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C.I.R.

Consiglio Italiano per i Rifugiati

Progetto VI.TO. (Accoglienza e cura delle vittime di tortura)

“Il Verbo degli Invisibili”

Esperienza teatrale con richiedenti asilo sopravvissuti a tortura

Regia di Nube Sandoval e Bernardo Rey

Roma, maggio 2005

Locandina

Il progetto VI.TO.

Dal 1996 il CIR gestisce il progetto VI.TO. – Accoglienza e Cura delle Vittime di Tortura, co-finanziato dalla Commissione Europea e dal Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le Vittime di Tortura. Quest’anno per la prima volta anche la Provincia di Roma ha offerto il suo supporto.

Il progetto è rivolto a richiedenti asilo e rifugiati sopravvissuti a traumi estremi e si avvale di una équipe multidisciplinare che attraverso un approccio integrato si prende carico della persona da un punto di vista medico, psicologico, sociale e legale.

Un aspetto particolarmente qualificante del progetto è la conduzione di esperienze di laboratori pilota che, attraverso l’ergoterapia ed il teatro, costituiscono un importante percorso di integrazione e riabilitazione psico-sociale, in particolare nella fase iniziale della permanenza in Italia dei richiedenti asilo sopravvissuti a tortura.

Nello specifico, l’esperienza teatrale, concepita come una elaborazione psicologica si basa sul coinvolgimento del gruppo di lavoro, non soltanto nella recitazione ma anche nella preparazione scenica e nelle musiche.

Il laboratorio

 Il teatro non può giustificare la sua esistenza se non è consapevole della sua missione sociale. L’aggettivo “sociale” implica un’attitudine emozionale ed etica verso gli altri e il risultato artistico è sempre influenzato da questa attitudine.”[1]

Un laboratorio di teatro è innanzi tutto uno spazio d’incontro fra uomini e donne per lavorare su uomini e donne. Le vie per affrontare il lavoro sono innumerevoli, ma in un incontro tra persone con provenienza, lingua e bagaglio culturale così diverse e storie personali così spesso segnate da recente dolore e fuga la scelta era obbligata: gli “ostacoli” dovevano diventare la nostra forza e la nostra fonte di ispirazione. Trasformando ogni limitazione in una ricchezza incommensurabile.

Questo laboratorio di teatro dunque, si è proposto come un punto di ritrovo dove tutto era da creare: i rapporti, un linguaggio comune, un ritrovare se stessi attraverso il riconoscimento della propria cultura, un porsi domande sul qui e ora, un impegnarsi creativamente in azioni collettive con responsabilità individuali, per arrivare infine, alla creazione di uno spettacolo. Alla base c’e stato un lavoro pratico sui canti, sugli esercizi fisici orientato alla ricerca dell’organicità del movimento, dell’ascolto dell’altro e della creazione collettiva.

Lo spettacolo

All’inizio del lavoro la premessa ci fu data da un antico poema Sufi che racconta: Un giorno uccelli di tutte le specie si riunirono in un congresso, il motivo era la crescente preoccupazione per i problemi sostanziali che li opprimevano. Arrivarono insieme a capire che la risposta alle loro preoccupazioni si trovava in un luogo lontano chiamato “Simurg”, si avviarono quindi, alla sua ricerca in un lungo viaggio. Molti di loro morirono nell’intento, alcuni si smarrirono e altri invece rinunciarono. Quei pochi che arrivarono sorvolando il posto dove si trovava il “Simurg”, che era una laguna in cima a una montagna, riflettendosi nelle acque videro nient’altro che loro stessi.

Come presupposto c’è sembrato valido, consapevoli di avere in comune un fatto: tutti noi abbiamo intrapreso un lungo viaggio prima di incontrarci.

 

Ma il teatro che è fatto di illusioni e di implacabile realtà, il teatro che da sempre appartiene al tempo in cui si crea e al suo contesto, nel percorso ci mise di fronte ad una realtà in agguato.

L’attesa può essere rispetto al viaggio il suo perfetto antipode, oppure il suo destino. Per i nostri “attori” l’attesa è diventata una condizione di vita: un richiedente asilo deve attendere un anno  per un appuntamento con la commissione che determinerà il suo futuro, e nel limbo di un tempo che non gli appartiene deve attendere per ogni cosa, banale, vitale e quotidiana.

 “Aspettando Godot” di Samuel Beckett ci ha offerto il corpo e la testa di quest’attesa.

 

Foto scattate durante le prove del laboratorio teatrale

 

 


[1] Eugenio Barba, regista di Odin Teatret