INTERVENTO DELL’ON.LE JEAN LEONARD TOAUDI
Lo scorso 8 novembre 2010 a Roma, presso la Sala della Mercede
della Camera dei Deputati si è tenuta la presentazione pubblica del
libro “Rifugiati- Vent’anni di storia del diritto d’asilo in Italia”
(Donzelli ed.), curato da Christopher Hein, Direttore del CIR. Oltre
all’autore, erano presenti l’on. Jean Lèonard Touadi, Mons. Agostino
Marchetto e una rifugiata.
Un’occasione
importante per fare il punto sugli ultimi vent’anni di storia del
diritto d’asilo in Italia e sui 20 anni di attività del CIR.
Vogliamo riproporre
la presentazione dell’on.
Jean Lèonard Touadi

Biografia-
Jean-Léonard Touadi
è nato nel Congo-Brazzaville; dal 1979 vive in Italia. E’ laureato
in Filosofia e in Scienze politiche. E’ giornalista, scrittore e
docente universitario; è stato autore e conduttore di numerosi
programmi radiofonici e televisivi RAI. Sotto la giunta del sindaco
Veltroni è stato Assessore alle Politiche Giovanili, Rapporti
con le Università e Sicurezza del Comune di Roma. Dal 2006 al 2007 è
stato Vicepresidente del Forum Europeo sulla Sicurezza Urbana. Il 13
aprile 2008 è stato eletto deputato alla Camera dei Deputati;
è iscritto al gruppo parlamentare del PD. .
“Ho letto questo
libro con grande interesse.
Il Rappresentante
Regionale per l’Italia, Albania, Cipro, Grecia, Malta, Portogallo,
San Marino e la Santa Sede dell’UNHCR Laurens Jolles chiama
questo libro
nella prefazione un‘utile compendio’ degli ultimi due decenni di
storia dei rifugiati in Italia, evidenziando le tappe più salienti
di questo percorso.
Nella prefazione
c’è già un’idea delle problematiche che stiamo vivendo in questo
momento.
Sessant’anni
fa—scrive Jolles -si pensava con una certa ingenuità che quello dei
rifugiati sarebbe stato un fenomeno di breve durata. Oggi, in uno
scenario globale profondamente mutato, dobbiamo prendere atto che il
fenomeno dei rifugiati non accenna a diminuire. Che le persone
continuano a fuggire con ogni mezzo, anche rischiando la vita”. E
migliaia di loro la stanno rischiando alle porte di casa nostra. Non
in terre lontane, ma in quel Mediterraneo che la nostra retorica
descrive come la culla della civiltà, del dialogo, che sta
diventando invece un gigantesco cimitero a cielo aperto.
Questo libro è
dedicato, significativamente, “a tutti i rifugiati, a quelli che in
Italia hanno iniziato una nuova vita, a quelli che l’hanno persa,
cercando di raggiungerla”.
E’ un libro molto
interessante, che si può leggere tutto insieme ma anche
separatamente, prendendo un capitolo alla volta; è anche una lettura
molto agevole, pur trattando a volte di argomenti giuridici di una
certa complessità.
Vorrei ricordare il
capitolo delle testimonianze, delle storie di vita, dei contesti
geopolitici
che vengono
magnificamente descritti; c’è lo sforzo di dire che dietro ogni
volto di rifugiato e di richiedente asilo c’è la mappa insanguinata
di un mondo che non trova pace, c’è la mappa di un mondo che non
riesce a ridistribuire la ricchezza.
Colpisce il primo
capitolo,
che conferma la filosofia del CIR che mette al centro la persona. Un
saggio molto bello, interessante, penetrante, profondo di
Fiorella Rathaus, che parla dei rifugiati come persone, come
esperienza esistenziale, della loro esclusione ed emarginazione e
della loro possibile inclusione ed integrazione. Analizza e
approfondisce in modo estremamente acuto quello che riprendendo le
parole del pensatore Papadopoulos dell’Università di Essex chiama il
“disorientamento nostalgico dei rifugiati”, dovuto al fatto di
lasciare la propria casa, con tutto ciò che significa, come fascio
di emozioni, di sentimenti, di radicamenti e andare verso una casa
dove l’adattamento alla nuova realtà non è sempre una cosa scontata.
Il ‘disorientamento
nostalgico’ apre questo saggio, che racconta l’elaborazione dei
traumi di massa subiti, le ferite di gruppo; ci sono drammi
individuali, ma spesso ci sono anche traumi di massa.
Un capitolo
particolare è dedicato alla tortura,
e quindi all’esperienza del CIR con le persone che hanno subito
questo trattamento. Leggo un passaggio che mi ha colpito:
“caratteristica della tortura è l’intenzionalità dell’offesa
traumatica e il corpo del rifugiato che diventa l’unico testimone
della memoria traumatica. Dentro questo corpo smarrito per le vie
della città, dentro questo corpo alle prese con la burocrazia e la
mancanza di accoglienza, c’è l’unica testimonianza, l’unico
testimone della memoria traumatica subita. Con la possibilità di
esperienze di re-traumatizzazione, laddove non avviene l’esperienza
di integrazione nel paese di accoglienza.
Questa parte del
libro è, secondo me, quasi un manifesto antropologico, filosofico
del lavoro del CIR di questi anni e anche della filosofia che lo
guida, nel suo lavoro sulla centralità della persona; questo sogno
di rimettere a posto i frammenti dispersi della personalità e
dell’identità delle persone con cui gli operatori vengono a
contatto.
In questo libro c’è
anche una riflessione geopolitica di cui voglio sottolineare
questa frase: “l’importate è comprendere che le folle dei disperati
che sempre più spesso prendevano a sbarcare lungo le nostre coste
erano e sono conseguenze strutturali dei sovvertimenti che si
succedono nel mondo nel nuovo scenario mondiale, nonché del
generalizzato impoverimento della tragedia che ad essi si
accompagnano”. La povertà e gli sconvolgimenti come fattori di
espulsione e di spinta di questa sorta di sesto continente che a
livello mondiale si muove da un oceano all’altro, solcando i mari e
gli oceani, alla richiesta della salvaguardia del primo dei diritti:
quello alla vita.
C’è un richiamo al
Parlamento – e di questo mi sono sentito molto coinvolto– sul fatto
che il nostro Paese non abbia ancora inserito il reato di tortura
nel codice penale. Faccio parte della Commissione Giustizia e per
presentare questo libro mi sono inform-ato: sono in giacenza molti
progetti di legge; c’è anche un testo unificato, che all’art. 38
definisce che cosa è la tortura, però ovviamente non è la priorità
della Commissione Giustizia.
Si fa riferimento
anche alla norme per l’adattamento dell’ordinamento interno allo
Statuto della Corte Penale Internazionale. E qui la responsabilità
dell’Italia è doppia perché il Trattato di ratificata è stato
firmato nella nostra città, a pochi metri dal Parlamento.
A pag.29 si fa
anche menzione del Pacchetto Sicurezza,
con un’analisi critica dal punto di vista giuridico e delle
conseguenze sulle persone dell’introduzione del reato di
immigrazione clandestina, una fattispecie di reato abbastanza
inedito nella cultura giuridica del nostro paese: non viene infatti
giudicata una condotta criminosa, con le attenuanti-aggravanti del
caso esaminate in dibattimento, ma una condizione soggettiva, con
tutto quello che ne consegue per le persone, per i loro diritti.
Il saggio di
geopolitica ci fa vedere come dietro l’albero del singolo rifugiato,
del singolo richiedente asilo che sbarca sulle nostre coste c’è la
foresta dei problemi che si lascia a casa, e spesso questa foresta
ha a che fare con noi, con le nostre scelte geopolitiche, con il
nostro ingresso o non ingresso in guerra, con la nostra
partecipazione o meno ai progetti di sviluppo e di cooperazione.
C’è una presa di
coscienza molto forte.
Parlerei ora di una
parte molto corposa del libro, dedicata alla “Storia del diritto
d’asilo in Italia” e scritta da Christopher Hein, dove chiunque
segue questa materia potrà rivedere tutti i passaggi, attraverso una
ricostruzione meticolosa, quasi maniacale di che cosa è stato nel
nostro paese la storia del diritto d’asilo e alla fine viene
ricostruita la storia della legislazione dell’immigrazione in
Italia. Una ricostruzione molto bella, che parte dalla legge dalla
Legge 940 dell’ 86 fino ad arrivare agli ultimissimi aggiornamenti
del Governo e del Parlamento del 2009, sul quale vengono espressi
rilievi sia critici, che positivi.
Nella
ricostruzione, critica ma anche propositiva, che fa Hein, si ricorda
che già dal 1996 il CIR aveva elaborato una sua proposta per una
legge organica, strutturale sul diritto d’asilo.
I punti positivi
sui provvedimenti più recenti riguardano: l’istituzionalizzazione
del nuovo sistema di accoglienza e il decentramento dell’organo
decisionale. Hein indica anche un altro aspetto positivo, che
riguarda la qualifica di rifugiato e di persone altrimenti bisognose
di protezione internazionale, quindi il Decreto legislativo del 19
novembre 2007 n.° 251 e la fattispecie della protezione sussidiaria,
che ha permesso in alcuni casi di risolvere delle questioni, come
quella dei rifugiati somali.
Una parte
interessante riguarda il capitolo curato da Clara Fringuello,
che descrive i vari scenari di conflitto, che hanno dato all’Italia
l’origine di tanti migranti: la Somalia, l’Eritrea, l’ex Jugoslavia,
con le guerre interetniche; Martina Socci ha curato una parte
riguardante l’Iraq, l’Afghanistan e dei rifugiati afgani in Italia.
Su quest’ultimo punto, vorrei ricordare che noi
votiamo in
Parlamento il finanziamento delle missioni, siamo in guerra in
questo paese;
sarebbe assurdo che
noi facessimo cooperazione a favore delle popolazioni civili in
Afghanistan e dimenticassimo i richiedenti asilo, i profughi afgani
che sono qui in Italia. Per quanto riguardo la città di Roma, grida
vendetta la situazione dei giovani afgani alla Stazione Ostiense,
dove ci sono state scelte improvvisate, con un passo avanti e
quattro indietro, dove si è giocato con la pelle di questi ragazzi
che dormono dietro la stazione dentro cartoni.
Nel libro ci sono
interviste molto interessanti, come quella a Claudio Martelli,
che è il padre di una delle prime leggi organiche e a Livia
Turco; quest’ultima fa una ricostruzione sul mancato inserimento
della legge sul diritto d’asilo nella stesura della legge n.° 286|98
e sul successivo rinvio ad una legge a parte, che non è mai stata
approvata; la Turco fa una serie di riflessioni autocritiche sulla
politica dell’immigrazione del centrosinistra. Nella ricostruzione
storica che un giorno si farà della legislazione italiana
sull’immigrazione queste due interviste rappresentano un capitolo
importante.
Nella IV parte c’è
anche un contributo della portavoce UNHCR Laura Boldrini
, che anticipa il suo libro “Tutti indietro” (Rizzoli ed.) , di cui
sto sentendo parlare molto in giro molto bene; in questa parte, sia
la Boldrini che Giovanni Maria Bellu affrontano la questione
del rapporto tra media e immigrazione, non solo in chiave di
decodificazione di quello che è l’inquinamento del linguaggio per
quel che riguarda l’immigrazione, con il costante accostamento tra
immigrazione e clandestinità; viene analizzato nel dettaglio il caso
di Marzucca, però anche con una parte propositiva, ossia la Carta di
Roma, che secondo me è stato un contributo importante anche perché è
stata realizzata insieme con le associazioni di categoria, con gli
enti di tutela per “un’ecologia del linguaggio” sui temi
dell’immigrazione. quando parliamo di migranti, sarebbe auspicabile
che non siano sempre necessariamente collocati nella parte dei
“cattivi”, di coloro che rappresentano una negatività per la nostra
collettività.
Nel libro ci sono
anche testimonianze personali molto belle di rifugiati, che
raccontano il loro paese, come l’hanno lasciato e che cosa
intravedono per il loro paese. A pag. 173 l’l’albanese Manushaqe
Zefi dice: “il paradiso è ovunque tu credi che sia, l’importante
è che abbia la possibilità di cercarlo e di scoprirlo” Io
aggiungerei “che ti lasciano cercarlo e scoprirlo”.
Il libro contiene
anche un glossario, utilissimo soprattutto per i giornalisti
e i politici, per cui le differenze tra richiedenti asilo,
rifugiati, sfollati, minori non accompagnati, apolidi e migranti non
sono ancora chiare.
Il libro termina
– last but not least- con una utilissima bibliografia, in
un paese in cui i temi dell’immigrazione sono spesso abbandonati a
chiacchiere da salotto di talk show televisivi come Porta a Porta e
Ballarò, avere un bibliografia così utile, così corposa può aiutare
ad approfondire, anche comparativamente rispetto a ciò che è stato
fatto nel resto d’Europa.
Oggi (8 novembre
2010) è in corso in Parlamento la discussione generale sulle mozioni
concernenti il Trattato Italia-Libia:
siamo riusciti a far discutere sull’applicazione di questa legge e a
far scrivere (non senza resistenze, soprattutto nel mio partito) di
arrivare fino alla revisione del Trattato. La mozione infatti invita
“ad adottare ogni iniziativa urgente sul piano diplomatico, volta ad
assicurare l’effettivo rispetto dei diritti garantiti ai sensi degli
art.li 1 e 6 del Trattato con la Libia per garantire che le
politiche migratorie siano pienamente conformi alle norme di diritto
internazionale, in particolare per quel che concerne i richiedenti
asilo, anche in considerazione del fatto che trattandosi di diritti
internazionali dell’uomo, la mancanza di coerenza tra gli impegni
assunti e la loro attuazione renderebbe necessaria un’azione
politico-diplomatica- io avrei aggiunto anche economica- da parte
dell’Italia per una revisione del Trattato che ne renda stingente
l’interpretazione; ad adottare ogni iniziativa urgente sul piano
diplomatico per favorire quanto prima la ratifica da parte libica
della ratifica della Convenzione di Ginevra relativa allo status di
rifugiati e in via immediata l’apertura dell’ufficio dell’UNHCR; ad
adottare ogni iniziativa utile volta ad acquisire notizie certe e
garanzie certe sulla condizione e la destinazione dei richiedenti
asilo in Libia, anche attivandosi con il Governo libico per
consentire l’invio di una delegazione parlamentare italiana in
visita ai centri di detenzione in Libia”. Cose che sembrano
scontate, ma non sempre la negoziazione è agevole.
Domani si voteranno
queste 4 mozioni, sperando che sia uno strumento di indirizzo che
abbia una sua valenza presso il Governo sulle questioni relative
all’immigrazione e all’asilo.
(Le mozioni delle
opposizioni sono state poi approvate lo scorso 9.11.2010 ndr)