo credits:
Riccardo Venturi/contrasto |
La maggior parte di questi rifugiati vuole soltanto
tornare a riunirsi con le proprie famiglie nei propri paesi. Le
famiglie, che hanno sostenuto da lontano con le proprie rimesse,
magre in realtà, guadagnate con il sudore della fronte nella Libia
di Gheddafi.
All’aeroporto di Jerba, a tre ore di autobus da Choucha, un carico
umano attende ogni giorno di essere imbarcato su voli che li
riporterà a casa. Migliaia di partenze al giorno. E migliaia di
nuovi arrivi a Choucha.
La principale responsabilità di gestire questa
gigantesca camera di compensazione umanitaria è sulle spalle di
UNHCR, IOM (International Organization for Migration) e Mezza Luna
Rossa tunisina. Il lavoro nel campo è frenetico: ricevere,
registrare, controllare identità, nutrire, aver cura e accogliere
persone esauste in file di tende senza fine.
Il
vento forte crea mulinelli di sabbia tutt’intorno, soffiandola in
bocca, negli occhi e nelle tende stracolme in cui le persone si
riparano. Nonostante le partenze ci sono ancora 17.000 rifugiati che
vivono nel campo. Quasi tutti sono in attesa di essere rimpatriati,
ma per alcuni non è ancora possibile. Somali, sudanesi, eritrei non
possono essere rinviati in paesi in guerra.
"Il
campo è temporaneo", insistono gli operatori umanitari. "Tra due
settimane il nostro lavoro sarà finito."
Ma è difficile valutare quanto sta accadendo. E non solo a causa del
problema apparentemente insolubile del contingente sub-sahariano
che, armato di striscioni, organizza dimostrazioni di protesta, ma
anche l’incessante successione degli eventi rende dubbia ogni
previsione.
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Ghanaian
refugees at Ras Ajdir refugee camp
Photo credits:
Riccardo Venturi/contrasto |
In poche ore,
dalle 5:45 pm (orario di New York) del 17 marzo, dall’approvazione
della Risoluzione 1973 nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, il carattere della battaglia in Libia è drammaticamente
cambiato. Quanti ulteriori rifugiati genererà il conflitto, non più
interno ma internazionale, con questi bombardamenti, questi nuovi
feroci scontri? Quante anime disperate cercheranno rifugio nei paesi
vicini?
Con generosità e determinazione altamente
encomiabili, la Tunisia ha assunto il peso della responsabilità per
i rifugiati. Fin dal primo giorno tutti, dalle forze di polizia ai
rappresentanti del governo, fino ai privati cittadini di ogni parte
del paese – perfino dalle oasi più povere – ognuno ha portato aiuto
a queste persone. Ma la Tunisia non può continuare a sopportare il
peso dell’emergenza da sola. E’ ora molto urgente che la comunità
internazionale si organizzi per affrontare il problema.
(Traduzione italiana
di Linda Sette, CIR)
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