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ECRE, INTERVISTA A SUSANNE BOLZ, CAPO UNITÀ PROTEZIONE DELLO SWISS REFUGEE COUNCIL (SFH/OSAR)

ECRE, Intervista a Susanne Bolz, capo Unità Protezione dello Swiss Refugee Council (SFH/OSAR) 15 settembre 2011- Riportiamo (in italiano/inglese) l’intervista realizzata dall’ECRE a Susanne Bolz, capo Unità Protezione dello Swiss Refugee Council (SFH/OSAR), dedicata al caso del Svizzera che, tra il 2006 e il 2008, ha ignorato circa 10.000 domande compilate da richiedenti asilo iracheni presentate alle ambasciate Svizzere al Cairo e a Damasco. La Bolz interverrà al Convegno che l'ECRE e il CIR organizzano il prossimo 19 settembre a  Bruxelles, dedicato a "Exploring Avenues for Protected Entry in Europe. Questa settimana (2 settembre 2011, ndr) è diventato di dominio pubblico il fatto che la Svizzera ha ignorato circa 10.000 domande compilate da richiedenti asilo iracheni presentate, tra il 2006 e il 2008, alle ambasciate Svizzere al Cairo e a Damasco. Nella Newsletter settimanale l’ECRE ha parlato con Susanne Bolz, capo dell’Unità Protezione dello Swiss Refugee Counicl, riguardo la procedura d’asilo svizzera dall’estero, unica di questo genere in Europa. Come si può accedere alla protezione internazionale se non si è in grado di raggiungere la Svizzera? La legge svizzera sull’asilo prevede una Procedura per l’Entrata Protetta formalizzata (Protected Entry Procedure - PEP). Dal 1979 i richiedenti asilo possono compilare la richiesta di protezione presso ambasciate o consolati svizzeri dei loro paesi o in un paese terzo. La loro domanda è trasferita dall’ambasciata all’autorità svizzera sull’asilo a Berne (Ufficio federale per le Migrazioni) che garantirà un permesso di entrata e il visto affinché la procedura di asilo possa continuare in Svizzera. Questo visto di ingresso verrà rilasciato al richiedente asilo qualora “non ci si possa ragionevolmente aspettare che rimanga nel suo paese di residenza o di ospitalità o che possa viaggiare in un altro paese”. La decisione prende in considerazione se la persona ha strette relazioni con la Svizzera, che si manifestano attraverso una precedente residenza legale, forti legami di famiglia o vicini parenti presenti in Svizzera. In pratica, le possibilità concesse da questo tipo di procedura di richiesta di asilo sono molto limitate. Il richiedente deve anche dimostrare che non può ottenere protezione in un altro paese. Inoltre, generalmente la procedura si applica solamente se la persona teme persecuzioni che possono qualificarlo per lo status di rifugiato. Le situazioni che portano alla protezione sussidiaria o umanitaria potranno essere considerate solo in pochi ed eccezionali casi. Quali i vantaggi e quali i problemi del richiedere asilo alla Svizzera dall’estero? Richiedere asilo dall’estero offre una possibilità legale per i casi più vulnerabili di accedere alla protezione. Le statistiche dimostrano che la percentuale di donne tra le persone a cui viene concesso l’ingresso sono più alte che tra quanti arrivano in modo spontaneo. E’ anche un meccanismo per rispondere in modo veloce a una crisi. Per esempio, prima della chiusura dell’Ambasciata svizzera di Tripoli nel febbraio 2011, l’ufficio federale per le migrazioni ha rilasciato un permesso di entrata per molti rifugiati eritrei intrappolati in Libia. Le autorità svizzere hanno anche assicurato l’entrata in Svizzera a molte persone che sono riuscite a raggiungere la Tunisia. In tutto, circa 200 persone sono state autorizzate ad arrivare dal Nord Africa in Svizzera nella Primavera 2011. La procedura all’ambasciata contribuisce anche a minare le attività di trafficanti di esseri umani senza scrupoli che abusano della disperata condizione dei rifugiati. E’ anche un mezzo per informare i richiedenti asilo delle loro possibilità di ottenere una protezione senza mettere a rischio le loro vite e pagare una fortuna a trafficanti. Da un punto di vista formale, è positivo avere una procedura formalizzata perché questo permette di sviluppare pratiche legali. Il fatto che a una decisione negativa ci si possa appellare in seconda istanza permette alla Corte di sviluppare una giurisdizione su questa procedura e sulle condizioni di ingresso, e, allo stesso tempo, di avere un qualche controllo sul processo. Il controllo giudiziario è importante per rendere la procedura prevedibile e affidabile, un vantaggio che le azioni umanitarie ad hoc non offrono. Nonostante questi ovvi vantaggi, nella pratica ci confrontiamo anche con delle difficoltà. Il problema principale è che le rappresentanze svizzere non sono preparate ad affrontare un ampio numero di richieste, come viene illustrato dalla notizia di questa settimana sulle circa 10.000 richieste di rifugiati iracheni alle ambasciate svizzere del Cairo e di Damasco che non sono state processate. Il Ministero della Giustizia farà partire una inchiesta ufficiale. E’ ovvio che queste pratiche sono il risultato di una enorme paura delle autorità di quello chiamato il “effetto traino”. La stessa paura porta anche a prassi restrittive e a un’applicazione molto rigida dei criteri di ingresso. In pratica, meno del 10% di tutte le richieste vanno a buon fine. Inoltre, anche se stabilita per aiutare in crisi acute, la procedura dall’estero tende a essere lenta e complicata. Un numero considerevole di richiedenti asilo aspettano risposte alla richiesta in condizioni spesso precarie e non sicure. Non sono istituite misure di sicurezza per quanti richiedono protezione. Deve essere anche sottolineato che la presenza stessa dello personale locale di sicurezza nelle rappresentanze svizzere intimidisce i richiedenti asilo, specialmente se si trovano ancora nei loro paesi di origine. Il fatto che le ambasciate tendano a chiedere ai richiedenti di completare un questionario invece di convocarli per un’audizione, complica ulteriormente le cose. Specialmente se c’è un ampio numero di domande, ai richiedenti viene richiesto di rispondere alle domande in Inglese scritto o in una delle lingue nazionali svizzere (Francese, Tedesco, Italiano). I richiedenti non sono assistiti in questo processo sur place e, in pratica, molti chiedono a loro conoscenti che vivono in Svizzera di ottenere assistenza da un ufficio legale per richiedenti asilo. Questi uffici vengono sovvenzionati da chiese e da agenzie di aiuto e hanno capacità molto limitate. Ovviamente questa procedura funziona solo se la rappresentanza svizzera è aperta e accessibile. In situazioni di emergenza, l’ambasciata potrebbe anche essere chiusa. Questo è avvenuto in Tripoli, Libia, dove l’ambasciata è stata chiusa nel febbraio 2011. Durante la crisi in Costa d’Avorio nell’Aprile 2011, allo staff consolare fu chiesto di lavorare da casa e nessuno era presente per accettare le richieste proprio quando la situazione era più pericolosa. In Iraq non esiste alcuna rappresentanza svizzera, questo costringe i richiedenti a viaggiare in Siria, a Damasco, per poter completare la domanda o presentarla per iscritto. Quali conclusioni trarre dalla recente notizia che le Autorità Svizzero non hanno processato 10.000 richieste di rifugiati Iracheni in Siria e in Egitto nel 2006 – 2008? L’incidente è fortemente esplicativo. Noi non conosciamo ancora le circostanze, ma possiamo immaginare che le autorità svizzere fossero spaventate da un “effetto traino”, dalla possibilità di essere sommerse da un numero massivo di richieste. Invece di trattare le domande in modo conforme, fu dato l’ordine di mettere da parte questi casi, un chiaro esempio di non applicazione della normativa. L’inchiesta ufficiale farà più luce sulle circostanze specifiche. Crediamo che la situazione sarebbe potuta essere diversa se la Svizzera non fosse stata una dei pochi paesi che in quel momento prevedeva una tale procedura. Se i rifugiati avessero avuto la possibilità di indirizzarsi anche ad altri paesi, ci sarebbe potuta essere una modalità di procedere concertata, per il beneficio dei rifugiati. Questo esemplifica quanto importante sia trovare una soluzione europea. Tutto si riduce al problema della condivisione di responsabilità. Siamo quindi felici di partecipare al progetto che il CIR e l’ECRE stanno realizzando, che indaga precisamente tali questioni e che cerca di generare una costruttiva discussione a livello europeo. Il Governo Svizzero vuole abolire il sistema. Perché? Secondo il governo svizzero, l’abolizione della procedura formale di richiesta d’asilo dall’estero mira a diminuire il numero delle domande presentate, considerato insopportabile dall’amministrazione svizzera. Nel 2000, furono presentate dall’estero 665 richieste, ma sono cresciute a 3.813 nel 2009. Meno del 10% delle domande hanno un esito positivo. L’ammontare di domande non positive ha portato il governo a considerare tale meccanismo come inefficace e finanziariamente oneroso. La decisione non è definita e il dibattito nel Parlamento comincerà il mese prossimo. Perché è importante che le persone possano chiedere asilo dall’estero? Perché questo tema è tornato all’attenzione nel dibattito europeo? E’ importante avere una possibilità legale di accedere alla protezione dall’estero per essere in grado di reagire a situazioni specifiche di crisi acuta e per aiutare le persone in condizioni protratte di insicurezza e incertezza. E’ un passo nella giusta direzione che l’Unione Europea, ancora una volta, stia discutendo il tema delle forme di accesso alternative. Insieme al resettlement tale meccanismo può fornire protezione soprattutto ai più vulnerabili. Certamente, tale procedura non può rimpiazzare o restringere gli arrivi spontanei dei richiedenti asilo. Questo non è mai stato messo in discussione nel contesto svizzero. E’ sempre stato chiaro che i PEP svizzeri offrivano una opzione aggiuntiva. Sino a quando centinaia di richiedenti asilo ogni anno continueranno a perdere le loro vite mentre cercano di raggiungere le coste europee per chiedere protezione, gli Stati Membri dovranno seriamente considerare queste opzioni alternative. E’ anche un gesto di responsabilità condivisa con i paesi terzi nelle regioni di origine. Non dobbiamo infatti dimenticare che la maggior parte dei rifugiati rimangono nelle aree di conflitto invece di viaggiare verso l’Europa. Intervista realizzata da Ana Fontal, ECRE Traduzione italiana a cura di Valeria Carlini, CIR Rappresentanti del Parlamento Europeo, della Commissione Europea, dell’UNHCR e della Società civile, incluso il Consiglio per i Rifugiati Svizzero, esploreranno e discuteranno nuove forme di accesso e di protezione in Europa nel contesto di una conferenza a Bruxelles il 19 settembre organizzata dall’ECRE e dal CIR.
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