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Il nostro
punto di partenza nel pensare i laboratori di
riabilitazione psico-sociale, sono stati, in primo
luogo, i racconti e le esperienze dei sopravvissuti a
traumi estremi, che sempre sottolineano la drammaticità
del periodo immediatamente successivo al trauma. Il
momento in cui si ritorna alla vita “normale” è il
momento in cui la persona acquista coscienza della sua
condizione e della sua esperienza. Come Primo Levi
scrive nel suo ultimo libro “I sommersi e i salvati” :
“…all’uscita dal buio, si soffriva per la riacquisita
consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà
né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto
per mesi o per anni ad un livello animalesco: le nostre
giornate erano state ingombrate dall’alba alla notte
dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo
spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti
era annullato”. Eventi catastrofici, come lo sterminio
nazista e la tortura praticata per volontà di un uomo su
un altro uomo, provocano lacerazioni che modificano
sostanzialmente l’essenza dell’individuo. Il trauma
psichico viene definito nel dizionario psicologico di
Pieren: “…emozione violenta capace di modificare in modo
permanente la personalità di un individuo,
sensibilizzandolo alle successive esperienze similari”.
La vita post-traumatica, come la definizione sottolinea,
è caratterizzata da una particolare vulnerabilità del
soggetto nei confronti di situazioni che, seppure per
forma e per intensità sono lontane dai terribili eventi
passati, sono ad essi assimililabili per la capacità di
rievocare e ri-attualizzare le profonde ferite da essi
prodotte. Ogni evento che induca il sopravvissuto a
confrontarsi con la precarietà, l’insicurezza personale
e sociale, l’eclissi del senso di identità e
dell’autonomia, la totale dipendenza dagli altri, tende
ad essere vissuto traumaticamente attraverso il
meccanismo della rievocazione inconscia per
assimilazione. Questa particolare suscettibilità,
riscontrabile in tutti coloro che sono stati vittime di
traumi e violenze estreme, diviene ancor più
soverchiante e pervasiva nei rifugiati sopravvissuti a
tortura. Le precarie e marginali condizioni di vita e
l’incertezza assoluta sul proprio futuro tendono infatti
a perpetuare le esperienze di re-traumatizzazione,
sostenendo un circolo vizioso che rende assai difficile
il trattamento ed il recupero di una soddisfacente
qualità di vita. E’ perciò che ogni trattamento rivolto
alla cura ed al recupero dei rifugiati sopravvissuti a
tortura deve prevedere l’intervento tempestivo e
contemporaneo sia a livello medico-psicologico che
sociale e da subito proporsi di creare condizioni di
vita volte a contrastare esperienze di estrema
incertezza, in modo che i progressi ottenuti tramite i
vari interventi specifici non siano puntualmente
vanificati dai traumatismi secondari sostenuti
dall’assenza di un qualsiasi contesto sociale di
riferimento.
I percorsi
riabilitativi psico-sociali (PRPS) rappresentano
un’utilissima opzione terapeutica non convenzionale
nell’ambito del trattamento e della holding dei pazienti
sopravvissuti a tortura. Nel corso degli anni abbiamo
sperimentato varie forme di PRPS, alcuni con
caratteristiche più spiccatamente artistico-artigianale,
come il laboratorio di restauro mobili antichi, il
laboratorio di tessitura e restauro di tappeti o il
laboratorio di batik (antica tecnica di pittura su
stoffa), altri con caratteristiche artistico-espressive,
quali il laboratorio di teatro e il laboratorio di
video.
Ogni
laboratorio è formato da un gruppo di 6/8 persone che si
incontrano con una cadenza regolare (3/4 volte a
settimana) per un periodo medio di 5 mesi.
I partecipanti ai laboratori sono richiedenti asilo
vittime di tortura, sono dunque persone sopravvissute a
traumi estremi causati intenzionalmente da un’altra
persona. La tortura ha come obiettivo quello di
annientare l’ individuo, di ridurlo al silenzio, di
distruggere radicalmente la sua fiducia nei rapporti
umani.
Inoltre, nella condizione di esilio il vincolo sociale
dell’identità è profondamente colpito: tutto l’ambiente
circostante diventa “sconosciuto” e privo di riferimenti
certi. Chi fugge dal proprio paese perde il proprio
ruolo all’interno della propria comunità, del proprio
gruppo di lavoro, della propria famiglia. Questa rottura
dei legami comporta dei profondi vissuti di “non
appartenenza”.
Il richiedente asilo appena arrivato in Italia si trova
nella necessità di affidarsi proprio a quegli strumenti
del diritto che, nella sua esperienza passata, si sono
rivelati così inefficaci a proteggerlo dall’abuso e
dalla persecuzione. In questo cammino si scontra con una
lunga serie di ostacoli e difficoltà burocratiche. Un
richiedente asilo attende in media 18 mesi la
convocazione per la valutazione della sua richiesta di
asilo.
L’esperienza di laboratorio si colloca in questa lunga
attesa, che solo per alcuni di loro avrà esito positivo.
La prolungata sospensione di ogni certezza riguardo al
futuro, aggrava spesso in modo critico il già fragile
equilibrio psicologico di queste persone.
I
conduttori dei vari gruppi sono persone con grande
esperienza specifica che lavorano in stretto
collegamento con l’equipe sociale e psicologica del
progetto VI.TO.
Molti sono
i fattori presenti nei percorsi riabilitativi
psico-sociali che, implicitamente o esplicitamente,
concorrono alla loro efficacia riabilitativa e
terapeutica. Tra questi, i principali sono:
-
La
reintegrazione dell’ identità favorita
dall’accoglienza e dal riconoscimento di sé da parte
del gruppo che permette al partecipante di ritrovare
un’immagine di sé più coerente e stabile.
-
La
percezione di appartenenza promossa dall’attivazione
dell’ identità gruppale e dalla solidarietà, che
favorisce la possibilità di far emergere aspetti
positivi e vitali di sé, legati soprattutto alla
sfera emotiva ed affettiva, altrimenti coartati e
scissi per effetto del trauma subito.
-
La
riappropriazione della capacità di concentrazione e
della disponibilità all’apprendimento.
-
Attivazione a livello inconscio - attraverso
processi di tipo simbolico - delle memorie
traumatiche e delle complesse tonalità affettive ad
esse correlate, indispensabili ad una successiva
elaborazione del trauma.
-
La
creazione di forti riferimenti spazio-temporali e di
riferimenti affettivi e sociali.
-
Mantenere la propria dignità di persona attraverso
un’occupazione.
-
Recuperare la propria autostima e una capacità
progettuale.
A chi si
avvicina per la prima volta a questi temi, vorremmo
consegnare un’immagine che accompagni la visione del
catalogo sul laboratorio di restauro tappeti… La loro
storia è come una tela lacerata sulla quale un’abile
sarta, con un paziente lavoro di rammendo, riallaccia i
fili spezzati e ricostruisce la trama; l’ attività del
restauro svolge un ruolo altamente significativo e
simbolico, perché permette di “riportare in vita” un
oggetto che aveva perso le sue funzioni originarie e per
questo era stato lasciato in disparte.
TESTIMONIANZE
Il
laboratorio è nato nel 2001 e vi hanno partecipato 50
richiedenti asilo provenienti da paesi diversi.
Abbiamo voluto incontrare tutti i partecipanti ai vari
laboratori e raccogliere alcune testimonianze sul
significato che loro hanno attribuito all’esperienza. Ne
presentiamo alcune:
“…Questo è
un lavoro cha ha bisogno di tranquillità, che ha bisogno
di precisione. La prima volta non sapevo niente ed è
ancora un po’ difficile per me…
Richiede tutta l’attenzione, se non sei concentrato il
lavoro non riesci a farlo, la tranquillità nel mio cuore
è molto importante.
Anche i pensieri, riguardo a tutto quello che ho passato
prima, tutte le cose che ho visto per arrivare qui… ho
notato che c’è un cambiamento…quando lavoro, quando sono
qui, la mia concentrazione per questo lavoro, non mi
consente di pensare ad altro.
È difficile imparare, ma nel tempo che ho passato qui ho
capito che posso fare qualcosa con questo laboratorio.
Non è per i soldi, ma è per la tranquillità, questo
lavoro mi fa pensare a creare qualcosa, come creare
qualcosa, adesso so che posso utilizzare le mie mani per
fare qualcosa.
Qualche volta sogno di fare questo lavoro, c’è un
cambiamento, ripeto non è per i soldi ma per far capire
le proprie potenzialità...ci sono tante potenzialità che
l’uomo può esplorare….
Quando si fa una cosa questa cosa deve rimanere nel suo
cuore, nella sua mentalità, farà parte del mio
bagaglio…” (Mawuko)
“…Spero
che il laboratorio vada avanti, anche per i nuovi
richiedenti asilo che arriveranno. Questa attività mi fa
rimanere tranquillo e mi ha permesso di ricominciare a
vivere in un nuovo paese, soprattutto nel primo
periodo.” (Edward)
“…Ho
deciso di mettermi in gioco, di provare prima di dire di
no, di fare un tentativo. Mi sono trovato davanti
persone in grado di rispettare i tempi di ognuno
nell’apprendimento, in Togo nessuno si prende la briga
di rispiegarti le cose se non le hai capite…..
…L’inizio di tutte le cose è sempre difficile però
bisogna considerare il fine. Io sono molto contento di
aver partecipato a questa formazione, perché per me è
stata non solo un’esperienza lavorativa, ma una maniera
di sentirsi in famiglia e di scambiare idee tra gente di
diverse nazionalità.
…È un miscuglio culturale che permette di sormontare le
difficoltà alle quali dobbiamo far fronte e che ci aiuta
a passare delle ore in maniera costruttiva e a ridurre
lo stress.” (Anani)
“…Il primo
giorno ero triste, non sapevo cosa dovevo fare.
Al mio arrivo qui, mi sono sentito come un albero in un
deserto, senza punti di riferimento, disorientato, ma
piano-piano ho ritrovato la vita: sfortunatamente ero
una persona tormentata e che aveva perso il senso di
tutto. Non mi aspettavo di fare una formazione di questo
genere, ma è stato il motore di tutto … per me è un
miracolo che si è prodotto in me.” (Franck)
“…Ci fa
entrare in un nuovo mondo e apre la memoria, la sua
creatività, rivitalizza e rende una persona capace di
ragionare, di esprimere le sue idee i suoi pensieri e la
spinge a concretizzare e ad essere concentrato sul suo
lavoro.
È stato un mezzo di integrazione, di riposo morale
(rilassamento) di apprendere un mestiere, di imparare ad
esprimere davanti ai miei colleghi e di dimenticare i
miei problemi.
Ho ricevuto qualcosa di più di ciò che avevo prima.
L’accoglienza della formatrice è stata calorosa. È un
luogo per imparare che mi ha fatto entrare in un nuovo
mondo” (Lembe)
“…E quando
guardavo sul muro avevo l’impressione di trovarmi in un
altro mondo.. È un luogo di apprendimento che apre la
memoria ed esalta la creatività. È un luogo che fa
dimenticare i problemi che uno ha. È un luogo di
integrazione interetnico.
Mi piacerebbe che ci fosse una sala espositiva e di
vendita e che si aumentasse il numero di partecipanti
per dare la possibilità a tanti altri.” (Joseph)
“…In
Italia avevo molto pensieri ma da quando ho iniziato il
laboratorio ho diminuito i miei pensieri” (David)
“…Prima
dell’inizio del corso di formazione non facevo nulla, se
non girare…. dopo, ho avuto qualcosa da fare che mi ha
permesso di non pensare. Se non fai nulla con i pensieri
vai di là, di là…”(Koffi)
“…Aggiungo
l’importanza del gruppo, la complicità che c’è stata tra
noi. Quando mancava qualcuno c’era la preoccupazione da
parte di tutti i compagni del gruppo, per la salute di
tutti. Per me e mia moglie l’arrivo in Italia è stato
molto difficile, soprattutto per lei…molte volte abbiamo
ripensato se rimanere o no in Italia.
Abbiamo trovato nel gruppo, nel contesto del laboratorio
un supporto naturale.
Ci ha aiutato moltissimo a credere di più in noi stessi,
ci ha aiutato a volerci più bene e a voler più bene
anche agli altri e a capire meglio i problemi degli
altri rifugiati.
Ci ha aiutato a credere di più nelle loro capacità.
Siamo riusciti, nonostante tutto a portare avanti un
prodotto.” (Hugo)
“…Quando
ci spiegavate il corso, non capivo molto bene, ma ho
accettato comunque di partecipare per uscire dalla
routine.
…Quando siamo arrivati, ci siamo confrontati con la
realtà dei centri di accoglienza, con il dover
trascorrere forzatamente le ore fuori dai centri, con il
fatto che chiudevano l’intera giornata (dalle 9 alle
18), a dover dormire nei giardini…contemporaneamente
dentro di noi c’era una grande sofferenza, ci
ricordavamo sempre quello che era successo.
…Per noi è diventato un lavoro, ci ha aiutato a trovare
qualcosa da fare, a trovare una occupazione. Quando
siamo stati chiamati dal CIR, per noi era molto
importante avere qualcosa da fare, qualcosa che ci
permettesse di dimenticare.
Da subito abbiamo sentito l’amore che c’era in questo
gruppo. L’amore e l’impegno ci hanno fortificato.
Piano piano ci siamo sentiti sempre più rilassati e
questo ci ha dato la forza di andare avanti.
…Quello che ho vissuto è come una cura, non c’è dubbio
che per noi è stata una cura e come tale non vale per
tutta la vita.
…Ora dobbiamo passare ad una fase successiva, alla
seconda fase, quella dell’integrazione, della
formazione, parlare, mangiare con voi è stato molto
importante anche per la comprensione della società.” (José)
“…All’inizio del laboratorio non capivo l’obiettivo, e
mi sentivo un po’ demotivato…
Alla fine invece ho capito tutto, ho capito tutti i
pezzi messi insieme.
È stata un’attività che mi ha fatto molto bene, ogni
volta che ci incontriamo dimentichiamo la nostra grande
sofferenza.” (Kodjo)
“…Questa
esperienza mi ha dato molta gioia e la fine del percorso
è stato molto doloroso, perché mi si chiariva che erano
le ultime volte che ci ritrovavamo tutti insieme.
Per questi 4 mesi è stato importante avere un impegno
scandito nel tempo, e questo creava un ordine nelle
cose, un ordine molto importante per andare avanti.
Oggi ritrovo questa confusione, mi trovo senza punti di
riferimento.
Voglio sottolineare la capacità del formatore di tirar
fuori da ognuno di noi le proprie capacità, intendo dire
anche le capacità inespresse.
Ognuno ha potuto valorizzare le proprie capacità, e
tutte queste capacità sono state organizzate in un
lavoro d’insieme, che poi ha dato un risultato così
armonico e così apprezzabile.
Spero che ora non ci sia uno sgretolamento del gruppo,
spero che rimarremo ancora legati.” (Robert)
“…Al
principio è stato molto difficile iniziare il processo
per le difficoltà quotidiane. Io nel gruppo ero l’unico
diverso, ma l’esperienza mi ha dato un bell’insegnamento.
Anche la vita mi ha dato un bell’insegnamento. Sempre
dopo una cosa brutta c’è una cosa bella, per me è questa
e spero che si prolunghi nel tempo.” (Anderson)
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