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Apolidia: il dramma di chi non ha cittadinanza

Roma, 2 marzo 2018 – Nel mondo ci sono circa 10 milioni di apolidi[1], si stima che tra i 3 ed i 5 milioni siano bambini[2].

La parola apolide è originaria del greco, da apolis, apolidos, e significa “senza città, senza patria”. Le persone apolidi non possiedono alcuna cittadinanza, di conseguenza sono escluse dalla fruizione di numerosi diritti fondamentali.

Vivere la condizione di apolidia significa non poter andare a scuola o finire il ciclo di studi, essere visitati da un medico se non in casi di emergenza, avere un lavoro regolare, versare i contributi, aprire un conto in banca, comprare o affittare una casa, sposarsi e riconoscere i propri figli.

Il CIR è promotore della tutela dei diritti delle persone apolidi in Italia e attraverso il progetto “Here comes the sun” finanziato da Open Society Foundations e si propone di diffondere la conoscenza del fenomeno con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza delle difficili condizioni in cui vivono le persone senza uno status giuridico riconosciuto, in direzione della promozione dei loro diritti.

Il progetto prevede un’attività di monitoraggio dei processi amministrativi e legislativi per il riconoscimento dello status di apolidia in Italia al fine di evidenziare le criticità legate a tali procedure e promuovere l’approvazione della proposta di legge n. 2148 , rimasta in stallo alla Commissione Affari Costituzionali del Senato nell’ultima legislatura[3].

In questo contesto, è importante trasmettere testimonianza delle difficoltà che gli apolidi affrontano quotidianamente nella sfida del vivere la quotidianità. Pio è uno di loro, ha 26 anni, è nato in Italia da genitori bosniaci e vive con la sua famiglia in un campo rom nella periferia di Roma. Realizza di essere apolide quando, una volta maggiorenne, non può completare i suoi studi non potendo ricevere alcun documento. Ottiene un permesso di soggiorno per motivi umanitari “il documento dice che sono bosniaco ma non è così, io in Bosnia non ci sono mai stato e non posso andarci, non posso avere un passaporto e anche se lo avessi e mi recassi in Bosnia io lì non sono cittadino. Io in Bosnia non esisto”. Con il permesso di soggiorno Pio ha potuto seguire dei corsi per la mediazione e l’infanzia e ora lavora con i bambini, ma non ha garanzie sulla possibilità di riaggiornare questo documento.

Le persone come Pio, nate e cresciute in Italia, sentono di essere italiane a tutti gli effetti ma ben presto realizzano di vivere una condizione di limbo in cui si sentono ostaggio del proprio paese, un paese che non li riconosce e che, come dice lui stesso “non sembra volermi”.

Quella di Pio è solo una delle tante testimonianze del dramma dell’apolidia “non sono parte del sistema – conclude – sono qualcosa di anomalo…posso dire di essere come un bug”.

 

 

Per maggiori informazioni
Daniela Di Rado
Sezione legale e referente apolidia
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Carla Di Nardo
Ufficio Stampa
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[1] Le stime fornite sono state elaborate da UNHCR e sono interamente consultabili al seguente indirizzo: https://www.unhcr.it/news/nel-2016-numero-piu-elevato-sempre-persone-costrette-fuggire-guerre-violenze-persecuzioni.html.
[2] Atto Senato n. 2148, XVII Legislatura, Disposizioni concernenti la procedura per il riconoscimento dello status di apolidia in attuazione della Convenzione del 1954 sullo status delle persone apolidi, Iter, 17 marzo 2016.
Il testo dell’iter legislativo e del contenuto del Decreto legge sopracitato è interamente consultabile al seguente indirizzo: http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/46242.pdf
[3] Il presente Disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide è stato presentato il 26 novembre 2015 dalla Commissione Diritti Umani del Senato in collaborazione con il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).