Inizio ringraziando il C.I.R.- organizzatore questa conferenza - per
avermi dato la possibilità di partecipare; voglio dire grazie
all’Italia, nostro paese d’asilo, per quello che è stato fatto fino
ad ora e per parlare anche di quello che manca e che va fatto.
Oggi, qui, parliamo di diritto d’asilo; vi domando: in che cosa
consiste? Per noi che veniamo a chiedere asilo, si tratta di salvare
la nostra vita da chi ci minaccia, da chi limita la nostra libertà
fisica e mentale, da chi mina i nostri diritti di vivere in pace,
lavorare, ed autodeterminarsi professionalmente e politicamente.
Una volta arrivati in un paese europeo come l’Italia, è bello
trovare una prima accoglienza carica di umanità, una grande
testimonianza di civiltà; di questo siamo molto grati a tutti coloro
che si adoperano per accogliere chi arriva in condizioni stremate, è
un grande sollievo trovare qualcuno che ti porge una mano.
Devo anche dire a voce alta che, dopo la prima fase di accoglienza
nell’ emergenza, in Italia manca un’accoglienza organizzata che
accompagni il richiedente asilo politico in tutto l’iter burocratico
per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione
umanitaria; questo periodo, negli ultimi anni, è diventato molto
lungo e spesso il richiedente asilo si è trovato sballottato a
destra e sinistra per vari motivi, con il problema di alloggio, con
le conseguenti difficoltà per il domicilio, per gli spostamenti da
una regione all’altra in cerca di un’accoglienza che non c’è.
Tutto questo per il fatto che, fino al 21.04.2005, c’era solo
un’unica Commissione Centrale e da tutta Italia venivano a Roma, una
città che non è in grado di rispondere a tutte le richieste di
accoglienza. Conseguentemente luoghi come Ponte Mammolo, sono
diventati un’abitazione di “fortuna”, se cosi si può chiamare, una
vera e propria discarica a cielo aperto che dà ospitalità a
centinaia di richiedenti o persone già riconosciute con lo status di
rifugiati, o alle quali è stata data loro protezione umanitaria.
Chiedo a voi: cosa vuol dire essere riconosciuto rifugiato o
ottenere la protezione umanitaria, se nella pratica si è abbandonati
a se stessi? La situazione attuale in Italia è pessima su questo
fronte, perché non c’è un progetto che aiuti un richiedente o un
rifugiato riconosciuto ad integrarsi nella società italiana.
Con l’entrata in vigore della “legge” Bossi-Fini, che non è la legge
organica sull’asilo che attendiamo ormai da anni, è stata introdotta
una novità positiva: sono state create sette Commissioni
territoriali per l’asilo; si spera che i membri di tali Commissioni
siano ben formati e informati circa la situazione socio-politica dei
paesi dai quali provengono i richiedenti asilo politico. Questa
“legge” contiene degli errori, per non dire violazioni, poiché quasi
criminalizza il richiedente asilo trattenendolo nei centri di
identificazione o di permanenza; non so quali altri centri che si
vogliono inventare, tutto questo senza coinvolgere la Magistratura.
Come si pone l’articolo 10 della Costituzione italiana rispetto a
questa “legge”? Mi chiedo e vi chiedo, è considerato reato chiedere
asilo?
Non può essere considerato colpevole chi viene trovato senza
documenti, per il semplice fatto che chi fugge da persecuzioni non
sta a pensare di portare i documenti; chi viene pescato in mare
pensa a salvare la sua pelle e non i documenti. Chi viene a cercare
la libertà si ritrova invece in questi “pseudocentri”, che
assomigliano molto ad istituti di detenzione, cambia il nome ma non
cambia la sostanza, visto che non si ha la libertà di movimento; ci
si ritrova in un altro dramma, in una situazione spaventosa. Noi
speriamo che venga fatta una legge organica sull’asilo, non pensata
in chiave “difensiva”, ma in termini di accoglienza verso coloro che
hanno veramente bisogno di protezione.
La Legge Bossi-Fini sbaglia anche sul ricorso che un richiedente che
vede respinta la sua richiesta può fare; per restringere i tempi la
persona viene espulsa e rinviata all’autorità dell’Ambasciata del
paese di origine o verso “paesi terzi sicuri” spesso sono
inaccessibili, perché sorvegliati esternamente dall’esercito o dai
servizi di sicurezza che non lasciano passare; tutto ciò, quindi, a
mio avviso equivale a negare il diritto d’appello.
Parlando poi delle spese legali che il richiedente deve sostenere
per inoltrare le pratiche, va detto che il più delle volte la
maggior parte di queste persone non ha un soldo; non tutti sono ex
ministri o politici di grande popolarità, c’è tanta gente semplice
che viene perseguitata, che ha perso tutto e non può permettersi un
avvocato privato. Una scelta di questo tipo sarebbe una
discriminazione, oltre che una violazione al diritto universale che
riconosce in ogni uomo o donna l’uguaglianza, senza differenza di
razza o di classe socio-economica, etnica, religiosa. Chi non ha
soldi non può venire rimandato ai suoi aguzzini o nei cosiddetti
“paesi terzi sicuri”.
E poi, quali sono questi paesi? La Libia? Con quali garanzie
l’Italia ha scelto di collaborare con questo paese, creando dei veri
e propri “lager”? Sappiamo tutti che la Libia non è mai stata un
paese che rispetta i diritti umani; per fare un esempio nell’estate
del 2004 le autorità libiche hanno espulso più di 80 eritrei
richiesti dal governo del paese di origine, sapendo bene cosa
sarebbe capitato loro. Se questi sono i “paesi sicuri” ditemi voi!
Inoltre ci sono delle cose da evitare:i richiedenti asilo vengono
strumentalizzati per convenienze politiche, con il rischio di
fomentare intolleranza nei loro riguardi, anche a causa di una
informazione scorretta e parziale da parte dei mass media, che quasi
sempre ne fa oggetto della cosiddetta cronaca nera. Tutta questa
attenzione fa parte dell’accoglienza. Al centro della riflessione
sugli immigrati o i rifugiati, e prima ancora di guardare agli
interessi particolari, come la sicurezza nazionale o lo sviluppo
economico, va messa la PERSONA..
Vorrei qui ricordare il ruolo che possono avere le comunità di
rifugiati come ponte tra chi arriva e chi accoglie, come possibili
mediatori (mediatrici?) culturali, diventando loro stesse
interlocutrici validi delle istituzioni nazionali o europee,
facilitando l’inserimento nella società dei richiedenti asilo e
aiutando i Paesi di arrivo ad accogliere in modo più dignitoso,
efficace ed efficiente. A livello di informazione sui paesi di
origine, le comunità possono offrire dettagli che possono sfuggire
alle grandi organizzazioni come l’UNHCR.
Le comunità di rifugiati devono essere aiutate ad organizzarsi
meglio in Italia, soprattutto se l’Europa ha veramente a cuore lo
sviluppo di quei paesi da cui provengono i richiedenti asilo. È
necessario investire su queste persone attraverso una formazione
socio-politico-culturale, affinchè essi – una volta rientrati nei
loro paesi di origine - possano avere la capacità di coordinare la
situazione politica locale, gestendo con un diverso rapporto il
potere, che deve diventare un veicolo privilegiato per trasmettere i
valori della democrazia, della giustizia, della solidarietà e della
pace.
Ripeto, è vitale che le comunità dei rifugiati vengano coinvolte
nelle scelte che li riguardano, come si auspica per la legge
organica, così anche per i programmi di accoglienza per i
richiedenti asilo, per i programmi di rimpatrio volontario
(sottolineo che non deve esistere il rimpatrio forzato di rifugiati
o la formula di quelli che usufruiscono della protezione
umanitaria).
Va trovata una soluzione per tutti coloro che hanno presentato la
richiesta di asilo politico prima del 21.04.2005 e che sono ancora
in attesa di essere convocati dalla Commissione Centrale per un
colloquio. A quanto pare, con l’entrata in vigore della Legge
Bossi-Fini, la loro situazione non cambierà; ciò vuole dire che i
21.000 richiedenti asilo dovranno attendere non si sa per quanti
mesi prima di vedere o di ottenere un risultato, oltre che assistere
ad una certa confusione quando questi sapranno che, chi ha
presentato dopo la richiesta avrà già risolto la propria situazione,
mentre loro dovranno ancora attendere tempi futuri, subendo così una
forma di ingiustizia.