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FRONTIERA MARE servizio di RAINEWS24 2005
Una
riflessione sui recenti sbarchi in Sicilia
(articolo 2004)
Il
livello di attenzione pubblica e politica data agli sbarchi in Sicilia
durante quest’estate non si spiega solo in relazione all’entità del
fenomeno. Anzi, un primo
messaggio da dare è che i dati non sono minimamente straordinari,
sproporzionati, allarmanti e molto meno indicano – sempre in termini
quantitativi – alcuna emergenza.
Secondo
il Ministero dell’Interno, dal 1 gennaio al 12 settembre sono sbarcate
9.464 persone, circa 120 in meno rispetto allo stesso periodo del 2003.
Già nel 2003 la stragrande maggioranza degli sbarchi si è verificata
in Sicilia e si è registrata, rispetto agli anni precedenti, una
fortissima diminuzione di sbarchi in Calabria (177 persone nel 2003
contro le 2122 nel 2002) e in Puglia (137 persone nel 2003 contro le
3372 del 2002).
Si
deve tuttavia riconoscere come, in modo più accentuato rispetto agli
anni precedenti, gli sbarchi si siano concentrati nel periodo estivo:
nei primi 5 mesi di quest’anno sono sbarcate soltanto 1752 persone;
mentre 7712 persone sono arrivate irregolarmente via mare nei mesi di
giugno, luglio, agosto e i primi giorni di settembre.
Per
una corretta lettura e valutazione del dato, il numero di meno di 10.000
persone sbarcate quest’anno in Italia è pur sempre da osservare nel
contesto europeo. Nonostante la forte diminuzione (-18% in confronto al
2003), 147.000 nuove richieste d’asilo sono state presentate nel primo
semestre del 2004 in Europa. Al primo posto si trova la Francia con
quasi 30.000 richieste nei primi sei mesi dell’anno, ovvero un numero
3 volte superiore alla totalità degli sbarchi in Italia. Queste cifre
sono comparabili, considerando che la stragrande maggioranza delle
richieste d’asilo in Italia viene presentata da persone arrivate
attraverso gli sbarchi in Sicilia.
In
altri termini, nonostante la vistosità degli ultimi sbarchi, l’Italia
si trova sempre agli ultimi posti nelle statistiche sull’asilo
dell’Europa occidentale.
E’
comunque interessante notare che le nazionalità
delle persone che arrivano attraverso il Mediterraneo sono molto diverse
da quelle di coloro che chiedono asilo in altri stati europei.
Nell’attuale fase di post-conflitto in Afganistan ed in Iraq, con una
conseguente forte diminuzione di richieste d’asilo da parte di
cittadini di questi due paesi, ai primi posti delle statistiche europee
troviamo: Russia; Serbia e Montenegro; Cina; Turchia; India – tutte
nazionalità che praticamente non sono presenti nelle statistiche
d’asilo in Italia e molto meno tra le persone sbarcate in Sicilia, con
l’unica eccezione della Turchia, con i curdi, comunque molto diminuiti
in Italia negli ultimi due anni. Di contro, tra le nazionalità più
rappresentate negli sbarchi in Sicilia troviamo eritrei, etiopi,
sudanesi, somali, nigeriani, liberiani, ganesi, che invece occupano un
posto marginale nelle statistiche europee. Etiopia ed Eritrea non
figurano nemmeno tra i primi 40 paesi d’origine; la Somalia figura al
16° posto, il Sudan al 28° e la Liberia al 37°.
Al
di là delle statistiche, questi dati sulle nazionalità degli stranieri
che sbarcano rivelano certamente qualcosa sulla causa dell’esodo: si
tratta sempre di paesi che vivono o hanno vissuto, fino a poco tempo fa,
gravi conflitti interni, guerre, repressione e/o stato di totale
insicurezza. Confrontando le informazioni sui paesi di origine con
questi dati, questa composizione della popolazione sbarcata induce
ragionevolmente a ritenere tali persone come rifugiati “prima facie”.
E’ questo il secondo messaggio
che, ci sembra, bisogna dare: per la maggior parte bisogna constatare
che non sono né immigrati, né genericamente disperati, bensì
rifugiati, senza per questo anticipare la vera e propria valutazione
delle storie individuali in seno alla procedura d’asilo.
Sembra
che la battaglia contro l’uso e l’abuso della parola
“clandestini” sia persa. Ormai non c’è più giornale o
telegiornale che non usi regolarmente questa parola quando si parla di
sbarchi. Da una parte, ci sembra che sia compito del CIR insistere sulla
nozione di rifugiato, al quale non viene offerta nessuna alternativa se
non quella di arrivare “clandestinamente”. Dall’altra, si può
realmente parlare di “clandestinità”, quando in una sola nave
centinaia di persone viaggiano nel mare più vigilato, controllato,
monitorato del mondo?
Di
conseguenza, analizzata l’entità del fenomeno, appare chiaro che non
possono essere i numeri a suscitare l’attenzione pubblica, bensì il
modo e le circostanze dell’arrivo. Non è dunque tanto rilevante il
fatto che 10.000 persone o, forse, 13/14 mila alla fine dell’anno
siano arrivate come richiedenti asilo, quanto la constatazione
di come queste persone arrivano, vale a dire in imbarcazioni di
fortuna, rischiando la vita, e comunque attraverso canali illegali.
Conseguentemente, a nostro avviso, la politica non può assumere come
sua priorità la riduzione del numero di rifugiati, ma piuttosto
l’assicurazione che questi arrivi si svolgano in modo diverso, in modo
regolare, legale, protetto, normale.
Questa
impostazione ci sembra di somma importanza, anche in vista della
prospettata cooperazione con la Libia. Dobbiamo dire molto chiaramente
che non si può trattare di accordi mirati a ridurre il numero di
persone che chiedono protezione in Italia ed in Europa, ma di politiche
coordinate e condivise per assicurare un dignitoso livello di
accoglienza in un paese di transito come la Libia e da lì aprire canali
per un modo diverso – appunto – di arrivare in Italia ed in Europa.
All’ordine
del giorno va quindi la ricerca di soluzioni reali e non il tentativo di
“spostare” la responsabilità da un paese all’altro.
In altri termini a che dovranno servire maggiori controlli, magari
congiunti, e con la sofisticata apparecchiatura italiana presso le coste
libiche (o tunisine, o algerine, o egiziane...)? Cosa succederà alle
persone rintracciate prima dell’imbarco in Libia o subito dopo in
acque libiche? Dove saranno inviate? Tutti sanno ormai che un rinvio nei
paesi confinanti, come il Ciad, può non rappresentare alcuna soluzione
e non può provocare altro effetto se non quello di rendere il tragitto
ancora più costoso, alimentando ancora di più il business dei
trafficanti ed esponendo le persone a nuovi rischi, se pensiamo che
quasi nessuno rinuncerà ad arrivare prima o poi in Europa. Qualunque politica che non ponga la “persona” al centro del proprio
programma è dall’inizio condannata al fallimento anche dal punto di
vista della logica della sicurezza e del contrasto alla criminalità.
Quando
si parla di soluzioni, spesso si dice: “Bisogna combattere le cause
che spingono le persone all’espatrio”. Giustissimo. Abbiamo visto
tuttavia in questi ultimi anni e in questi ultimi mesi che tutte le
pressioni esercitate sul governo del Sudan, per fare un esempio, non
hanno avuto il minimo effetto per ridurre il massacro della gente del
Darfur. Abbiamo visto che in un paese di scarsa rilevanza strategica ed
economica, come l’Eritrea, il governo può impunemente violare i più
elementari diritti dei cittadini. Abbiamo visto che dopo 13 anni dalla
guerra civile in Somalia niente è cambiato e ancor oggi le persone sono
costrette a fuggire. Quindi, quando
parliamo di soluzioni, dobbiamo parlare innanzitutto di misure che
permettano ai rifugiati e agli immigrati di trovare un posto sicuro dove
possano riprendere una vita normale.
Una
di queste soluzioni è il reinsediamento (re-settlement), realizzato
su scala significativa: ci sono programmi di re-settlement
gestiti dall’ACNUR, per esempio, di sudanesi ex Etiopia: con 128
persone nei primi 3 mesi del 2004, o di sudanesi ex Egitto, 942 persone.
I pochi paesi europei che partecipano a programmi di re-settlement
mettono, tutti insieme, a disposizione poco più di 1.000 posti
l’anno.
Non
è certo questa l’entità che può avere un impatto effettivo sui
disperati movimenti irregolari di persone da un paese all’altro. Per
l’Unione Europea dovremmo ragionare intorno a un numero di circa
100.000 posti l’anno per re-settlement, distribuiti nei 25 stati
membri.
Quale
ulteriore soluzione vediamo poi la possibilità di chiedere protezione
agli stati europei attraverso le ambasciate e i consolati o gli uffici
della Commissione Europea da istituire in paesi terzi, tipo la Libia.
Pensiamo anche, parallelamente, a programmi europei significativi di
immigrazione per motivi di lavoro o di studio, nonché a meccanismi
molto più generosi e realistici di ricongiungimento familiare.
Allo
stesso tempo, una politica strategica dovrà anche assicurare che i
paesi di primo asilo e di transito siano messi in grado di onorare gli
obblighi internazionali assunti in materia di rispetto dei diritti
umani, in generale, e del diritto di asilo, in particolare. La totale
mancanza di strutture ricettive e di sufficienti garanzie per il
rispetto dei diritti elementari della persona in un paese come la Libia
deve essere materia di interventi bilaterali e multilaterali in Europa.
Noi
pensiamo che gli Enti di tutela, quale è il CIR, le Associazioni e i
Sindacati non possano limitarsi a criticare le scelte e le proposte
governative senza partecipare, allo stesso tempo, alla ricerca di
soluzioni e offrendo la propria collaborazione. Non è più possibile
considerare la materia dei rifugiati solo dal momento in cui il
richiedente asilo arriva fisicamente nel territorio.
La
giusta preoccupazione che ci induce a temere l’utilizzo della
cooperazione con stati terzi quale escamoutage
dei governi per ridurre ulteriormente la presa in carico delle
persone che arrivano spontaneamente non ci dovrà condurre ad un
immobilismo di fronte ad una questione divenuta centrale nel diritto
d’asilo oggi: l’accesso alla protezione internazionale in
circostanze sicure e protette.
Christopher
Hein
16
Settembre 2004
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