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di Anna
Cataldi, Ambasciatrice di Buona Volontà dell’ ECRE
tratto dal
sito dell’ECRE-Consiglio Europeo per i Rifugiati e
gli Esuli
www.ecre.org
"Per
favore, signora, mi dica dove mi trovo ..."
L’uomo che mi trovo di fronte sembra esausto. Occhi
cerchiati di rosso, pelle scura che brilla per il
sudore, una ferita rossa bruciata dal sole su un
labbro. Il suo unico bagaglio è una piccola borsa
che penzola dalla sua spalla. Mi chiedo quanto abbia
dovuto camminare per arrivare in questo posto, che
lui non sa che è il campo di transito di Choucha, e
dove nella confusione nessuno ha il tempo di
occuparsi di lui.
Allestito
in fretta a 8 chilometri dal
confine tunisino con la Libia per gestire
l’emergenza provocata dai rifugiati che, dal 20
febbraio, continuano a fuggire dalla situazione
caotica in Libia, il campo di Ras Jadir ha dovuto
fronteggiare il flusso di 150 mila persone
disperate. Ci sono pochi cittadini libici; quasi
tutti sono lavoratori stranieri di paesi vicini e
lontani: Egitto, Marocco, Bangladesh, Cina, Mali,
Ghana, Nigeria. Altri provengono dall’Africa
sub-sahariana, Somalia, Eritrea e Sudan.
E
alcuni dalla stessa
Tunisia.
La Libia, con una
popolazione che supera di poco i 6 milioni, aveva
assorbito 1 milione 800 mila stranieri, tutti
impiegati dalle industrie locali. Alcuni sono
arrivati in Libia in fuga da conflitti e
persecuzioni, altri avevano contratti di lavoro
regolari, altri ancora sono migranti irregolari.
Cosa accadrà a queste persone che ora sono senza
lavoro, senza supporto finanziario, scansati dalla
popolazione locale - particolarmente se neri – e
intrappolati da un conflitto che non ha niente a che
vedere con loro?
Quelli che riescono,
se provenienti dalla Cirenaica, si dirigono verso
la frontiera con l’Egitto, verso la Tunisia invece
se arrivano dalla Tripolitania.
L’uomo sotto shock che mi ha chiesto di dirgli dove
si trovasse è un caso emblematico. Per lui, come per
gli altri, ci sono buone possibilità che – dopo i
controlli nel campo – sarà rimpatriato in Nigeria,
suo paese di origine.
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Sudanese refugees at Ras Ajdir refugee camp
Photo credits: Riccardo Venturi/contrasto |
La maggior parte
di questi rifugiati vuole soltanto tornare a
riunirsi con le proprie famiglie nei propri paesi.
Le famiglie, che hanno sostenuto da lontano con le
proprie rimesse, magre in realtà, guadagnate con il
sudore della fronte nella Libia di Gheddafi.
All’aeroporto di Jerba, a tre ore
di autobus da Choucha, un carico umano attende ogni
giorno di essere imbarcato su voli che li riporterà
a casa. Migliaia di partenze al giorno. E migliaia
di nuovi arrivi a Choucha.
La principale
responsabilità di gestire questa gigantesca camera
di compensazione umanitaria è sulle spalle di UNHCR,
IOM (International Organization for Migration) e
Mezza Luna Rossa tunisina. Il lavoro nel campo è
frenetico: ricevere, registrare, controllare
identità, nutrire, aver cura e accogliere persone
esauste in file di tende senza fine.
Il vento forte crea mulinelli di
sabbia tutt’intorno, soffiandola in bocca, negli
occhi e nelle tende stracolme in cui le persone si
riparano. Nonostante le partenze ci sono ancora
17.000 rifugiati che vivono nel campo. Quasi tutti
sono in attesa di essere rimpatriati, ma per alcuni
non è ancora possibile. Somali, sudanesi, eritrei
non possono essere rinviati in paesi in guerra.
"Il
campo è temporaneo", insistono gli operatori
umanitari. "Tra due settimane il nostro lavoro sarà
finito."
Ma è difficile valutare quanto sta accadendo. E non
solo a causa del problema apparentemente insolubile
del contingente sub-sahariano che, armato di
striscioni, organizza dimostrazioni di protesta, ma
anche l’incessante successione degli eventi rende
dubbia ogni previsione.
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Ghanaian refugees at Ras Ajdir refugee camp
Photo credits: Riccardo Venturi/contrasto |
In poche ore,
dalle 5:45 pm (orario di New York) del 17 marzo,
dall’approvazione della Risoluzione 1973 nel
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il
carattere della battaglia in Libia è drammaticamente
cambiato. Quanti ulteriori rifugiati genererà il
conflitto, non più interno ma internazionale, con
questi bombardamenti, questi nuovi feroci scontri?
Quante anime disperate cercheranno rifugio nei paesi
vicini?
Con generosità e
determinazione altamente encomiabili, la Tunisia ha
assunto il peso della responsabilità per i
rifugiati. Fin dal primo giorno tutti, dalle forze
di polizia ai rappresentanti del governo, fino ai
privati cittadini di ogni parte del paese – perfino
dalle oasi più povere – ognuno ha portato aiuto a
queste persone. Ma la Tunisia non può continuare a
sopportare il peso dell’emergenza da sola. E’ ora
molto urgente che la comunità internazionale si
organizzi per affrontare il problema.
(Traduzione italiana di Linda Sette, CIR)
Anna Cataldi è autrice di
"Lettere da Sarajevo", che ripercorre l’impatto
della Guerra sui bambini bosniaci. E’ stata
Messagera di Pace per le Nazioni Unite nel 1998 e
Ambasciatrice di Buona Volontà per World Health
Organisation (WHO) e Stop TB Partnership dal 2007 al
2010.
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