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Storia di Ismahel

ISMAHEL (AFGHANISTAN)

Ho 26 anni ed ho sempre vissuto in città con la mia famiglia. Ho studiato fisica, fino alle superiori comprese, all’università non ho potuto andare, perché appartengo agli Hazarah che è una minoranza etnica, siamo solo il 25% della popolazione afgana e a noi è vietato andare all’università. Gli Hazarah professano la religione mussulmana sciita e parlano la lingua pashto e ozbachi. Gli altri sono sunniti.Nel 1991, terminata la scuola, ho lavorato fino al 1995 in una officina meccanica. Nel 1995 insieme ad altri otto compagni, hanno ammazzato mio fratello, aveva 28 anni, faceva parte della resistenza e da quel anno al 1999 sono entrato anch’io nella resistenza. Lui stava nella capitale e faceva parte del comando. Io invece sono rimasto a casa nostra, volevo andare a combattere in montagna, ma i miei genitori non me l’hanno permesso.Mio fratello non c’era più e mia madre con le due sorelline di 12 e 14 anni, avevano bisogno di un appoggio. Mio padre faceva parte di un comando della resistenza per cui era necessaria la mia presenza a casa. Non usavo le armi, ma mi occupavo di diramare gli ordini che venivano dai capi e provvedevo ai bisogni dei guerriglieri. Il nostro primo capo era Mazari, poi l’hanno ucciso ed è stato sostituito da Khalili.Nel 1999 sono arrivati i Talebani ed erano tantissimi, sono arrivati nella città di Banian, dove c’era il nucleo dirigente della resistenza in tutto il paese ed hanno ammazzato tantissimi compagni. Quelli che sono rimasti vivi sono scappati in altri paesi.Nella città dove abitavo io, la nostra etnia è il 15% della popolazione ed abitiamo tutti vicini, in una zona della città. Arrivati i Talebani, ci hanno dato assicurazione che potevamo vivere tranquilli perché non ci avrebbero fatto nulla, bastava che consegnassimo le armi. Noi abbiamo creduto a loro ed abbiamo accettato.
Dopo che si sono sistemati, usando denaro hanno ottenuto le informazioni su chi erano i capi della guerriglia, chi aveva svolto maggiore attività, così hanno preso i nostri compagni e li hanno ammazzati, impiccati o incarcerati. Mio padre, che comandava un gruppo, è in carcere e non so se è già stato impiccato. Non ne so più nulla.
Quindi sono tornati da noi a dirci che chi non era stato arrestato, poteva continuare a vivere tranquillamente.
Invece hanno setacciato il livello più basso, sempre grazie agli informatori. Poiché c’è una legge al mio paese che se i genitori sono coinvolti in una situazione, i figli certamente sono al corrente di questo e quindi hanno le stesse responsabilità, io, come figlio di mio padre, ero nel mirino dei Talebani. E’ per questo che ho dovuto scappare.Io non volevo scappare, perché, dato che avevamo un buon patrimonio, e che i giudici e i poliziotti si possono corrompere molto facilmente, io volevo vendere e far uscire mio padre dal carcere, prima che l’impiccassero. Ma il 6 marzo ’99 era l’anniversario della morte di mio fratello e con i miei capi, con i quali eravamo molto legati da grande affetto, abbiamo organizzato una riunione per ricordare la morte di mio fratello e degli altri, pregando in una cantina per non farci scoprire dai Talebani.Ma c’è stata una spiata e sono arrivati i Talebani. E’ avvenuto uno scontro a fuoco, noi avevamo solo piccole armi, delle pistole, ma loro erano ben armati. Ne sono morti 4 dei nostri e 4 dei loro, ma uno di loro era un capo importante. E’ stata una fuga generale. Dopo pochi giorni i Talebani hanno fatto sapere che tutti quelli che erano presenti lì quella sera, sarebbero stati tutti giustiziati. Ecco perché non sono potuto rimanere oltre.Io e i miei tre compagni sopravvissuti, dovevamo assolutamente scappare. Dormivamo ogni sera in un posto diverso, finché una notte sono venuto a casa, ho preso quello che avevo bisogno, ho salutato la mamma che avevo avvertita. Siamo scappati a piedi, perché controllavano tutte le macchine. C’erano degli amici addetti a preparare ed organizzare le fughe e ci siamo affidati ad uno di loro.Siamo arrivati sempre a piedi in una città vicina, e l’indomani con un camion che aveva procurato questo amico, abbiamo viaggiato per tre giorni e tre notti fino ad attraversare la frontiera con il Pakistan. Non eravamo molto tranquilli lì perché è il Pakistan, insieme all’Arabia Saudita e agli americani che finanziano i Talebani! Così ogni giorno cambiavamo città, grazie all’aiuto dell’organizzazione che ci ha procurato passaporti falsi e tutte le carte necessarie.Abbiamo incontrato lì molti altri compagni che, come noi, erano fuggiti. Circa 10 persone. Abbiamo preso la nave da Karachi fino alla Turchia. Lì era un po’ meglio, ma avevamo chiesto già dall’Afganistan a chi ci organizzava la fuga, che la nostra meta era l’Italia, perché qui c’era un amico con cui eravamo in contatto.Abbiamo continuato il viaggio verso l’Italia, sempre accompagnati dall’amico, con macchine, camion, treno, taxi, di tutto, finché ci siamo imbarcati su di una nave e sbarcati ad Ancona, sempre da clandestini.Qui l’amico ci ha lasciati. Il suo compito era finito. Quando sono sbarcato non sapevo dove mi trovavo, finché sono andato alla stazione a prendere un biglietto del treno per Roma e solo allora leggendo “Ancona – Roma” ho capito che quella città si chiamava Ancona. Gli altri due amici hanno poi lasciato Roma e sono andati in Inghilterra, perché lì avevano amici. Io ho preferito rimanere in Italia.Arrivato a Roma, parlando inglese me la cavavo bene. Abbiamo incontrato una persona che parlava persiano che ci ha aiutato tanto. Gli abbiamo detto che eravamo venuti a chiedere asilo politico e lui ci ha portato direttamente in un centro per richiedenti asilo e rifugiati, perché anche lui era venuto in Italia per lo stesso motivo ed era passato di lì.
Ho dormito per una settimana nel parco del Celio, dove dormono tutti! Poi sono andato in questura per la richiesta di asilo, infine in Comune che mi ha mandato in un centro di accoglienza. Lì davano la prima colazione e la cena. Dalle nove di mattina alle sei di sera il centro era chiuso. Non si stava male. Di giorno giravo, giravo, giravo. Data la lontananza di quel centro, ho chiesto in Comune se potevo spostarmi e mi hanno dato un posto a Rebibbia che è molto più comodo perché con la metro in un attimo sono in centro. Si sta bene: una camera ogni 4 persone. In Via Nomentana c’è una mensa. Il rientro è alle 11, massimo 11,30. Potrò rimanere lì ancora un mese e poi… Da un mese, ho trovato un lavoro da un macellaio, vicino al centro dove dormo e spero di trovare una stanza.In Italia sto bene, ma sento forte la mancanza della mia famiglia. Non posso mai telefonare a casa, è troppo pericoloso per mia madre e per me. Ancora ora vanno a casa mia a chiederle dove sono, urlano, cercano d’impaurirla, ma per fortuna non le fanno nulla né alle mie sorelline. Ho un modo per farle avere mie notizie e lei a me, ma con un giro lunghissimo attraverso amici.Spesso penso ai miei compagni che sono rimasti laggiù e questo mi dà tristezza.. Nessun compagno è venuto in Italia così non ho avuto più loro notizie.
Sono 9 mesi che ho chiesto l’asilo e sono preoccupato perché non arriva. Appena l’avrò, la prima cosa che farò è fare venire qui la mamma e le sorelline per farle studiare e vivere normalmente. Agli altri purtroppo non posso pensare.