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..Mi sono chiesto
perché tutte queste cose stessero succedendo a me.. in ogni posto..
dal 2003 ad oggi non sono mai stato felice.. nemmeno per un giorno…,
così Malè inizia a raccontare la sua storia, la storia di un
rifugiato. Malè ha trent’anni, è partito dal Sudan quattro anni fa,
in Sudan ha perso tutta la sua famiglia ed è scappato in Europa per
cercare una nuova vita, come spesso ripete durante il suo
racconto. È scappato per paura di essere arruolato nell’esercito ed
essere costretto ad uccidere dei civili, delle persone come lui.
È arrivato a Lampedusa
una mattina molto presto in nave. Dal Sudan sono andato in Libia..in
modo illegale…ci sono volute almeno tre settimane..è stato molto
difficile e troppo duro... In Libia si è fermato cinque mesi, ha
lavorato come imbianchino per racimolare i 1000 dollari che gli
sono serviti per raggiungere l’Italia in modo clandestino. Per Malè
l’Italia rappresentava semplicemente l’Europa, quell’Europa che
aveva visto e imparato a conoscere attraverso la televisione e dove
..molta gente vive bene... Sapeva che sarebbe arrivato a
Lampedusa, arrivare in Italia rappresentava un primo passo verso la
costruzione di una vita nuova, diversa.
Giunto in Italia è
stato portato in Questura dove gli sono state prese le impronte
digitali e dove ha presentato domanda d'asilo. Dopo ha cominciato a
viaggiare.
Arrivato a Roma per un
mese vive a Tiburtina in quel posto che tutti abbiamo imparato a
conoscere come Hotel Africa. Un posto freddo e sporco….. dove la
gente sta anche per tre o quattro anni. Hotel Africa
era un centro occupato auto-gestito da richiedenti asilo e
rifugiati: accoglieva alcune centinaia di persone in un capannone
abbandonato senza energia elettrica, luce e in condizioni igieniche
estreme.
Malè si è ritrovato ad
affrontare una situazione ben differente da quella che si aspettava
di trovare in un paese europeo. Tutto era molto diverso da quello
che aveva conosciuto attraverso le trasmissioni e i film italiani.
Inizia a chiedere delle informazioni sulla vita, sulle possibilità
di lavoro e integrazione in Italia a stranieri che vivono nel paese
da dieci, quindici anni e tutti gli consigliano di andarsene, perché
…nessuno poteva avere qualcosa da questo paese...
Malè conosce il
Regolamento di Dublino e sa che probabilmente la permanenza in un
altro paese europeo sarà breve.
Decide comunque di
provare ad andare in Inghilterra, perché sa che lì è più facile
ricostruirsi una nuova vita. Prende un treno per la Francia,
chiedendo i soldi per il biglietto alla gente fuori dalla stazione
Termini e, una volta arrivato in Francia paga 300 euro per viaggiare
nascosto in un camion verso l’Inghilterra. La prima notte la passa
dormendo alla stazione, dove viene fermato da dei poliziotti che lo
portano in Questura e lì, Malè, ripresenta domanda d’asilo.
I primi due mesi vive
in un Centro dove gli viene data la residenza come richiedente
asilo. Un giorno l’avvocato che segue il suo caso, lo informa di
essere a conoscenza del fatto che aveva già fatto richiesta d’asilo
in Italia e che quindi sarà costretto a lasciare l’Inghilterra.
Dovrà ritornare in Italia a breve. Malè non vuole tornare nel nostro
Paese: la notte stessa fugge dal Centro e ricomincia a viaggiare.
Chiama un amico che da un paio di mesi vive in una piccola città
inglese e lo raggiunge.
A Hull, Malè riesce a
trovare un po’ di quella felicità che tanto desidera e cerca. Si
fidanza con una ragazza africana e dopo un po’ di tempo riesce a
trovare lavoro, anche se illegalmente, in un fast food. Rimane ad
Hull per un anno e due mesi. Una notte una pattuglia lo ferma mentre
sta tornando a casa in macchina con la ragazza; le prime parole che
dice Malè alla ragazza sono vedrai che questo è il mio ultimo
giorno in Inghilterra. Sa che verrà rimandato in Italia, subito.
Il primo pensiero di Malè è il suicidio, non vuole tornare in
Italia, lasciare la nuova famiglia, il lavoro. Non ha il coraggio e
la forza di ricominciare in un Paese che non l’ha accolto, che non
l’ha aiutato. Non vuole lasciare la ragazza, che rappresenta quella
famiglia che non ha più.
Prova a fare ricorso,
vuole rimane in Inghilterra. Il ricorso viene però respinto e si
apre per Malè un nuovo incubo: 27 giorni in cui viene spostato in
vari luoghi e che descrive come ..i peggiori della mia vita,
alla fine dei quali viene rimandato in Italia. Arriva a Fiumicino e,
per la prima volta, entra in contatto con l’ufficio legale del CIR.
Viene portato a Crotone, ma dopo pochi giorni lascia il Centro di
accoglienza e ritorna a Roma.
I primi giorni dorme
di nuovo all’Hotel Tiburtina fino a quando gli viene
assegnata dal Comune un posto in un centro di accoglienza a Casilina,
dove però rimarrà poco. Decide di trasferirsi a Rebibbia in un altro
centro occupato, con altri ragazzi che ha conosciuto a Tiburtina,
perché lì può vivere tranquillo e libero. Non è costretto ad
uscire di casa alle otto di mattina per rientrarci solo alle sei di
sera, come invece avviene nel centro in cui è stato assegnato.
Malè
ora sta seguendo un corso di formazione organizzato dal CIR, non
parla ancora italiano anche se lo vuole imparare. Non voglio
ricevere delle lettere e farle leggere ad altre persone perché non
capisco quello che c’è scritto…. Il grande desiderio di Malè è
di studiare, dice che nei momenti più difficile studiare lo faceva
sentire vivo; vuole poter lavorare, tenersi occupato; vuole un
lavoro che inizi alla mattina e finisca alle otto di sera..
Vuole provare a ricominciare per ottenere quello che più desidera:
la possibilità di una nuova vita, diversa e dignitosa.
Gli obiettivi di Malè,
che ha ottenuto nel 2006 lo status di rifugiato, sono semplici:
trovare un lavoro, imparare l’italiano e cominciare a vivere, tutto
questo nei prossimi cinque anni.
Il tempo che si è dato
Malè per costruirsi la sua nuova vita. |