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INTERVENTO DI RINO SERRI, PRESIDENTE DEL CIR
 

Care amiche e amici signore e signori cari ospiti,

noi del CIR ci siamo impegnati a convocare e a svolgere questa conferenza non solo per analizzare la condizione odierna dei rifugiati e dei richiedenti asilo, e non solo per discutere leggi, regolamenti e risorse impegnate e da impegnare sul problema.
Tutto questo lo vedremo nel corso del dibattito e dei gruppi di lavoro. Ma anche queste materie noi vorremmo esaminarle, questa volta, alla luce di una riflessione di fondo di carattere culturale, politico, sociale ed economico che ci porta a sottoporre a tutti, noi e voi la necessità che crediamo stia maturando di una innovazione profonda, sostanziale, delle politiche per l’immigrazione e per l’asilo nel nostro paese e in parte anche a dimensione europea.
Su questa riflessione noi vogliamo coinvolgere la società italiana nel suo complesso e coinvolgerla e per questo, oltre a coloro che con noi sono impegnati da tempo e in modo costante su tali problemi, abbiamo cercato di coinvolgere intellettuali, operatori dell’informazione, uomini politici, rappresentanze istituzionali, dell'associazionismo, del volontariato. Molti hanno accolto il nostro invito e li ringraziamo vivamente, a cominciare dal Více Presidente della Commissione Europea, Franco Frattini, al quale fanno capo queste politiche. Altri non hanno potuto essere con noi oggi ma ci hanno assicurato il loro contributo e il loro impegno. Altri ancora, hanno privilegiato altri impegni.
Noi continueremo il nostro sforzo.
Siamo convinti che ormai il problema immigrati e richiedenti asilo va ricollocato come uno dei problemi decisivi del futuro del nostro Paese e dell'Europa e quindi deve vedere in campo nuove nuove politiche aperte, coraggiose e costruttive e nuovi atteggiamenti culturali e la costruzione di nuove relazioni sociali.

In effetti per molti anni e, in parte, ancora oggi, l’immigrazione e la richiesta di asilo sono state viste prevalentemente come un fenomeno negativo del nostro tempo: ci portano via il lavoro, usano indebitamente le risorse cosiddette nostre, sono un veicolo particolare di nuova criminalità. La confusione e la commistione con la necessaria lotta al terrorismo e ad ogni infiltrazione di questo tipo, hanno aggravato per qualche tempo, anche recente, questa connotazione negativa. Qualcun altro ha collegato alla presenza di immigrati e rifugiati supposte minacce e pericoli per la nostra cultura e per la stessa religione cristiana

Tutto questo ha pesato nella vita della nostra società ha condizionato il sistema informativo e ha pesato sulle scelte politiche e legislative.
Negli anni '80 e '90 - anche con governi di diversa ispirazione - si è risentito di questa connotazione negativa; si è sottovalutato il carattere epocale del problema, si è ritardato ad operare con leggi e azioni adeguate. Basti citare il fatto che l'Italia ancora non dispone di una legge sui rifugiati e sui richiedenti asilo. Negli ultimi tempi poi, per certi settori, sembra davvero che il successo delle politiche su rifugiati e immigrati si misuri essenzialmente con la capacità di bloccare o contenere il fenomeno, con la prontezza nel praticare espulsioni e respingimenti immediati e indiscriminati; e ciò anche con accordi internazionali che certo noi non neghiamo in via di principio, ma che vanno condizionati ai nostri criteri sul rispetto dei diritti umani e sul fatto che non si può rispedire nel proprio e in altro paese chi rischia la vita o le torture o il carcere.
La condizione poi dell'immigrato e del richiedente asilo quando si trova nel nostro paese è cosparsa di difficoltà, di sofferenze, di fatiche per avere o per rinnovare il permesso di soggiorno.
Se perde il lavoro, data la temporaneità e la flessibilità che oggi si richiede, egli perde anche il diritto al permesso di soggiorno. A sua volta il richiedente asilo, quando non è respinto subito in quanto clandestino (e non può essere altro) almeno fino ad oggi doveva aspettare mesi e anche anni, senza poter lavorare, senza libertà di movimenti, con una assistenza ridotta a soli 45 giorni.
Francamente credo che questa condizione non solo contrasta troppo spesso con il diritto e con il senso di umanità, ma non produce nemmeno maggiore sicurezza e tranquillità per i cittadini italiani. E tuttavia le ragioni che ci spingono a prospettare la profonda innovazione di cui parliamo non si riferiscono solo alla solidarietà, alla capacità di accoglienza o al dovere civile e morale di dare asilo a chi ne ha bisogno. Questi elementi sono importanti e di grande valore; non a caso animano tanti amici e amiche che li mettono in atto ogni giorno lavorando con gli immigrati e i richiedenti asilo: persone del CIR, della Caritas o Sant'Egidio, dell’ICS, dell’ARCI o delle ACLI, della Fondazione Verga, e poi dei Sindacati, delle Chiese Evangeliche e qui voglio ringraziare di cuore tutte e tutti.
Ma anche da questa ricca esperienza noi traiamo la convinzione che un cambiamento di politica ha ragioni ancora più vaste e profonde che investono il futuro dell'Italia e dell'Europa, la capacità di rinnovare le civiltà di cui sono portatrici e anche i loro stessi interessi economici.
Non è possibile reggere a lungo una contraddizione che diventa sempre più macroscopica e non contenibile tra la libera circolazione delle merci, della finanza, della proprietà dei grandi gruppi economici e il mantenimento di un rigido vincolo delle persone a restare in un dato territorio e in una determinata, immutabile condizione economica, sociale e culturale.
D'altra parte gli stessi sviluppi della scienza, della tecnologia e dell’informazione ci dicono che istituzioni rigidamente centrate su uno stato-nazione non possono né affrontare né reggere le sfide del tempo di oggi: quelle dell'uso e della riproduzione delle risorse energetiche, del controllo del clima, della conservazione e riproduzione dell'ambiente, del diritto di tutti a combattere le grandi malattie e a disporre per questo di tutti i mezzi necessari di cui dispone l'umanità di oggi.
A fronte di questi processi del nostro tempo, il rinascere di spinte razziste e di chiuso nazionalismo può sì alimentarsi con l’illusione di erigere muri e barriere, o usare la forza nelle controversie internazionali; ma su tale via i problemi non si risolvono e si aggravano, si producono tragedie e distruzioni e anche involuzioni gravi all'interno delle società sviluppate.
D'altra parte c'è un altro dato di novità che forse bisogna valutare più a fondo.
Anche coloro che non sono razzisti e forcaioli e che dicono "aiutiamoli ma che stiano a casa loro" hanno ragione solo in piccola parte.
Come sappiamo l'aiuto pubblico allo sviluppo è quasi ovunque in drastica riduzione e quello che c’è e ancora inferiore al totale degli interessi che i paesi poveri pagano ai paesi più ricchi.

Non solo, e questa è la novità che vogliamo sottolineare, il totale delle rimesse degli immigrati, già adesso, è superiore al totale dell'aiuto pubblico allo sviluppo dei paesi occidentali. Con questo io non credo che bisogna rinunciare alla battaglia per aumentare gli aiuti, per cancellare il debito, per ridurre i sostegni che noi diamo, alle nostre produzioni o alla cosiddetta nostra proprietà intellettuale. Questa battaglia va continuata e intensificata, solo che oggi possiamo avere una nuova leva, quella dell'immigrazione che può stabilire una nuova collaborazione tra l'Italia, l'Europa e i paesi in via di sviluppo. Una collaborazione di lavoro, di formazione, di sviluppo dell'imprenditoria da tutte e due le parti, in una concezione della mobilità, dell'andata e ritorno degli stranieri, e, perché no, di noi stessi. Utilizzare a fondo con coraggio e con inventiva questa leva è una delle vie, forse non secondarie anche per assicurare lo sviluppo economico e un nuovo dinamismo economico nei nostri stessi paesi.
E poi si pone l'altra grande novità che investe il problema dell'immigrazione e dei richiedenti asilo: già oggi e ancor più nel futuro.
E' noto che in Europa e ancora più in Italia c'è una forte riduzione delle nascite e un aumento della durata della vita e quindi un forte invecchiamento della popolazione; e sono ormai note le conseguenze che ciò ha nell'attività produttiva, nei sistemi di protezione sociale e pensionistica, e qualcuno vede già difficoltà anche nel settore del lavoro qualificato (Bill Gates).
Si può tentare di reagire a ciò tagliando in modi via via più drastici la spesa sociale ma cosi non si risolverà il problema e si produrranno nuove ingiustizie e povertà e forti tensioni politiche e sociali anche nelle società più ricche.
Non si risolverà il problema perché quasi tutti gli studiosi convengono che una semplice ripresa del tasso di natalità - che può essere anche, in parte almeno, auspicabile - non basta a coprire il calo di popolazione che già da qui ai prossimi 45 anni si stima in Europa in una media del 10% e in Italia di poco meno del 20%.
Una politica demografica saggia ed equilibrata dovrebbe puntare insieme ad un tasso di natalità del 2-2,1 % e ad una robusta immigrazione in Europa di un milione all'anno in media.
Teniamo conto che in Italia a tutt'oggi, pur avendo basso tasso di natalità e uno dei più alti tassi di invecchiamento della popolazione -il che è positivo- abbiamo un numero di immigrati inferiore alla Germania, alla Francia, al Regno Unito e in proporzione anche ad altri paesi più piccoli.
Se poi parliamo dei richiedenti asilo e dei rifugiati l'Italia ne ha assai meno anche in assoluto, non solo di Francia, Germania, Regno Unito ma anche di Belgio, Olanda e Austria.
Forse sono ancora parecchi quelli che ritengono positivi questi dati.
No invece. Si tratta anche su questo terreno di un ritardo che dobbiamo recuperare collocandoci nella dimensione europea che ormai è il nostro futuro. Qualche studioso ha parlato di recente, mi riferisco al libro-saggio di Jeremy Rifkin, “Il Sogno Europeo”, e colloca in tale sogno anche una forte immigrazione.
Come è noto c'è stato e in parte c'è ancora, un altro sogno, quello americano; là gli immigrati avevano l'ambizione di diventare americani. Oggi per l'Europa è diverso: gli immigrati in generale non sognano di diventare Europei; eppure vogliono e possono contribuire a costruire un’Europa che si riproponga, nel mondo, come punto dinamico di innovazione politica ma anche civile, sociale, culturale. Un'area cioè che proprio perché carica di lunga storia e complessa civiltà può essere la terra nella quale lo stesso concetto di cittadinanza si allarga, va oltre il rapporto con un territorio; anzi il suo stesso spazio diventa aperto, multiplo, la crescita individuale trova nuova forza in una prassi culturale e politica che riconosce proficue le differenze etniche, culturali e religiose. Si afferma una nuova concezione dei diritti e dei doveri individuali che non è più condizionata e contenuta nella identità di un territorio, ma accentua via via una sua universalità nella quale diritti e doveri individuali sono sempre più fondati sulla comune esistenza sulla terra e nel mondo che si globalizza.
Questo tipo di sogno europeo, tra l'altro, può essere una molla potente per ricollocare in modo nuovo il ruolo dell'Europa nel mondo senza né interrompere vecchie amicizie, né temere l'emergere di nuove potenze.
In questo spirito voglio fare un augurio particolare al commissario Frattini che ha un compito difficile ma che si misura su un nodo decisivo per il nostro continente: ci auguriamo cioè che voglia e possa procedere sulla via di una armonizzazione coraggiosa e avanzata delle politiche dell’immigrazione e dell'asilo; che operiamo insieme per superare il Regolamento Dublino 2, che è farraginoso, costoso e spesso non rispettoso di elementari esigenze umanitarie; che procediamo ad assicurare il recepimento della Direttiva europea sulla qualifica di rifugiato e sui criteri della protezione umanitaria; che si proceda a fare spazio al contributo di immigrati e rifugiati nella vita democratica delle comunità locali, nel lavoro e, in particolare, nei progetti di aiuto allo sviluppo che vede tutt'ora l'Unione Europea in posizione primaria.
E' in questo spirito che voglio ritornare alla questione dell'asilo e dei rifugiati. Credo infatti che se c'è ancora, e va ribadita, una specificità della questione è altresì vero che c'è una più stretta relazione con il fenomeno migratorio nel suo complesso, una dilatazione. delle stesse ragioni che possono giustificare la richiesta di asilo. Anche senza arrivare ad una non facile discussione sulla considerazione in cui tenere le motivazioni economiche, ci sono le guerre, le tensioni tribali o religiose, la fuga da tradizioni umilianti e mutilanti e da persecuzioni sessuali. Del resto, nella pratica si è già affermato il concetto di protezione umanitaria che viene applicato anche nel nostro paese e che io credo dovrà via via estendersi.
Anche per questo non è più rinviabile la prima legge italiana su rifugiati e richiedenti asilo che potrà e dovrà ispirarsi all'Art. 40 della nostra Costituzione. E si dovrà da subito far funzionare le Commissioni che valutano le richieste di asilo e lo devono fare con spirito aperto. Bisogna arrivare presto a consentire di poter praticare dal territorio Italiano e con la necessaria assistenza legale i ricorsi contro i dinieghi delle Commissioni.
E bisogna impegnare maggiori risorse dello Stato, con gli Enti Locali e con le Associazioni per l'accoglienza e per un’integrazione effettiva e allo stesso tempo rispettosa delle differenze che possono dare alimento alla nostra società.
Ma ora io non voglio riprendere tutti gli aspetti del problema e richiedenti asilo. Lo faremo con il vostro contributo nel corso del dibattito e nei gruppi di lavoro.

Voglio invece rilanciare una sorta di appello:
se hanno fondamento le considerazioni che abbiamo cercato di svolgere sulla scorta di studi, analisi ed esperienze allora il problema è quello che noi dobbiamo,"rinnovare con coraggio e con urgenza le leggi sull'immigrazione e, soprattutto, è evidente, quella che regola oggi il problema; fare la legge sull'asilo; valorizzare gli immigrati e i rifugiati affermando e praticando i loro diritti, promovendo una convivenza diffusa, la partecipazione anche con il voto alla vita delle comunità locali. Bisogna fare questa svolta, non bisogna subire il ricatto di minoranze razziste né assecondare timori e pigrizie di chi pensa che si può ancora rinviare.
Non dobbiamo subire ma farci protagonistí fiduciosi della soluzione dei problemi delle migrazioni bisogno di asilo e di protezione umanitaria.
lo credo che ormai anche l'orientamento della opinione pubblica stia cambiando. Forse ormai è passata, almeno in parte, quella fase che favoriva gli "imprenditori della paura". Oggi dopo anni ormai di conoscenza diffusa, di vita vissuta, con molti immigrati all'interno delle nostre stesse case o frequentanti le stesse scuole o aver lavorato insieme e anche avere votato, in alcuni comuni, aver fatto insieme concerti o mille altre iniziative culturali, l'opinione pubblica del nostro paese ha un atteggiamento più aperto, più disponibile, comincia a percepire e ad apprezzare la convivenza con diversità.
Ora occorre che le classi dirigenti del paese - comunque collocate, al governo o all'opposizione- oggi o domani avviino nuove politiche, producano nuove leggi, impegnino nuove risorse.
Forse si potrebbe pensare a mettere a punto un vero e proprio piano nazionale costruito insieme con le Regioni, gli Enti Locali, con Sindacati e imprese, con l'Associazionismo e il Volontariato, che crei certezze e fiducia, mobiliti risorse ed energie italiane, europee e degli stessi paesi in via di sviluppo, a partire da quelli della sponda sud del Mediterraneo e del Continente Africano.
La dimensione internazionale di questo problema e l'impatto di una nuova politica aperta, solidale e fiduciosa per l’immigrazione e l'asilo meriterebbero un discorso approfondito che qui non posso fare e forse non ne avrei le capacità.
Di una cosa però sono certo: sappiamo tutti che nel mondo di oggi il ruolo internazionale di un paese, la sua stessa immagine e il suo prestigio hanno una incidenza molto più grande del passato sulla stessa vita interna del paese, sulla sua economia e sulle sue prospettive di sviluppo futuro.
Bene, io credo, non da oggi e con sempre maggior convinzione, che l'Italia proprio per la sua lunga storia, per la sua civiltà e le componenti culturali e religiose che l'hanno segnata nei secoli, oggi può e deve ambire ad essere conosciuta ed apprezzata nel mondo quale paese di punta nell'offrire asilo e protezione e nell'affrontare in modo aperto, generoso e costruttivo le grandi migrazioni del nostro tempo. E questo, non mi pare davvero dubbio, farebbe un gran bene al prestigio e al ruolo internazionale del nostro paese e darebbe nuova fiducia e speranza nel nostro stesso futuro.