Kasim, vittima innocente del
regolamento di Dublino
Un giorno, quando i figli e i nipoti degli attuali
immigrati ricorderanno le fatiche dei loro padri e
dei loro nonni, forse nascerà l'associazione dei
superstiti del Regolamento di Dublino. Una normativa
nata con le migliori intenzioni - individuare il
paese europeo nel quale il rifugiato deve presentare
la domanda d'asilo - che alla fine ha creato
problemi più gravi di quelli che ha risolto. Non è
un caso che, all'inizio dell'estate scorsa, il
"Consiglio italiano per i rifugiati", assieme ad
altre settanta organizzazioni, abbia scritto una
lettera al commissario competente, Franco Frattini,
per segnalarne il fallimento. La terribile storia di
Kasim (che è una di quelle raccolte dal Cir per "Refugee
Stories", un progetto europeo di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica) è uno degli esempi di questo
fallimento.
Il regolamento di Dublino stabilisce che il
rifugiato deve presentare domanda d'asilo nel primo
paese europeo in cui ha messo piede. Ma quando Kasim,
nel 2001, fuggì dall'Iraq e approdò a Crotone
assieme ad altri quattrocento migranti, non lo
sapeva, né comunque avrebbe potuto scegliere:
l'Italia era, tra le varie mete europee, l'unica a
sua disposizione.
Debilitato dalle durissime condizioni del viaggio in
nave, Kasim fu ricoverato in ospedale e, dopo le
prime cure, trasferito nel Centro di permanenza
temporanea. Là, trascorsi diciassette giorni, fu
sottoposto a un interrogatorio di gruppo, assieme ad
altri dieci uomini provenienti dall'Iraq. Non si
conoscevano tra loro, diffidavano gli uni degli
altri. Diedero versioni confuse e a volte false.
Anche Kasim che, alla fine dell'interrogatorio,
firmò il verbale senza sapere cosa c'era scritto.
Subito dopo gli fu detto che doveva lasciare il
Centro. Per andare dove? Che si arrangiasse. Da
Crotone arrivò in qualche modo a Roma, e cominciò a
vivere nella strada.
Così disse subito di sì quando gli fu offerta la
possibilità di trasferirsi in Svezia. Là, fu questa
la promessa, avrebbe avuto un lavoro e adeguata
assistenza. Arrivò a Stoccolma e, dopo appena due
giorni, fu convocato per il colloquio. Per la prima
volta poté raccontare la sua storia. Ebbe anche una
casa e nuove cure mediche perché le sue condizioni
di salute si erano aggravate. Cominciò a studiare lo
svedese.
Il fulmine del regolamento di Dublino arrivò dopo
due anni. L'assistente sociale comunicò a Kasim che
era stata rintracciata una sua domanda d'asilo
presentata a Crotone. Doveva tornare in Italia.
Tutto quanto aveva fatto per integrarsi con la
società svedese era stato inutile. Vendette tutte le
sue poche cose per raccogliere un po' di soldi e si
preparò alla partenza, che gli era stata annunciata
come imminente. Invece, per ragioni che non gli
venivano mai spiegate, il viaggio cominciò a essere
rimandato. E nell'attesa Kasim non poteva fare
nulla. Anzi sì, una cosa dopo due anni e mezzo la
fece: ingerì un intero flacone di sonnifero. Tentato
suicidio. Undici giorni di ospedale. E poi la visita
di un rappresentante della Croce rossa: "Non devi
più partire, l'Italia si rifiuta di accoglierti".
Era una bugia crudele, detta per tenerlo calmo.
Passarono altri due mesi e una mattina Kasim fu
svegliato da un dottore, da un'infermiera e da
cinque poliziotti. L'aereo per Roma lo attendeva.
Kasim tornò in Italia. Ebbe la fortuna di incontrare
il Cir, di avere le informazioni corrette,
assistenza. Poté finalmente presentare una regolare
domanda di asilo. Per il momento ha ottenuto la
protezione umanitaria. E' stato presentato ricorso.
Ci sono buone speranze che venga accolto. Ma Kasim
ha anche un'altra speranza: che a nessun altro in
futuro capitino i suoi guai. E, per questo, ha
deciso di raccontarli.
(pubblicato
on line sulla Repubblica del 10 dicembre 2006)