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Speciale 26 giugno 2010
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Appello Fermiamo la Tortura!

 PROGETTO VI.TO.

LA VALENZA RIABILITATIVA DEI PERCORSI PSICO-SOCIALI

 

Il nostro punto di partenza nel pensare i laboratori di riabilitazione psico-sociale, sono stati, in primo luogo, i racconti e le esperienze dei sopravvissuti a traumi estremi, che sempre sottolineano la drammaticità del periodo immediatamente successivo al trauma. Il momento in cui si ritorna alla vita “normale” è il momento in cui la persona acquista coscienza della sua condizione e della sua esperienza. Come Primo Levi scrive nel suo ultimo libro “I sommersi e i salvati” : “…all’uscita dal buio, si soffriva per la riacquisita consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o per anni ad un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall’alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti era annullato”. Eventi catastrofici, come lo sterminio nazista e la tortura praticata per volontà di un uomo su un altro uomo, provocano lacerazioni che modificano sostanzialmente l’essenza dell’individuo. Il trauma psichico viene definito nel dizionario psicologico di Pieren: “…emozione violenta capace di modificare in modo permanente la personalità di un individuo, sensibilizzandolo alle successive esperienze similari”. La vita post-traumatica, come la definizione sottolinea, è caratterizzata da una particolare vulnerabilità del soggetto nei confronti di situazioni che, seppure per forma e per intensità sono lontane dai terribili eventi passati, sono ad essi assimililabili per la capacità di rievocare e ri-attualizzare le profonde ferite da essi prodotte. Ogni evento che induca il sopravvissuto a confrontarsi con la precarietà, l’insicurezza personale e sociale, l’eclissi del senso di identità e dell’autonomia, la totale dipendenza dagli altri, tende ad essere vissuto traumaticamente attraverso il meccanismo della rievocazione inconscia per assimilazione. Questa particolare suscettibilità, riscontrabile in tutti coloro che sono stati vittime di traumi e violenze estreme, diviene ancor più soverchiante e pervasiva nei rifugiati sopravvissuti a tortura. Le precarie e marginali condizioni di vita e l’incertezza assoluta sul proprio futuro tendono infatti a perpetuare le esperienze di re-traumatizzazione, sostenendo un circolo vizioso che rende assai difficile il trattamento ed il recupero di una soddisfacente qualità di vita. E’ perciò che ogni trattamento rivolto alla cura ed al recupero dei rifugiati sopravvissuti a tortura deve prevedere l’intervento tempestivo e contemporaneo sia a livello medico-psicologico che sociale e da subito proporsi di creare condizioni di vita volte a contrastare esperienze di estrema incertezza, in modo che i progressi ottenuti tramite i vari interventi specifici non siano puntualmente vanificati dai traumatismi secondari sostenuti dall’assenza di un qualsiasi contesto sociale di riferimento.

I percorsi riabilitativi psico-sociali (PRPS) rappresentano un’utilissima opzione terapeutica non convenzionale nell’ambito del trattamento e della holding dei pazienti sopravvissuti a tortura. Nel corso degli anni abbiamo sperimentato varie forme di PRPS, alcuni con caratteristiche più spiccatamente artistico-artigianale, come il laboratorio di restauro mobili antichi, il laboratorio di tessitura e restauro di tappeti o il laboratorio di batik (antica tecnica di pittura su stoffa), altri con caratteristiche artistico-espressive, quali il laboratorio di teatro e il laboratorio di video.

 

Ogni laboratorio è formato da un gruppo di 6/8 persone che si incontrano con una cadenza regolare (3/4 volte a settimana) per un periodo medio di 5 mesi.
I partecipanti ai laboratori sono richiedenti asilo vittime di tortura, sono dunque persone sopravvissute a traumi estremi causati intenzionalmente da un’altra persona. La tortura ha come obiettivo quello di annientare l’ individuo, di ridurlo al silenzio, di distruggere radicalmente la sua fiducia nei rapporti umani.
Inoltre, nella condizione di esilio il vincolo sociale dell’identità è profondamente colpito: tutto l’ambiente circostante diventa “sconosciuto” e privo di riferimenti certi. Chi fugge dal proprio paese perde il proprio ruolo all’interno della propria comunità, del proprio gruppo di lavoro, della propria famiglia. Questa rottura dei legami comporta dei profondi vissuti di “non appartenenza”.
Il richiedente asilo appena arrivato in Italia si trova nella necessità di affidarsi proprio a quegli strumenti del diritto che, nella sua esperienza passata, si sono rivelati così inefficaci a proteggerlo dall’abuso e dalla persecuzione. In questo cammino si scontra con una lunga serie di ostacoli e difficoltà burocratiche. Un richiedente asilo attende in media 18 mesi la convocazione per la valutazione della sua richiesta di asilo.
L’esperienza di laboratorio si colloca in questa lunga attesa, che solo per alcuni di loro avrà esito positivo.
La prolungata sospensione di ogni certezza riguardo al futuro, aggrava spesso in modo critico il già fragile equilibrio psicologico di queste persone.

I conduttori dei vari gruppi sono persone con grande esperienza specifica che lavorano in stretto collegamento con l’equipe sociale e psicologica del progetto VI.TO.

Molti sono i fattori presenti nei percorsi riabilitativi psico-sociali che, implicitamente o esplicitamente, concorrono alla loro efficacia riabilitativa e terapeutica. Tra questi, i principali sono:

  • La reintegrazione dell’ identità favorita dall’accoglienza e dal riconoscimento di sé da parte del gruppo che permette al partecipante di ritrovare un’immagine di sé più coerente e stabile.

  • La percezione di appartenenza promossa dall’attivazione dell’ identità gruppale e dalla solidarietà, che favorisce la possibilità di far emergere aspetti positivi e vitali di sé, legati soprattutto alla sfera emotiva ed affettiva, altrimenti coartati e scissi per effetto del trauma subito.

  • La riappropriazione della capacità di concentrazione e della disponibilità all’apprendimento.

  • Attivazione a livello inconscio - attraverso processi di tipo simbolico - delle memorie traumatiche e delle complesse tonalità affettive ad esse correlate, indispensabili ad una successiva elaborazione del trauma.

  • La creazione di forti riferimenti spazio-temporali e di riferimenti affettivi e sociali.

  • Mantenere la propria dignità di persona attraverso un’occupazione.

  • Recuperare la propria autostima e una capacità progettuale.

A chi si avvicina per la prima volta a questi temi, vorremmo consegnare un’immagine che accompagni la visione del catalogo sul laboratorio di restauro tappeti… La loro storia è come una tela lacerata sulla quale un’abile sarta, con un paziente lavoro di rammendo, riallaccia i fili spezzati e ricostruisce la trama; l’ attività del restauro svolge un ruolo altamente significativo e simbolico, perché permette di “riportare in vita” un oggetto che aveva perso le sue funzioni originarie e per questo era stato lasciato in disparte.

 

TESTIMONIANZE

Il laboratorio è nato nel 2001 e vi hanno partecipato 50 richiedenti asilo provenienti da paesi diversi. Abbiamo voluto incontrare tutti i partecipanti ai vari laboratori e raccogliere alcune testimonianze sul significato che loro hanno attribuito all’esperienza. Ne presentiamo alcune:

“…Questo è un lavoro cha ha bisogno di tranquillità, che ha bisogno di precisione. La prima volta non sapevo niente ed è ancora un po’ difficile per me…
Richiede tutta l’attenzione, se non sei concentrato il lavoro non riesci a farlo, la tranquillità nel mio cuore è molto importante.
Anche i pensieri, riguardo a tutto quello che ho passato prima, tutte le cose che ho visto per arrivare qui… ho notato che c’è un cambiamento…quando lavoro, quando sono qui, la mia concentrazione per questo lavoro, non mi consente di pensare ad altro.
È difficile imparare, ma nel tempo che ho passato qui ho capito che posso fare qualcosa con questo laboratorio. Non è per i soldi, ma è per la tranquillità, questo lavoro mi fa pensare a creare qualcosa, come creare qualcosa, adesso so che posso utilizzare le mie mani per fare qualcosa.
Qualche volta sogno di fare questo lavoro, c’è un cambiamento, ripeto non è per i soldi ma per far capire le proprie potenzialità...ci sono tante potenzialità che l’uomo può esplorare….
Quando si fa una cosa questa cosa deve rimanere nel suo cuore, nella sua mentalità, farà parte del mio bagaglio…” (Mawuko)

“…Spero che il laboratorio vada avanti, anche per i nuovi richiedenti asilo che arriveranno. Questa attività mi fa rimanere tranquillo e mi ha permesso di ricominciare a vivere in un nuovo paese, soprattutto nel primo periodo.” (Edward)

“…Ho deciso di mettermi in gioco, di provare prima di dire di no, di fare un tentativo. Mi sono trovato davanti persone in grado di rispettare i tempi di ognuno nell’apprendimento, in Togo nessuno si prende la briga di rispiegarti le cose se non le hai capite…..
…L’inizio di tutte le cose è sempre difficile però bisogna considerare il fine. Io sono molto contento di aver partecipato a questa formazione, perché per me è stata non solo un’esperienza lavorativa, ma una maniera di sentirsi in famiglia e di scambiare idee tra gente di diverse nazionalità.
…È un miscuglio culturale che permette di sormontare le difficoltà alle quali dobbiamo far fronte e che ci aiuta a passare delle ore in maniera costruttiva e a ridurre lo stress.” (Anani)

“…Il primo giorno ero triste, non sapevo cosa dovevo fare.
Al mio arrivo qui, mi sono sentito come un albero in un deserto, senza punti di riferimento, disorientato, ma piano-piano ho ritrovato la vita: sfortunatamente ero una persona tormentata e che aveva perso il senso di tutto. Non mi aspettavo di fare una formazione di questo genere, ma è stato il motore di tutto … per me è un miracolo che si è prodotto in me.” (Franck)

“…Ci fa entrare in un nuovo mondo e apre la memoria, la sua creatività, rivitalizza e rende una persona capace di ragionare, di esprimere le sue idee i suoi pensieri e la spinge a concretizzare e ad essere concentrato sul suo lavoro.
È stato un mezzo di integrazione, di riposo morale (rilassamento) di apprendere un mestiere, di imparare ad esprimere davanti ai miei colleghi e di dimenticare i miei problemi.
Ho ricevuto qualcosa di più di ciò che avevo prima.
L’accoglienza della formatrice è stata calorosa. È un luogo per imparare che mi ha fatto entrare in un nuovo mondo” (Lembe)

“…E quando guardavo sul muro avevo l’impressione di trovarmi in un altro mondo.. È un luogo di apprendimento che apre la memoria ed esalta la creatività. È un luogo che fa dimenticare i problemi che uno ha. È un luogo di integrazione interetnico.
Mi piacerebbe che ci fosse una sala espositiva e di vendita e che si aumentasse il numero di partecipanti per dare la possibilità a tanti altri.” (Joseph)

“…In Italia avevo molto pensieri ma da quando ho iniziato il laboratorio ho diminuito i miei pensieri” (David)

“…Prima dell’inizio del corso di formazione non facevo nulla, se non girare…. dopo, ho avuto qualcosa da fare che mi ha permesso di non pensare. Se non fai nulla con i pensieri vai di là, di là…”(Koffi)

“…Aggiungo l’importanza del gruppo, la complicità che c’è stata tra noi. Quando mancava qualcuno c’era la preoccupazione da parte di tutti i compagni del gruppo, per la salute di tutti. Per me e mia moglie l’arrivo in Italia è stato molto difficile, soprattutto per lei…molte volte abbiamo ripensato se rimanere o no in Italia.
Abbiamo trovato nel gruppo, nel contesto del laboratorio un supporto naturale.
Ci ha aiutato moltissimo a credere di più in noi stessi, ci ha aiutato a volerci più bene e a voler più bene anche agli altri e a capire meglio i problemi degli altri rifugiati.
Ci ha aiutato a credere di più nelle loro capacità. Siamo riusciti, nonostante tutto a portare avanti un prodotto.” (Hugo)

“…Quando ci spiegavate il corso, non capivo molto bene, ma ho accettato comunque di partecipare per uscire dalla routine.
…Quando siamo arrivati, ci siamo confrontati con la realtà dei centri di accoglienza, con il dover trascorrere forzatamente le ore fuori dai centri, con il fatto che chiudevano l’intera giornata (dalle 9 alle 18), a dover dormire nei giardini…contemporaneamente dentro di noi c’era una grande sofferenza, ci ricordavamo sempre quello che era successo.
…Per noi è diventato un lavoro, ci ha aiutato a trovare qualcosa da fare, a trovare una occupazione. Quando siamo stati chiamati dal CIR, per noi era molto importante avere qualcosa da fare, qualcosa che ci permettesse di dimenticare.
Da subito abbiamo sentito l’amore che c’era in questo gruppo. L’amore e l’impegno ci hanno fortificato.
Piano piano ci siamo sentiti sempre più rilassati e questo ci ha dato la forza di andare avanti.
…Quello che ho vissuto è come una cura, non c’è dubbio che per noi è stata una cura e come tale non vale per tutta la vita.
…Ora dobbiamo passare ad una fase successiva, alla seconda fase, quella dell’integrazione, della formazione, parlare, mangiare con voi è stato molto importante anche per la comprensione della società.” (José)

“…All’inizio del laboratorio non capivo l’obiettivo, e mi sentivo un po’ demotivato…
Alla fine invece ho capito tutto, ho capito tutti i pezzi messi insieme.
È stata un’attività che mi ha fatto molto bene, ogni volta che ci incontriamo dimentichiamo la nostra grande sofferenza.” (Kodjo)

“…Questa esperienza mi ha dato molta gioia e la fine del percorso è stato molto doloroso, perché mi si chiariva che erano le ultime volte che ci ritrovavamo tutti insieme.
Per questi 4 mesi è stato importante avere un impegno scandito nel tempo, e questo creava un ordine nelle cose, un ordine molto importante per andare avanti.
Oggi ritrovo questa confusione, mi trovo senza punti di riferimento.
Voglio sottolineare la capacità del formatore di tirar fuori da ognuno di noi le proprie capacità, intendo dire anche le capacità inespresse.
Ognuno ha potuto valorizzare le proprie capacità, e tutte queste capacità sono state organizzate in un lavoro d’insieme, che poi ha dato un risultato così armonico e così apprezzabile.
Spero che ora non ci sia uno sgretolamento del gruppo, spero che rimarremo ancora legati.” (Robert)

“…Al principio è stato molto difficile iniziare il processo per le difficoltà quotidiane. Io nel gruppo ero l’unico diverso, ma l’esperienza mi ha dato un bell’insegnamento.
Anche la vita mi ha dato un bell’insegnamento. Sempre dopo una cosa brutta c’è una cosa bella, per me è questa e spero che si prolunghi nel tempo.”
(Anderson)

 

 

 

foto di Laura Bartoli