Care amiche e amici signore e signori cari ospiti,
noi del CIR ci siamo impegnati a convocare e a svolgere questa
conferenza non solo per analizzare la condizione odierna dei
rifugiati e dei richiedenti asilo, e non solo per discutere leggi,
regolamenti e risorse impegnate e da impegnare sul problema.
Tutto questo lo vedremo nel corso del dibattito e dei gruppi di
lavoro. Ma anche queste materie noi vorremmo esaminarle, questa
volta, alla luce di una riflessione di fondo di carattere culturale,
politico, sociale ed economico che ci porta a sottoporre a tutti,
noi e voi la necessità che crediamo stia maturando di una
innovazione profonda, sostanziale, delle politiche per
l’immigrazione e per l’asilo nel nostro paese e in parte anche a
dimensione europea.
Su questa riflessione noi vogliamo coinvolgere la società italiana
nel suo complesso e coinvolgerla e per questo, oltre a coloro che
con noi sono impegnati da tempo e in modo costante su tali problemi,
abbiamo cercato di coinvolgere intellettuali, operatori
dell’informazione, uomini politici, rappresentanze istituzionali,
dell'associazionismo, del volontariato. Molti hanno accolto il
nostro invito e li ringraziamo vivamente, a cominciare dal Více
Presidente della Commissione Europea, Franco Frattini, al quale
fanno capo queste politiche. Altri non hanno potuto essere con noi
oggi ma ci hanno assicurato il loro contributo e il loro impegno.
Altri ancora, hanno privilegiato altri impegni.
Noi continueremo il nostro sforzo.
Siamo convinti che ormai il problema immigrati e richiedenti asilo
va ricollocato come uno dei problemi decisivi del futuro del nostro
Paese e dell'Europa e quindi deve vedere in campo nuove nuove
politiche aperte, coraggiose e costruttive e nuovi atteggiamenti
culturali e la costruzione di nuove relazioni sociali.
In effetti per molti anni e, in parte, ancora oggi, l’immigrazione e
la richiesta di asilo sono state viste prevalentemente come un
fenomeno negativo del nostro tempo: ci portano via il lavoro, usano
indebitamente le risorse cosiddette nostre, sono un veicolo
particolare di nuova criminalità. La confusione e la commistione con
la necessaria lotta al terrorismo e ad ogni infiltrazione di questo
tipo, hanno aggravato per qualche tempo, anche recente, questa
connotazione negativa. Qualcun altro ha collegato alla presenza di
immigrati e rifugiati supposte minacce e pericoli per la nostra
cultura e per la stessa religione cristiana
Tutto questo ha pesato nella vita della nostra società ha
condizionato il sistema informativo e ha pesato sulle scelte
politiche e legislative.
Negli anni '80 e '90 - anche con governi di diversa ispirazione - si
è risentito di questa connotazione negativa; si è sottovalutato il
carattere epocale del problema, si è ritardato ad operare con leggi
e azioni adeguate. Basti citare il fatto che l'Italia ancora non
dispone di una legge sui rifugiati e sui richiedenti asilo. Negli
ultimi tempi poi, per certi settori, sembra davvero che il successo
delle politiche su rifugiati e immigrati si misuri essenzialmente
con la capacità di bloccare o contenere il fenomeno, con la
prontezza nel praticare espulsioni e respingimenti immediati e
indiscriminati; e ciò anche con accordi internazionali che certo noi
non neghiamo in via di principio, ma che vanno condizionati ai
nostri criteri sul rispetto dei diritti umani e sul fatto che non si
può rispedire nel proprio e in altro paese chi rischia la vita o le
torture o il carcere.
La condizione poi dell'immigrato e del richiedente asilo quando si
trova nel nostro paese è cosparsa di difficoltà, di sofferenze, di
fatiche per avere o per rinnovare il permesso di soggiorno.
Se perde il lavoro, data la temporaneità e la flessibilità che oggi
si richiede, egli perde anche il diritto al permesso di soggiorno. A
sua volta il richiedente asilo, quando non è respinto subito in
quanto clandestino (e non può essere altro) almeno fino ad oggi
doveva aspettare mesi e anche anni, senza poter lavorare, senza
libertà di movimenti, con una assistenza ridotta a soli 45 giorni.
Francamente credo che questa condizione non solo contrasta troppo
spesso con il diritto e con il senso di umanità, ma non produce
nemmeno maggiore sicurezza e tranquillità per i cittadini italiani.
E tuttavia le ragioni che ci spingono a prospettare la profonda
innovazione di cui parliamo non si riferiscono solo alla
solidarietà, alla capacità di accoglienza o al dovere civile e
morale di dare asilo a chi ne ha bisogno. Questi elementi sono
importanti e di grande valore; non a caso animano tanti amici e
amiche che li mettono in atto ogni giorno lavorando con gli
immigrati e i richiedenti asilo: persone del CIR, della Caritas o
Sant'Egidio, dell’ICS, dell’ARCI o delle ACLI, della Fondazione
Verga, e poi dei Sindacati, delle Chiese Evangeliche e qui voglio
ringraziare di cuore tutte e tutti.
Ma anche da questa ricca esperienza noi traiamo la convinzione che
un cambiamento di politica ha ragioni ancora più vaste e profonde
che investono il futuro dell'Italia e dell'Europa, la capacità di
rinnovare le civiltà di cui sono portatrici e anche i loro stessi
interessi economici.
Non è possibile reggere a lungo una contraddizione che diventa
sempre più macroscopica e non contenibile tra la libera circolazione
delle merci, della finanza, della proprietà dei grandi gruppi
economici e il mantenimento di un rigido vincolo delle persone a
restare in un dato territorio e in una determinata, immutabile
condizione economica, sociale e culturale.
D'altra parte gli stessi sviluppi della scienza, della tecnologia e
dell’informazione ci dicono che istituzioni rigidamente centrate su
uno stato-nazione non possono né affrontare né reggere le sfide del
tempo di oggi: quelle dell'uso e della riproduzione delle risorse
energetiche, del controllo del clima, della conservazione e
riproduzione dell'ambiente, del diritto di tutti a combattere le
grandi malattie e a disporre per questo di tutti i mezzi necessari
di cui dispone l'umanità di oggi.
A fronte di questi processi del nostro tempo, il rinascere di spinte
razziste e di chiuso nazionalismo può sì alimentarsi con l’illusione
di erigere muri e barriere, o usare la forza nelle controversie
internazionali; ma su tale via i problemi non si risolvono e si
aggravano, si producono tragedie e distruzioni e anche involuzioni
gravi all'interno delle società sviluppate.
D'altra parte c'è un altro dato di novità che forse bisogna valutare
più a fondo.
Anche coloro che non sono razzisti e forcaioli e che dicono
"aiutiamoli ma che stiano a casa loro" hanno ragione solo in piccola
parte.
Come sappiamo l'aiuto pubblico allo sviluppo è quasi ovunque in
drastica riduzione e quello che c’è e ancora inferiore al totale
degli interessi che i paesi poveri pagano ai paesi più ricchi.
Non solo, e questa è la novità che vogliamo sottolineare, il totale
delle rimesse degli immigrati, già adesso, è superiore al totale
dell'aiuto pubblico allo sviluppo dei paesi occidentali. Con questo
io non credo che bisogna rinunciare alla battaglia per aumentare gli
aiuti, per cancellare il debito, per ridurre i sostegni che noi
diamo, alle nostre produzioni o alla cosiddetta nostra proprietà
intellettuale. Questa battaglia va continuata e intensificata, solo
che oggi possiamo avere una nuova leva, quella dell'immigrazione che
può stabilire una nuova collaborazione tra l'Italia, l'Europa e i
paesi in via di sviluppo. Una collaborazione di lavoro, di
formazione, di sviluppo dell'imprenditoria da tutte e due le parti,
in una concezione della mobilità, dell'andata e ritorno degli
stranieri, e, perché no, di noi stessi. Utilizzare a fondo con
coraggio e con inventiva questa leva è una delle vie, forse non
secondarie anche per assicurare lo sviluppo economico e un nuovo
dinamismo economico nei nostri stessi paesi.
E poi si pone l'altra grande novità che investe il problema
dell'immigrazione e dei richiedenti asilo: già oggi e ancor più nel
futuro.
E' noto che in Europa e ancora più in Italia c'è una forte riduzione
delle nascite e un aumento della durata della vita e quindi un forte
invecchiamento della popolazione; e sono ormai note le conseguenze
che ciò ha nell'attività produttiva, nei sistemi di protezione
sociale e pensionistica, e qualcuno vede già difficoltà anche nel
settore del lavoro qualificato (Bill Gates).
Si può tentare di reagire a ciò tagliando in modi via via più
drastici la spesa sociale ma cosi non si risolverà il problema e si
produrranno nuove ingiustizie e povertà e forti tensioni politiche e
sociali anche nelle società più ricche.
Non si risolverà il problema perché quasi tutti gli studiosi
convengono che una semplice ripresa del tasso di natalità - che può
essere anche, in parte almeno, auspicabile - non basta a coprire il
calo di popolazione che già da qui ai prossimi 45 anni si stima in
Europa in una media del 10% e in Italia di poco meno del 20%.
Una politica demografica saggia ed equilibrata dovrebbe puntare
insieme ad un tasso di natalità del 2-2,1 % e ad una robusta
immigrazione in Europa di un milione all'anno in media.
Teniamo conto che in Italia a tutt'oggi, pur avendo basso tasso di
natalità e uno dei più alti tassi di invecchiamento della
popolazione -il che è positivo- abbiamo un numero di immigrati
inferiore alla Germania, alla Francia, al Regno Unito e in
proporzione anche ad altri paesi più piccoli.
Se poi parliamo dei richiedenti asilo e dei rifugiati l'Italia ne ha
assai meno anche in assoluto, non solo di Francia, Germania, Regno
Unito ma anche di Belgio, Olanda e Austria.
Forse sono ancora parecchi quelli che ritengono positivi questi
dati.
No invece. Si tratta anche su questo terreno di un ritardo che
dobbiamo recuperare collocandoci nella dimensione europea che ormai
è il nostro futuro. Qualche studioso ha parlato di recente, mi
riferisco al libro-saggio di Jeremy Rifkin, “Il Sogno Europeo”, e
colloca in tale sogno anche una forte immigrazione.
Come è noto c'è stato e in parte c'è ancora, un altro sogno, quello
americano; là gli immigrati avevano l'ambizione di diventare
americani. Oggi per l'Europa è diverso: gli immigrati in generale
non sognano di diventare Europei; eppure vogliono e possono
contribuire a costruire un’Europa che si riproponga, nel mondo, come
punto dinamico di innovazione politica ma anche civile, sociale,
culturale. Un'area cioè che proprio perché carica di lunga storia e
complessa civiltà può essere la terra nella quale lo stesso concetto
di cittadinanza si allarga, va oltre il rapporto con un territorio;
anzi il suo stesso spazio diventa aperto, multiplo, la crescita
individuale trova nuova forza in una prassi culturale e politica che
riconosce proficue le differenze etniche, culturali e religiose. Si
afferma una nuova concezione dei diritti e dei doveri individuali
che non è più condizionata e contenuta nella identità di un
territorio, ma accentua via via una sua universalità nella quale
diritti e doveri individuali sono sempre più fondati sulla comune
esistenza sulla terra e nel mondo che si globalizza.
Questo tipo di sogno europeo, tra l'altro, può essere una molla
potente per ricollocare in modo nuovo il ruolo dell'Europa nel mondo
senza né interrompere vecchie amicizie, né temere l'emergere di
nuove potenze.
In questo spirito voglio fare un augurio particolare al commissario
Frattini che ha un compito difficile ma che si misura su un nodo
decisivo per il nostro continente: ci auguriamo cioè che voglia e
possa procedere sulla via di una armonizzazione coraggiosa e
avanzata delle politiche dell’immigrazione e dell'asilo; che
operiamo insieme per superare il Regolamento Dublino 2, che è
farraginoso, costoso e spesso non rispettoso di elementari esigenze
umanitarie; che procediamo ad assicurare il recepimento della
Direttiva europea sulla qualifica di rifugiato e sui criteri della
protezione umanitaria; che si proceda a fare spazio al contributo di
immigrati e rifugiati nella vita democratica delle comunità locali,
nel lavoro e, in particolare, nei progetti di aiuto allo sviluppo
che vede tutt'ora l'Unione Europea in posizione primaria.
E' in questo spirito che voglio ritornare alla questione dell'asilo
e dei rifugiati. Credo infatti che se c'è ancora, e va ribadita, una
specificità della questione è altresì vero che c'è una più stretta
relazione con il fenomeno migratorio nel suo complesso, una
dilatazione. delle stesse ragioni che possono giustificare la
richiesta di asilo. Anche senza arrivare ad una non facile
discussione sulla considerazione in cui tenere le motivazioni
economiche, ci sono le guerre, le tensioni tribali o religiose, la
fuga da tradizioni umilianti e mutilanti e da persecuzioni sessuali.
Del resto, nella pratica si è già affermato il concetto di
protezione umanitaria che viene applicato anche nel nostro paese e
che io credo dovrà via via estendersi.
Anche per questo non è più rinviabile la prima legge italiana su
rifugiati e richiedenti asilo che potrà e dovrà ispirarsi all'Art.
40 della nostra Costituzione. E si dovrà da subito far funzionare le
Commissioni che valutano le richieste di asilo e lo devono fare con
spirito aperto. Bisogna arrivare presto a consentire di poter
praticare dal territorio Italiano e con la necessaria assistenza
legale i ricorsi contro i dinieghi delle Commissioni.
E bisogna impegnare maggiori risorse dello Stato, con gli Enti
Locali e con le Associazioni per l'accoglienza e per un’integrazione
effettiva e allo stesso tempo rispettosa delle differenze che
possono dare alimento alla nostra società.
Ma ora io non voglio riprendere tutti gli aspetti del problema e
richiedenti asilo. Lo faremo con il vostro contributo nel corso del
dibattito e nei gruppi di lavoro.
Voglio invece rilanciare una sorta di appello:
se hanno fondamento le considerazioni che abbiamo cercato di
svolgere sulla scorta di studi, analisi ed esperienze allora il
problema è quello che noi dobbiamo,"rinnovare con coraggio e con
urgenza le leggi sull'immigrazione e, soprattutto, è evidente,
quella che regola oggi il problema; fare la legge sull'asilo;
valorizzare gli immigrati e i rifugiati affermando e praticando i
loro diritti, promovendo una convivenza diffusa, la partecipazione
anche con il voto alla vita delle comunità locali. Bisogna fare
questa svolta, non bisogna subire il ricatto di minoranze razziste
né assecondare timori e pigrizie di chi pensa che si può ancora
rinviare.
Non dobbiamo subire ma farci protagonistí fiduciosi della soluzione
dei problemi delle migrazioni bisogno di asilo e di protezione
umanitaria.
lo credo che ormai anche l'orientamento della opinione pubblica stia
cambiando. Forse ormai è passata, almeno in parte, quella fase che
favoriva gli "imprenditori della paura". Oggi dopo anni ormai di
conoscenza diffusa, di vita vissuta, con molti immigrati all'interno
delle nostre stesse case o frequentanti le stesse scuole o aver
lavorato insieme e anche avere votato, in alcuni comuni, aver fatto
insieme concerti o mille altre iniziative culturali, l'opinione
pubblica del nostro paese ha un atteggiamento più aperto, più
disponibile, comincia a percepire e ad apprezzare la convivenza con
diversità.
Ora occorre che le classi dirigenti del paese - comunque collocate,
al governo o all'opposizione- oggi o domani avviino nuove politiche,
producano nuove leggi, impegnino nuove risorse.
Forse si potrebbe pensare a mettere a punto un vero e proprio piano
nazionale costruito insieme con le Regioni, gli Enti Locali, con
Sindacati e imprese, con l'Associazionismo e il Volontariato, che
crei certezze e fiducia, mobiliti risorse ed energie italiane,
europee e degli stessi paesi in via di sviluppo, a partire da quelli
della sponda sud del Mediterraneo e del Continente Africano.
La dimensione internazionale di questo problema e l'impatto di una
nuova politica aperta, solidale e fiduciosa per l’immigrazione e
l'asilo meriterebbero un discorso approfondito che qui non posso
fare e forse non ne avrei le capacità.
Di una cosa però sono certo: sappiamo tutti che nel mondo di oggi il
ruolo internazionale di un paese, la sua stessa immagine e il suo
prestigio hanno una incidenza molto più grande del passato sulla
stessa vita interna del paese, sulla sua economia e sulle sue
prospettive di sviluppo futuro.
Bene, io credo, non da oggi e con sempre maggior convinzione, che
l'Italia proprio per la sua lunga storia, per la sua civiltà e le
componenti culturali e religiose che l'hanno segnata nei secoli,
oggi può e deve ambire ad essere conosciuta ed apprezzata nel mondo
quale paese di punta nell'offrire asilo e protezione e
nell'affrontare in modo aperto, generoso e costruttivo le grandi
migrazioni del nostro tempo. E questo, non mi pare davvero dubbio,
farebbe un gran bene al prestigio e al ruolo internazionale del
nostro paese e darebbe nuova fiducia e speranza nel nostro stesso
futuro.