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PROGETTO ‘CASA KAIROS’

 

                

 

Il Progetto è sostenuto grazie ai finanziamenti assegnati all’ANCI- Associazione Nazionale Comuni Italiani dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri sui fondi dell'otto per mille dell'IRPEF devoluto dai cittadini alla diretta gestione statale per l'anno 2007

 

Tra i richiedenti asilo e i rifugiati esiste inevitabilmente una piccola ma costante percentuale di persone, per lo più sopravvissute a tortura e traumi estremi, che presentano quadri psicopatologici complessi che tendono ad aggravarsi o a cronicizzarsi in assenza di interventi specializzati e di misure di accoglienza e supporto psico-sociale mirate.

 Di fronte alla particolare vulnerabilità di queste persone è necessaria infatti una presa in carico specifica e strutturata, che il sistema di accoglienza esistente non era fin qui quasi mai in grado di fornire.

Il progetto casa Kairos nasce dopo un lungo e dibattuto confronto con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e con lo Sprar (Sistema di Protezione per richiedenti Asilo e Rifugiati), nonché con importanti realtà del privato sociale impegnate sul tema dell’asilo e del disagio psichico, in particolare la Cooperativa Aelle Il Punto .

Molti i nodi affrontati insieme; dalla tipologia di struttura da proporre ai criteri di inclusione\esclusione degli ospiti; dalla grandezza ed ubicazione della struttura alla copertura di presenza degli operatori; dai fondi necessari per attivare l’accoglienza ai progetti specifici di riabilitazione ed integrazione da proporre.

Il CIR “forte” della propria esperienza, ormai quindicennale, nel supporto e cura alle vittime di tortura (progetto Vi.To.) ha infine valutato di proporre all’ANCI un progetto di accoglienza centrato, innanzitutto, sulla valenza terapeutico-riabilitativa dell’accoglienza stessa, intesa perciò come un’accoglienza curata, accudente, normalizzante, attenta alle individualità, volta al recupero del senso di se. Il progetto si propone anche naturalmente di lavorare, attraverso percorsi protetti e personalizzati, alla autonomia prima sociale e poi lavorativa di ciascun ospite.

La casa Kairos ha così man mano acquisito forma e contenuto e attraverso il finanziamento  Anci a valere sui fondi 8x1000 per l’anno 2007 ha aperto i suoi battenti a luglio 2009 in una zona periferica ma ben collegata di Roma, contigua a Centocelle e Torpignattara, quartieri ormai abituati alla presenza di immigrati e piacevolmente “colonizzati” da negozietti di cibo africano, da internet point, da attività produttive gestite da stranieri. Si tratta di una piccola struttura d’accoglienza destinata a quattro persone che necessitano di particolare attenzione e supporto in relazione alla loro alta vulnerabità. Due grandi stanze da letto, un bel soggiorno, due terrazzi con tante piante di cui prendersi cura, una piccola stanza per gli operatori. Un operatore c’è sempre, notte e giorno, con il compito di fare insieme più che di dirigere, di ascoltare più che di imporre, di tranquillizzare, di spiegare, incuriosire, coinvolgere, imparare, mettersi in discussione, discutere, … mangiare insieme il cibo africano.

Eh sì, nella casa Kairos, gli ospiti sono tutti africani (due nigeriani, un guineiano, un togolese) e ormai si mangia solo fufu, akume, sugo di okra. Regge il confronto solo la “mitica” pasta con il tonno (e eventualmente anche con i fagioli) insegnata dagli operatori nei primi giorni di ospitalità, e sempre ben accetta. Le verdure? Noo! La frutta? Poca, potrebbe far male.

Anche due degli operatori sono africani e fin dall’inizio si sono adoperati perché una cosa importante come il cibo non fosse imposta ma decisa dagli ospiti e insieme a loro gestita.

Questo tema della condivisione delle scelte e delle attività ma anche delle regole, è uno dei fulcri del lavoro che la psicologa sta portando avanti con il gruppo degli ospiti. L’ingresso differito, in agosto e in ottobre, dei quattro ragazzi ci ha creato qualche difficoltà a ricompattare, anzi a creare, il gruppo ma ora si sta lavorando insieme ed anzi questo è proprio uno strumento utile per cercare di attivare tutti gli ospiti sul livello relazionale, emotivo, comportamentale, dei desideri.

L’altro livello su cui si sta lavorando, sia in gruppo che individualmente, è quello dei possibili percorsi verso l’autonomia e dei passi necessari perché ciò avvenga. Tre ragazzi frequentano corsi di italiano esterni mentre il quarto, analfabeta nella propria lingua, è seguito con lezioni individuali da una insegnante elementare volontaria. Uno degli ospiti ha appena iniziato un tirocinio lavorativo di tre mesi presso una carrozzeria visto che nel proprio paese lavorava come meccanico di camion. Per tutti i ragazzi è possibile fare sport nella palestra che c’è sotto la casa e che ha aderito con disponibilità al progetto riabilitativo di casa Kairos. Con tutti gli ospiti si sta portando avanti un percorso di orientamento al lavoro presso il COL (centro di Orientamento al Lavoro) “Simonetta Tosi”, che storicamente collabora con il CIR per avvicinare i rifugiati al delicatissimo tema del lavoro e delle proprie capacità ed aspirazioni in modo mirato e attento. Uno dei ragazzi, che ha raccontato della sua passione per l’utilizzo della telecamera e di qualche piccola e passata esperienza amatoriale, sta affiancando ora come osservatore dei videomakers professionisti, a loro volta impegnati sul tema dell’asilo, nelle riprese e montaggio di alcuni spot di argomento sociale.

Tutto ciò in cinque mesi; il bilancio per ora è positivo, gli operatori del CIR e della Cooperativa Aelle Il Punto appaiono coinvolti e motivati, la rete esterna sta rispondendo positivamente, gli ospiti ci sembrano più sereni. Nelle riunioni settimanali di equipe due le costanti: mettersi in discussione ed essere accoglienti.

Il problema ora è poter continuare a farlo: il progetto è stato presentato all’ANCI e dall’ANCI finanziato sotto i fondi dell’8 per mille relativi all’anno 2007-Presidenza del Consiglio dei Ministri il cui utilizzo termina il 30 marzo 2010. Un tempo troppo breve per portare gli ospiti all’autonomia e per sperimentare in modo completo le potenzialità del progetto pilota.

Si spera pertanto di trovare i modi e i fondi per proseguire la sfida.

               

Marina Bozzoni