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AKO (CURDO – IRAQ) Ho
deciso di scappare la sera del 25 agosto del ‘97. La bomba che avevano
piazzato fuori casa non ha ucciso nessuno, ma restando avrei esposto
tutti a un grande pericolo. Scappavo, ma anche in quel momento pensavo
che sarei ritornato, che non sarebbe stato per sempre. Non ero solo.
In dodici quella notte decidemmo di cercare altrove una possibilità di
vita.
Eravamo un gruppo di uomini soli. In fuga.
Dall’Iran passai in Turchia. Ogni passaggio significava soldi da
versare a qualcuno che fa finta di non vederti o che ti offre un mezzo
di trasporto illegale per condurti generalmente dove tu non vuoi o
quantomeno non sai. Dovevamo arrivare a Istanbul, ci lasciarono al
confine con l’Iran. Dopo tre ore di cammino arrivammo in una
cittadina. Lì trascorremmo la prima notte. Nei due giorni successivi ci
spostammo in altre due città. Poi finalmente arrivammo in Turchia e
potemmo raggiungere Istanbul. Avevamo pagato diecimila dinari, vale a
dire 500 dollari ciascuno. Ma eravamo pronti a pagare di nuovo pur di
raggiungere al più presto la Germania o l’Olanda. Per chi vuole
scappare, le strade sono segnate. Non c’è il rischio di perdersi.
Questa volta il mezzo di trasporto fu un camion carico di scatole di
giocattoli. Sotto questi contenitori eravamo in otto. Siamo stati sette
giorni in silenzio, nascosti sotto un tetto di cartone. Non si poteva
parlare, né fumare. Per me questa era la sofferenza più grande.
All’alba dell’ottavo giorno senza saperlo né volerlo ci siamo
ritrovati in una cittadina a un’ora da Roma, Ci hanno scaricati senza
tanti complimenti. Era l’inizio di ottobre ed eravamo in Italia. Non
mi sono rassegnato. Volevo andare in Germania e feci di tutto per
arrivarci.
Ci sono stato dieci mesi, ma preferisco non parlarne. È come una
parentesi più nera delle altre. Quando troverò le parole per
raccontare della Germania forse vorrà dire che mi sto riconciliando con
la mia storia e posso cominciare a pensare al futuro. Ora sento che non
è ancora il momento… Sono arrivato a Fiumicino il 31 luglio del ’98.
Per la seconda volta in Italia. Era un giorno di sole. Un giorno ideale
per partire e pensare alle vacanze. Tanti italiani erano diretti a
Istanbul, in Medioriente, sognavano il mare di quelle coste e i profumi
della terra che avevo lasciato ormai da un anno. Avrebbero visto le
città, le spiagge, le zone dei ricchi e dei turisti. Avrebbero ignorato
i drammi che si consumavano a pochi passi da loro… e in fondo perché
andarglieli a ricordare? Anche io avrei preferito dimenticare, anche
solo per un minuto, sentirmi per un attimo una persona normale
imbottigliata in uno di quei banalissimi pacchetti turistici tutto
compreso.
Mi guardai intorno alla ricerca di un posto di Polizia. Chiesi subito l’asilo
politico. Ero disperato perché avevo terminato tutti i soldi. Chiesi
consiglio ad alcuni curdi che incontrai in giro per la città e anche
loro mi indirizzarono ad una mensa per gli stranieri.
Mi sono ritrovato a fare la fila per mangiare a pochi metri dal centro
di Roma.
Bastava allungare lo sguardo e davanti a me c’era un enorme monumento
di marmo bianco, l’Altare della patria. I turisti guardavano sorpresi
la fila di uomini che aspettava di ricevere un pasto.
Avevo al mio fianco degli etiopi, qualche sudanese, molti albanesi e
qualche curdo iracheno che come me era arrivato seguendo le collaudate
rotte del traffico di uomini e donne.
Non c’era il tempo di parlare, di conoscersi. Eravamo tutti pronti a
scambiarci le notizie necessarie alla prima sopravvivenza: dove mangi,
dove dormi, hai trovato un lavoro, il tuo riconoscimento a che punto è…
Fui fortunato perché riuscii anche a trovare un posto in un dormitorio
nella periferia nord della città. Quando si presentò la possibilità
di seguire un corso di pizzaiolo, fui uno dei primi a partecipare.
Oggi io che porto il nome di una delle montagne del mio paese, lavoro in
una pizzeria che si chiama “Costiera”. Il mio cuoco maestro, un
napoletano doc, mi ha promosso da aiuto-pizzaiolo a pizzaiolo di prima
categoria. Dice che faccio notevoli progressi. Ogni sera, quando chiude
il ristorante che è nel centro di Roma, con due autobus e circa due ore
di viaggio raggiungo la città nei dintorni di Roma dove abito.
La mia è una casa un po’ particolare. È, come tante altre in giro
per il mondo, una casa dove abitano uomini in fuga. In fuga dalla
guerra, dalla tortura, dalla morte promessa da un regime criminale.
Vivo con due compagni e a nessuno di noi piace parlare del passato.
Preferiamo dimenticare.
Anche perché che senso avrebbe parlare ogni istante di ciò che si è
perduto per sempre?
Quando il dolore dell’assenza o la paura per la vita di mia madre,
delle mie sorelle, dei nipoti si fa troppo forte, allora telefono. Cioè
programmo la telefonata e investo una parte dello stipendio: dodicimila
lire al minuto non sono uno scherzo. Chiamo casa e dico che di lì a un
po’ li richiamerò. So che dopo un’ora tutta la mia famiglia, o
quello che ne resta, è riunita in attesa. Quando ascolto dall’altro
capo del telefono quelle voci che in ogni istante mi fanno compagnia, è
come se la ferita si rimarginasse, come se il dolore fosse colmo. Non ho
più nulla da dire se non cose banali. Facciamo a gara a rassicurarci.
Siamo contenti di raccontarci bugie a vicenda, di non dirci mai tutto
fino in fondo. A cosa servirebbe? È come un patto tacito, per la
sopravvivenza reciproca. La nostra è una famiglia di rifugiati, quattro
figli su otto sono scappati all’estero. I miei compagni di
appartamento sono due ragazzi curdi e la nostra casa è colma di
racconti non fatti, di paure non dette, di dolori rimossi. Ma è anche
un laboratorio dove insieme cerchiamo di darci la carica giusta per far
crescere la voglia di rimetterci in gioco, di ricostruire una vita, di
parlare al futuro.
Spesso abbiamo come ospiti dei rifugiati di passaggio… Forse tu che
conosci Roma e provincia come le tue tasche avresti difficoltà a
trovare la nostra casa. Ma ti assicuro che un curdo rifugiato, arrivato
in Italia da mezza giornata, ci raggiunge subito senza problemi. Quando
qualcuno bussa alla porta del nostro bilocale per due-tre presone… non
facciamo molte domande. Ci stringiamo e dormiamo insieme. Non c’è
bisogno di chiedere, la migliore accoglienza è un letto caldo e un buon
pasto. Per riscoprirci persone a volte basta un sorriso e una mano tesa. |