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RIFUGIATI, CONVENZIONE DI
GINEVRA, TRATTATO ITALIA-LIBIA
IL DIRETTORE DEL CIR PARLA A
‘RADIO VATICANA’

22 gennaio 2012- Gli immigrati
''non sono numeri'': il Papa aveva usato queste
parole domenica scorsa, Giornata mondiale del
migrante e del rifugiato, per ricordare che si
tratta di esseri umani “che cercano un luogo
dove vivere in pace”. Parole apprezzate molto da
chi da sempre lavora a sostegno di chi è
costretto a fuggire dalla propria terra.
Riportiamo l'intervista rilasciata a Francesca
Sabatinelli di Radio Vaticana da Christopher
Hein, Direttore del CIR.
R. – Il Papa, in questa occasione della
Giornata mondiale, ha fatto propria un’esplicita
menzione dei rifugiati, e devo dire che
naturalmente ci ha fatto molto piacere,
sottolineando anche le necessità di accoglienza
di chi viene da noi come persona che è dovuta
fuggire dal proprio Paese, per i motivi che sono
elencati nella definizione universale della
Convenzione di Ginevra del 1951. Dobbiamo
riflettere sulla validità oggi di questa
definizione. Oggi parliamo dei rifugiati per
motivi ecologici, per il clima, per esempio, una
circostanza assolutamente non prevista dalla
definizione della Convenzione di Ginevra:
persone espulse dal loro territorio a causa di
profondi cambiamenti climatici o altri
interventi ambientali. Ci dobbiamo interrogare
anche sulla responsabilità internazionale di
questi fenomeni che, oggi come oggi, non
possiamo più considerare semplicemente disastri
naturali, come si faceva tradizionalmente.
D. – Questo ci fa riflettere sul fatto che
occorrerebbe, dunque, un’attualizzazione della
Convenzione…
R. – In un certo modo alcuni passi sono già
stati fatti, non a livello globale, ad esempio a
livello dell’Unione Europea: da sette anni è
stata introdotta la cosiddetta protezione
sussidiaria in favore di persone che non sono
rifugiate, ai sensi di questa definizione
piuttosto limitata del rifugiato, ma che
comunque per determinati motivi non possono
tornare nel loro Paese di origine, perché temono
il rischio della tortura, del trattamento
inumano o degradante. La protezione sussidiaria
opera anche in favore di persone che provengono
da zone di guerra dove la loro vita, la loro
libertà, sono minacciate a causa dell’evento
bellico. Non si parla quindi di persecuzioni, ma
di circostanze che comportano un danno grave
alle persone, che impediscono loro di ritornare.
In Italia abbiamo una terza forma di protezione,
la cosiddetta protezione umanitaria, per
circostanze che non sono previste in una
normativa comunitaria e che per molti sono
importanti.
D. – Proprio l’Italia però spesso è bersaglio
delle accuse degli altri Paesi europei per il
non rispetto degli standard di accoglienza ai
rifugiati…
R. – Questo dibattito è cominciato non
certamente per quanto riguarda l’Italia, ma per
la condizione in Grecia, dove è intervenuta
anche una sentenza importante della Corte di
Strasburgo sui diritti umani, dicendo che in
Grecia non ci sono le condizioni per inviare un
richiedente asilo. In Italia la situazione non è
certamente comparabile. Vorrei, però,
sottolineare, comunque, che abbiamo delle grandi
lacune di accesso per molti richiedenti asilo
nelle strutture di accoglienza, inoltre, chi,
dopo una procedura faticosa, viene riconosciuto
rifugiato, non trova molto spesso assistenza nel
percorso di integrazione e quindi vive in
edifici occupati, sulle strade, presso le
stazioni…
D. – Il Cir è stato fortemente critico nei
confronti della politica del precedente governo
italiano, soprattutto verso l’agire del
Ministero dell’Interno. Auspicate una maggiore
collaborazione con l’attuale esecutivo?
R. – Certamente sì,
penso che ci sia un cambiamento di clima.
Dobbiamo, però, essere molto vigili. Nel
prossimo incontro a Tripoli tra il presidente
del Consiglio dei Ministri, Monti e il ministro
degli Affari Esteri Terzi con la controparte
libica, si parlerà certamente anche del Trattato
di amicizia tra Italia e Libia. Questo Trattato
ha portato al respingimento, dal mare verso la
Libia, di centinaia e centinaia di persone, a
partire dal maggio 2009. Ci auguriamo che questa
politica non prosegua e che una collaborazione
tra i due Paesi non si focalizzi solo sul
contrasto dell’immigrazione clandestina, ma che
veda la realtà in faccia. La maggior parte di
queste persone sono persone che hanno bisogno di
protezione e quindi bisogna trovare il modo di
farli arrivare in modo regolare, senza rischiare
la vita. Ci auguriamo che il nuovo governo, e
anche il nuovo ministro dell’Interno, abbiano
una maggiore sensibilità. (ap)
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del 18/01/2012 14.12.23
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