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DAL CAMPO, FOCUS SULL’AFGHANISTAN OGGI

 

 “MAI PIU’ GUERRE”

INTERVISTA A  ARIF ORYAKHAIL, MEDICO AFGHANO

Dopo molti anni di esilio in Italia, ARIF ORYAKHAIL, 45 anni, medico, già collaboratore del CIR per il progetto VI.TO-Accoglienza e cura delle vittime di tortura, è tornato nel suo paese, l’Afghanistan, oggi al centro del dibattito internazionale.  

D- Come è stato il suo ritorno in Afghanistan?

Il primo impatto è stato drammatico. Lo scorso gennaio, quando sono tornato dopo 23 anni di asilo in Afghanistan sono rimasto sotto shock per due-tre giorni:  ho trovato tutto distrutto, dal punto di vista infrastrutturale,  culturale, economico, sociale.

Poi la situazione è migliorata, anche perchè sono tornato per aiutare questo paese, per fare qualcosa per la ricostruzione. Sono stato infatti inviato per conto del Ministero degli Affari Esteri italiano-Cooperazione allo Sviluppo come coordinatore sanitario di diversi ospedali e poliambulatori del paese.

 D- Quale è l’aspetto che più la preoccupa del paese?

La distruzione strutturale non è un problema; il vero dramma è la distruzione culturale di questo paese; dopo 25 anni di guerre, c’è una generazione che non è andata a scuola, all’università; 25 anni in cui tutto è stato distrutto, chiuso. Per ricostruire questo paese dal punto di vista culturale ci vorrà tanto tempo, più di 25 anni.

D- Quale è la reale situazione del popolo afghano, quali sono i suoi sentimenti?

C’è estrema povertà e la gente non ha molta fiducia nel governo;  i prezzi sono saliti e i salari sono bassi; basti pensare che un impiegato statale guadagna 50 dollari, una casa da affittare: 300-400 dollari. E’ impossibile arrivare alla fine del mese. Almeno il 50% delle persone è disoccupato, anche se tutti si arrangiano a fare qualche cosa. Il governo non è in grado di dare risposte precise; il tasso di corruzione – tra governo, enti locali - è molto alto.

D’altra parte però il popolo afghano è un popolo giovane, che ha fiducia nel futuro. La popolazione è stanca della guerra, penso che non torneranno mai a fare la guerra; hanno deciso, hanno capito di essere stati strumentalizzati dalle varie parti in lotta e che, dopo 25 anni, non hanno avuto niente, solo distruzione e morte. In ogni famiglia c’è stato un lutto, una storia drammatica. C’è un  paese da ricostruire e loro vogliono una vita normale, senza guerre, finalmente tranquillo, mandare i loro figli a scuola, trovare un lavoro, una casa.   

Proprio dalla  scuola viene un segnale positivo: tanti vogliono mandare i figli ed anche le figlie a scuola; basta pensare che, per accogliere tutte le richieste, vengono organizzati tre turni a scuola durante la giornata.

D- Quale è la situazione della sicurezza?

La situazione era tranquilla a gennaio, ora è un pò peggiorata.

La preoccupazione della gente è che, se la comunità internazionale si disinteressa del paese, possano tornare i Talebani; i pochi gruppi di Talebani ora appaiono poco coordinati e mal organizzati, ma potrebbero tornare in pochi giorni dal Pakistan e dall’Iran.

I vicini dell’Afghanistan non sembrano collaborare molto per la ricostruzione dell’Afghanistan, non vogliono avere un vicino stabile. E’ necessario che il Pakistan decida di combattere con forza i gruppi terroristici presenti     

In un momento così delicato, di passaggio, c’è ancora molto bisogno di aiuto, di sostegno, da parte dei donatori internazionali. 

 D- La classe intellettuale del paese è tornata in Afghanistan?

No, ancora pochi intellettuali sono tornati; la maggior parte vive ancora in Occidente, anche per problemi familiari e di sicurezza. 

Ma nel paese c’è una grave penuria di professionisti: mancano infermieri, medici, ginecologi,  almeno 10mila insegnanti. Basti pensare c’è un medico ogni 6mila abitanti.

Le università hanno riaperto, ma il livello è basso, poiché non ci sono stati aggiornamenti.

 D- Come è la situazione dei rifugiati che tornano nel paese?

Il problema dei rifugiati è molto grave, che riguarda 6-7 milioni di rifugiati; nel giro di 4 anni sono tornati 3,5 milioni di rifugiati, provenienti da Pakistan e Iran; come potete immaginare, con questi numeri, è difficile controllare un flusso così incredibile di persone che tornano. A  questi poi va aggiunto un numero ancora maggiore di sfollati.

Il vero problema di questi milioni di persone è la reintegrazione; tanti si trovano senza casa, senza lavoro; spesso erano contadini, ora tornando nei loro villaggi, trovano i loro campi pieni di mine antiuomo. Un esempio: trovare un alloggio a Kabul ora è quasi impossibile: prima  gli abitanti della città erano un milione, ora in poco più di sei anni, sono diventati 4,5 milioni. Alcuni rifugiati hanno occupato l’ex Centro culturale URSS, o varie tendopoli a Kabul o in altre grandi città.

D- E gli aiuti umanitari? 

E’ stato istituito un Ministro per i rifugiati e la reintegrazione e tante organizzazioni internazionali e ONG straniere e locali  sono impegnate negli aiuti, ma manca un reale coordinamento, anche per organizzare il rientro di così tante persone; il Governo da solo non ce la fa, anche perché i fondi sono pochi e insufficienti. Per esempio, in alcune zone più sicure ci sono tante ONG che lavorano nel campo della salute, ma sono pochissime quelle impegnate nell’educazione.   

Vorrei rivolgere un appello al governo e al popolo italiano, che deve aumentare gli aiuti umanitari in questo momento delicato e di passaggio dalla guerra alla ricostruzione. La sicurezza del mondo dipende anche dalla sicurezza dell' Afghanistan, se questo paese rimarrà sicuro, tutto il mondo sarà sicuro.

Arif appare sempre sereno, anche quando parla di cose dolorose e difficili.

Quando uscirà questa intervista sarà già tornato in Afghanistan. A portare avanti, con amore, tanta forza,  passione, coraggio il suo contributo per la ricostruzione di un paese che non dobbiamo, non possiamo dimenticare.