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Libia:
abusi sui migranti, ma l’Europa finge di non vedere
I
paesi dell’Unione Europea devono premere sulla Libia affinché
rispetti i diritti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.
(Roma,
13 settembre 2006) – Il governo libico sottopone migranti, richiedenti
asilo e rifugiati a gravi abusi dei diritti umani, tra cui percosse,
arresti arbitrari e rimpatri forzati, afferma Human Rights Watch in un
rapporto pubblicato oggi.
Attualmente
l’Unione Europea sta negoziando con la Libia operazioni congiunte di
pattugliamento allo scopo di bloccare l’immigrazione. Tuttavia, i
membri dell’Unione Europea, tra cui figura in prima linea l’Italia,
non hanno spinto la Libia a rispettare i diritti delle centinaia di
migliaia di stranieri che ospita.
Le
135 pagine del rapporto intitolato “Arginare i Flussi: Abusi contro
migranti, richiedenti asilo e rifugiati” documentano le modalità con
cui le autorità libiche hanno proceduto all’arresto arbitrario di
stranieri privi di documenti, maltrattandoli durante la detenzione, e li
hanno rimpatriati con la forza in paesi in cui avrebbero potuto essere
esposti al rischio di persecuzione o tortura, come Eritrea e Somalia.
Secondo i dati ufficiali forniti dalla Libia, dal 2003 al 2005, il
governo ha rimpatriato all’incirca 145.000 stranieri.
“La
Libia non è un paese sicuro per migranti, richiedenti asilo e
rifugiati” ha dichiarato Bill Frelick, direttore del programma
rifugiati di Human Rights Watch. “L’Unione Europea sta lavorando con
la Libia per impedire a queste persone di raggiungere l’Europa
piuttosto che assisterle fornendo loro la protezione di cui hanno
bisogno”.
Nell’ultimo
decennio, centinaia di migliaia di persone sono giunte in Libia, per lo
più da paesi dell’Africa subsahariana, per stabilirsi nel paese o per
proseguire verso l’Europa. Molti di questi stranieri erano spinti da
motivazioni economiche, ma alcuni erano in fuga dai loro paesi di
origine a causa di persecuzioni o guerre. Se in un primo tempo in Libia
gli africani subsahariani erano stati visti con favore in quanto
manodopera a basso costo, ora devono sottostare a sempre più rigidi
controlli sull’immigrazione, a detenzioni e deportazioni.
Tre
testimoni hanno riferito a Human Rights Watch che gli abusi fisici da
parte delle forze di sicurezza hanno determinato la morte di un detenuto
straniero. In tre
testimonianze risulta anche che i funzionari della sicurezza
minacciavano di violenza sessuale le donne detenute. Sebbene negli
ultimi anni le condizioni di detenzione siano migliorate, vi sono prove
di come molti di questi abusi persistano.
Alcuni
intervistati hanno riferito a Human Rights Watch di aver visto o
sperimentato durante l’arresto o la detenzione la corruzione della
polizia. Previa una tangente, funzionari della sicurezza lasciavano
andare i detenuti o consentivano loro di fuggire.
Il
governo libico sostiene che l’arresto di stranieri privi di documenti
sia necessario per motivi di ordine pubblico e che le forze di sicurezza
effettuano gli arresti seguendo le disposizioni di legge. Funzionari
hanno riferito a Human Rights Watch che alcune guardie di frontiera e
agenti di polizia erano ricorsi a un uso eccessivo della forza, ma che
si trattava di casi isolati sanzionati dallo Stato.
Secondo
le statistiche fornite dal governo, sono all’incirca 600.000 gli
stranieri che vivono e lavorano legalmente in Libia, in un paese che
conta circa 5,3 milioni di abitanti. Tuttavia, in Libia il numero degli
stranieri privi dei documenti necessari va da 1 milione a 1 milione e
200.000, aspetto che mette a dura prova le risorse e infrastrutture del
paese.
Un
problema sovrastante è costituito dal rifiuto da parte della Libia di
introdurre leggi o procedure specifiche sul diritto di asilo. La Libia
non ha firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951, e il governo non
sta compiendo alcun tentativo per identificare i rifugiati o altre
persone che necessitano di protezione internazionale. L’Alto
Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha un proprio
ufficio a Tripoli ma non esiste alcun accordo formale di collaborazione
con il governo.
Alcuni
funzionari libici hanno riferito a Human Rights Watch che il paese non
offre asilo perché nessuno degli stranieri nel paese è un rifugiato.
Altri, più candidamente, hanno dichiarato a Human Rights Watch di
temere di aprire le porte ai richiedenti di asilo quando l’obiettivo
del governo è quello di ridurre il numero di stranieri. Un alto
funzionario ha dichiarato senza mezzi termini che se la Libia fornisse
l’opportunità di richiedere asilo, gli stranieri “arriverebbero
come le cavallette”.
“Il
governo libico afferma di non deportare rifugiati” ha dichiarato
Frelick. “Ma in mancanza di leggi o procedure in materia di asilo,
come può una persona a rischio di persecuzione presentarne richiesta?
Chi e su quali basi esaminerà la sua domanda?”
Human
Rights Watch ha intervistato 56 tra migranti, richiedenti asilo e
rifugiati durante la preparazione del rapporto, sia in Libia che in
Italia. Di queste persone, 17 avevano ottenuto all’epoca
dell’intervista lo status di rifugiati o dall’UNHCR o dal governo
italiano. Altre 13 erano in attesa che l’Italia rispondesse alla loro
domanda d’asilo.
Il
rapporto documenta inoltre il trattamento degli stranieri da parte della
giustizia penale libica. In Libia, stranieri hanno riferito di casi di
violenza da parte della polizia, violazioni del diritto a un giusto
processo, compresi casi di tortura e processi iniqui. Sono soprattutto
gli africani subsahariani a subire l’ostilità da parte di una
popolazione locale xenofoba, espressa sotto forma di accuse gratuite di
criminalità, attacchi fisici e verbali, vessazioni ed estorsioni. Alti
ufficiali libici hanno attribuito agli stranieri la responsabilità per
l’aumento della criminalità e per le preoccupazioni di tipo sanitario
come l’HIV/AIDS.
Un’ampia
sezione del rapporto prende in esame le politiche in tema di migrazione
e di asilo da parte dell’Unione Europea, la sua stretta collaborazione
con la Libia nel controllo dell’immigrazione, e la mancanza di una
adeguata attenzione ai diritti dei migranti e di protezione dei
rifugiati e degli altri soggetti a rischio di abusi una volta
rimpatriati nei rispettivi paesi di origine.
L’Italia,
il paese maggiormente interessato dalle migrazioni dalla Libia, ha
violato ampiamente il diritto internazionale durante l’ultimo governo
del primo ministro Silvio Berlusconi, ha dichiarato Human Rights Watch.
Tra il 2004 e il 2005, il governo ha espulso verso la Libia più di
2.800 migranti – compresi molto probabilmente rifugiati e altre
persone che necessitavano di protezione internazionale – e il governo
libico li mandava poi nei loro paesi di origine. In alcuni casi le
autorità italiane hanno effettuato espulsioni collettive di grandi
gruppi di persone senza un adeguato esame del loro potenziale status di
rifugiati.
Il
governo italiano ha negato a Human Rights Watch l’accesso al
principale centro di detenzione per le persone provenienti dalla Libia,
situato sull’isola di Lampedusa, ma testimoni oculari hanno riferito
condizioni insalubri, sovraffollamento e abusi fisici da parte delle
guardie.
In
uno sviluppo positivo, l’attuale governo di Romano Prodi ha dichiarato
che non effettuerà espulsioni di soggetti verso paesi che non hanno
firmato la Convenzione sui rifugiati, Libia compresa. A partire da
quest’anno, alcune organizzazioni internazionali sono state
autorizzate ad accedere alla struttura di Lampedusa, e l’attuale
governo ha formato una commissione d’inchiesta sulle condizioni nei
centri di detenzione per immigrati nel paese.
“Il
governo Prodi ha compiuto un passo positivo ponendo fine alle espulsioni
collettive e ha riconosciuto che la Libia non è un paese sicuro per il
rimpatrio”, ha dichiarato Frelick. “Ora deve assicurare che per
chiunque giunga in Italia o sia intercettato in mare vi sia la concreta
opportunità di presentare domanda di asilo”. |